«Abbiamo con noi quanta più munizione ci abbiamo potuto procurare.

«Abbiamo incaricato *** di tenervi informato delle nostre operazioni. Fate voi altrettanto con lui, poichè lo lasciamo in caso di potere probabilmente comunicare con noi.

«Furono prese tutte le misure: fu calcolato il numero degli individui; a tutto fu disposto. Se non riesciremo, sarà colpa del destino, non nostra.

«Addio.

«Nicola Ricciotti.
«Emilio Bandiera.»

«Addio: il tempo mi manca. Porto meco gli articoli principali d'una nuova costituzione politica all'Italia, cioè quello dell'organizzazione comunale, della guardia nazionale, e delle elezioni. La prima di queste è necessario che sia dovunque uniforme per far dimenticare tante funeste e sanguinose antecedenze. Per individualità nazionale ho scelto il circondario e non il comune, perchè questo è di sua natura ineguale, l'altro formato, senza riguardo al territorio, di diecimila cittadini attivi. Da ventun'anni in poi s'è cittadini, ecc., ecc. Il giurì è applicato al criminale soltanto, perchè per adesso la nostra nazione non è ancora abbastanza matura per questa ottima istituzione. Insomma, conviene far tavola rasa, ma coll'obbligo di subitamente o bene o male riedificare, onde non cadere nell'anarchia che porta sempre seco la morte. Se mai la sorte vuole arridere finalmente alla nostra causa, accorrete; venite fra chi da tanti anni vi stima ed ama, tra chi voi più d'ogni altro poteste risvegliare dal sonno che, per esser profondo i malvagi dicevano essere di tomba. Venite, e ricordatevi degli Ebrei reduci dalla schiavitù che ricostruivano il sacro lor tempio sempre colla spada brandita. Abbiatemi presente, e credetemi sempre vostro amico.

«Attilio Bandiera.»

Come mai, a fronte dei nuovi progetti, delle promesse fatte all'amico e del mandato positivo, esplicito, dato a Ricciotti, poche e incerte voci di circostanze propizie in Calabria indussero i due fratelli e gli amici loro alla subita determinazione?

Io non presento accuse formali, perchè non ho prove dirette, e l'impudenza delle asserzioni deliberate quando non s'hanno che indizî mi par arte da lasciarsi ai nemici, immorali per vocazione ed oggi per necessità di difesa, dacchè, se combattessero ad armi eguali e da generosi, cadrebbero, e lo sanno. Ma accennerò alcuni fatti su' quali ogni uomo potrà fondare spassionatamente il proprio giudizio.

Per gli indizî desunti da lettere mie e d'altri violate per uffizio di spionaggio dal gabinetto inglese, e per le imprudenze commesse da quei che più ciarlano e meno fanno, il governo napoletano e l'austriaco sapevano che gli esuli italiani si preparavano ad accorrere, con mezzi abbastanza forti ed animo assai più forte, dovunque sorgesse una bandiera italiana; ignoravano, come appare dalle mille e una sciocchezze pubblicate ne' loro giornali, i modi e i disegni. Pareva, in siffatta incertezza, savio partito lo smembrarne le forze anzi tratto, e seducendo alcuni de' migliori a una impresa disperata, perchè calcolata dal nemico, spegner quei pochi, sfiduciar tutti gli altri, far credere agli esuli che non v'era da sperare in moti di popolazioni italiane, e a quei dell'interno che a un drappello di venti si riducevano tutti gli ajuti che dar potevano gli esuli alla causa italiana: poi prepararsi via di logorare colla calunnia l'influenza esercitata da alcuni individui, imposturandoli ordinatori del tentativo. I Bandiera, ardentissimi e improvvidi, erano tali da dar nel laccio. Importava spegnerli, perchè già abbastanza pericolosi per le facoltà dell'animo e dell'ingegno, lo erano poi oltremodo per le aderenze nella marina dell'Austria e pel nome: importava che non pellegrinassero tra le nazioni, simbolo vivo dell'estensione conquistata oggimai dall'opinione nazionale italiana: importava che a quanti nelle file dell'esercito austriaco avessero in animo di seguir l'esempio, un fatto solenne intimasse: morrete. Il nome dei Bandiera influente nel Lombardo-Veneto, e quello di Ricciotti potente assai nelle Marche, erano pressochè ignoti tra le popolazioni delle Calabrie. E quanto a tender l'insidia, il fermento lasciato negli spiriti dal tentativo di Cosenza, i decreti regi che sottomettevano ai rigori di leggi repressive straordinarie le due provincie, e la fuga nelle foreste di molti pericolanti, dovevano dar sembianza di vero a quante voci d'insurrezioni iniziate o imminenti avrebbero suonato all'orecchio degli esuli di Corfù.