II.

Cammina innanzi o perisci! È tempo di dire al popolo, a una gioventù buona ma traviata pur troppo dai faccendieri politici, tutta e nuda la verità. Da due anni s'è speso in Italia oro, entusiasmo, sangue, tanto quanto basterebbe a crear due nazioni, non una; e ci troviamo a un dipresso là d'onde partimmo. Il grido di patria, libertà, indipendenza, suonò da un capo all'altro della terra italiana: grido, ruggito di moltitudini potenti, volenti, non di pochi devoti al martirio. In Sicilia, in Bologna, nelle città lombarde, in Venezia, il popolo imparò subitamente, sotto l'impulso d'una grande idea, a combattere, a vincere, a disfare eserciti. Bandita dal popolo la guerra all'Austria, cinque giorni videro ridotti in tre fortezze i dominî dello straniero; videro nostro il Lombardo-Veneto; videro la bandiera tricolore italiana sventolare, acclamata, fin nel Tirolo. Settanta mila soldati agguerriti, se non per battaglie, per lunga disciplina, tennero il campo contro l'austriaco; e intorno ad essi era il fiore della gioventù italiana, era il fremito delle popolazioni ebbre di vittoria e di belle speranze. E tutto questo è sparito; l'Austriaco insolentisce per le vie di Milano: migliaja d'esuli lombardo-veneti ramingano su terre straniere: l'Europa che plaudiva, pochi mesi or sono, attonita al nostro risorgere, ricomincia a schernirci queruli, codardi, impotenti. Come avvenne? Come tornarono a un tratto in nulla le quasi adempite speranze? Gli uni accusano le colpe o gli errori militari dei capi; gli altri i dissidî, le diffidenze, l'ignavia di chi seguiva—i repubblicani, che dopo aver dato il segno delle barricate cittadine, tacquero e si confusero nei ranghi de' combattenti—la forza prepotente d'un esercito che la campana a stormo avea dato alla fuga—i gesuiti, cadavere galvanizzato d'una sêtta che, perduto genio, appoggio di credenza e tesori, affogherebbe sotto il disprezzo se gli uomini d'oggi sapessero disprezzare. E molte di queste cagioni e più altre sono vere; ma tutte secondarie, occasionali, insufficienti a generare la rovina d'un popolo insorto. Superiore a tutte, e sorgente prima di tutte, sta quest'una che molti hanno in core e nessuno s'attenta dir chiaramente: che le Nazioni non si rigenerano colla menzogna; che un popolo schiavo da secoli di poteri guasti, corruttori per indole e necessità, ligi dello straniero, avversi a tutte sublimi credenze, sospettosi d'ogni sviluppo d'intelletto libero, incerti del presente e tremanti dell'avvenire, non sorge a nazione, se non rovesciando quei poteri-fantasmi, traendo dall'ime viscere il segreto della propria vita, levandosi nell'orgoglio delle sue tradizioni e nella potenza d'una grande idea, e dichiarando non volere riconoscere che un solo padrone nel cielo, Dio padre ed educatore, una sola norma d'attività sulla terra, la verità ch'è l'ombra di Dio.

III.

Voi avete, o Italiani, tradito quest'unica norma e sagrificato—poco monta se a tempo o per sempre—la vostra coscienza a una illusione di forza. Ogni linea della vostra storia v'additava, da quando cessaste di reggervi a popolo, una colpa o una imbecillità di regnanti; ogni sillaba de' vostri grandi v'insegnava, santificata dal martirio, una fede che fa interprete il popolo del pensiero di Dio; ogni esperimento vostro ed altrui negli ultimi sessant'anni v'era documento splendido, irrecusabile, che ogni libertà d'individuo o nazione si conquista per virtù propria, non per artificio di diplomazia e concessioni di principi; e nondimeno, non sì tosto il terrore della rivelata vostra potenza ebbe condotto i vostri padroni a balbettare pochi accenti di libertà menzognere e d'ipocrite leghe, voi cancellaste, miseramente affascinati dalla speranza di menomarvi i pericoli della via, ricordi storici, ispirazioni di grandi, giuramenti, e riverenza a chi pativa e moriva per voi: piegaste il ginocchio davanti a tutti poteri, e diceste: non da Dio, ma da voi. E non eravate credenti. Il vostro labbro accattava a lodarli pompa di frasi ne' retori delle età corrotte; la vostra mano scriveva oltraggi e condanna a quei tra vostri concittadini che serbavano intatta la santità del loro proposito e la dignità severa del nome italiano; e nell'anima vostra vigilavano il disprezzo e la diffidenza degli uomini salutati rigeneratori; e mormoravate sommessamente—ma non tanto che essi, quegli uomini, non v'udissero—poi che ci saremo giovati d'essi e dei loro battaglioni e della loro influenza, noi li infrangeremo, come gli Israeliti facevano dei loro idoli: essi hanno infranto voi, e meritamente. Così, rimpicciolita, ringrettita la divina verità per entro le vie tortuose di quella che oggi chiamano politica e non è che parodia di politica, ideaste di cogliere il più alto premio che Dio conceda ad un popolo, l'unità nazionale, senza meritarlo colla dignità dell'animo, colla rettitudine del pensiero, colla serena franchezza degli atti e della parola. Dovevate procedere colla spada in una mano e col vangelo nell'altra, in nome dei vostri diritti e della vostra missione, in nome del lungo vostro martirio e della potenza di vita che freme più che altrove in questa sacra terra d'Italia; e procedeste invece col Machiavelli nella destra, cogli statuti bastardi di re perpetuamente spergiuri nella sinistra. Quelli statuti che voi disegnavate di romper più tardi vi condannavano intanto a subire i raggiri di corti e diplomazie, a servire capi sprezzati e perfidi o inetti, a frenare l'impeto, sospetto ai principi, delle moltitudini, a violare l'indivisibilità della bandiera italiana e inalzare un lembo all'adorazione, a velare in nome dell'indipendenza la statua della libertà ch'è il Labaro della vittoria. E voi subiste ad una ad una, fremendo impotenti, combattendo senza pro, tremanti sempre d'insidie che potevate, e non v'attentavate, vincere con una parola, tutte quelle fatalità, travolgendovi d'errore in errore, di menzogna in menzogna, dietro a faccendieri politici che vi sviavano con una larva di forza ordinata dall'unica vera invincibile forza: l'insurrezione. Però cadeste; e s'anche ora ricomincierete la guerra regia—ricordatevi ciò ch'io, palpitando per ira e dolore, vi dico—cadrete.

IV.

Le Nazioni non si rigenerano colla menzogna. Machiavelli, che i falsi profeti di libertà imitano da lungi e profanandone la sapienza, veniva a tempi nei quali Chiesa, principato e stranieri avevano spento un'epoca di vita italiana, e dopo aver tentato gli estremi pericoli per la patria e subìto prigione e tormenti per vedere se pur fosse modo di trarne scintilla d'azione, procedeva, Dio solo sa con quali fraintesi inconfortati dolori, all'autopsia del cadavere, a segnarne le piaghe, a numerare i vermi principeschi, cortigianeschi, preteschi che vi si agitavano dentro, e offeriva quello spettacolo ai posteri migliori ch'ei presentiva, come i padri spartani conducevano i giovanetti davanti all'iloto briaco perchè imparassero a fuggire la vergogna dell'intemperanza. E noi siamo all'alba d'un'epoca, commossi dall'alito della vita novella; e che mai potremo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de' malvagi a sfuggirle e deluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll'amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quando essi possono guardar securi dentro l'occhio delle nazioni e della propria coscienza e dire: la nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri; dico che la mortalità è l'anima delle grandi imprese, che l'inganno efficace a corrompere, a smembrare, a inceppare, e buono ai padroni, è impotente a muovere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono emanciparsi e rifarsi uomini; dico che per quanto s'esamini studiosamente la tradizione storica della umanità, nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea s'è incarnata, trionfando, nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s'è aggiunto allo sviluppo di una razza mortale per artificî machiavellici o reticenze gesuitiche. E dico che per averlo tentato noi abbiamo sparso inutilmente lagrime e sangue; e che fra tutte le pesti della misera Italia la più funesta e la più vergognosa è questa degli intelletti dalle vie oblique, dei machiavellucci d'anticamera e di consulte, degli uomini di Stato in trentaduesimo ai quali, negli ultimi due anni, è toccato in sorte di reggere la più bella, la più santa, la più grande impresa che fosse dato tentare ad uomini, la liberazione d'un popolo schiavo da secoli, la creazione d'una Italia, cioè d'una nazione che non può sorgere senza che la carta d'Europa si muti, senza che l'umanità s'indirizzi per nuove vie. Taluni fra coloro ai quali la linea retta non par la più breve e che preferiscono il sistema monarchico misto al repubblicano, per questo appunto che l'ultimo s'impianta sul principio semplice e chiaro della sovranità popolare e il primo sulla conciliazione dei tre inconciliabili elementi spettanti a tre epoche diverse, monarchico, aristocratico e democratico, sorrideranno. E sorridano, purch'io li disprezzi. Io so che la potenza di tutta quanta la loro dottrina politica si libra fra un armistizio Salasco e il dissolvimento d'un ministero Pinelli. La questione italiana soggiorna in ben altra sfera: nella sfera de' principî eterni, incancellabili, che assegnano a venticinque milioni d'uomini affratellati da Dio nella gloria, nel dolore, nella speranza, nelle tendenze, nella lingua, nella carezza dei canti materni, nell'alito che vien dal cielo, nell'aspirazione che s'inalza da una terra conterminata dall'Alpi e dal mare, una parte, una missione speciale nel moto progressivo della umanità: nella coscienza d'individui seguaci, a prezzo di vivo sangue del core, della verità e impavidi a sostenerla avvenga che può: negli istinti del popolo che non legge Machiavelli nè sa di ponderazione di poteri e di siffatte dottissime cose, ma procede, come il genio, per intuizione, sotto gli impulsi rapidi, concitati, impreveduti d'una vita collettiva concentrata ad azione, virtuoso sempre quando opera spontaneo e soddisfatto a scegliere tra il giusto e l'ingiusto, fra la religione del vero e l'ateismo di una falsa scienza inorpellatrice. Se la patria non è per noi una religione, io non intendo che sia.

V.

E il popolo italiano, più grande e più logico dei suoi dottori, ha sempre, lode a Dio, seguito la religione della patria e de' principî, non l'idolatria dell'opportunità o delle finzioni legali. Il nostro popolo cacciava il guanto di sfida all'Austria celebrando co' fuochi delle montagne l'insurrezione genovese del 1746, quando gli omiopatici della politica contendevano doversi vincere l'Austria colle vie ferrate e coi congressi scientifici: cacciava il guanto di sfida ai proprî governi colle sommosse, le manifestazioni di piazza, e le irruzioni nei conventi gesuitici, quando il conte Balbo e compagni insegnavano, nei dovuti limiti, il diritto delle supplici petizioni. Il nostro popolo trapiantava la questione, insorgendo in Sicilia, dall'arena delle riforme amministrative per concessione principesca a quella degli statuti politici, ossia dei patti fra cittadini e monarchi, quando i letterati che s'erano posti a capo dell'impresa italiana rabbrividivano alla sola idea d'una collisione violenta fra governanti e governati. Il nostro popolo inalzava feroce il grido di guerra all'Austriaco di sulle barricate lombarde e dalle lagune del Veneto, mentre gli uomini delle riforme, fatti per forza di cose cospiratori, diplomatizzavano per una iniziativa impossibile con re Carlo Alberto. E il nostro popolo griderà di bel nuovo la santa guerra, quando i cospiratori, rifatti diplomatici per cautela, andranno oltre sofisticando, come i Greci del basso-impero, sui termini della mediazione, su leghe ideali di principi che tremano l'uno dell'altro e tutti dei loro popoli, e sulle intenzioni probabili o possibili d'un governo che maneggia per agenti a Vienna, a Parigi, a Milano, la pace coll'Austria all'Adige e peggio: stolti che ignorano non esservi pace possibile tra l'Italia e l'Austria, dopo una insurrezione come quella del marzo, fuorchè segnata al di là dell'Alpi, nè speranza di conquistarla fuorchè colla guerra, abborrita dall'antiveggenza dei principi, che farà del paese un vulcano, del popolo intero un esercito, della nazione affratellata una coscienza di diritti inviolabili e di potenza.

VI.

L'Italia sembra in oggi ingombra di sêtte e di opinioni diverse, repubblicane, monarchiche, unitarie, federalistiche, ed altre; spettacolo doloroso, non insolito o fatale com'altri vorrebbe. A un popolo che versa in uno di quei momenti supremi che accennai cominciando, le forme del vero appajono sempre molte e distorte. Fra una tomba e una culla sta l'infinito. E noi balziamo a un tratto, come ogni popolo chiamato da Dio a grandi cose, dalla sepoltura d'un'epoca spenta al limitare d'un'altra nascente appena, che aspetta forse la prima parola da noi. Ma a chi ben guarda entro a questo caos foriero di una creazione, due soli partiti esistono: il partito che crede nel moto dall'alto al basso, e quello che intende la vita italiana non poter salire oggi mai che dalle viscere del paese alle sue sommità, dalla base della piramide al vertice: il principesco e il popolare: il partito moderato e il nazionale.