VII.

La fazione protea che s'andò intitolando, a seconda dei casi, dei moderati, dei riformisti, dei pratici, degli uomini dell'opportunità, e che io chiamerei fazione delle torpedini, dopo avere iniziato la propria carriera ajutando, fra il 1814 e il 1815, l'Austria a impadronirsi della Lombardia, e strisciato di tempo in tempo, ad ogni sciagura che feriva il principio d'azione, tra le nostre cospirazioni, sorse, quando appunto morivano i Bandiera per la fede repubblicana dell'unità nazionale, e dichiarò che bisognava conquistare non il governo, ma i governi d'Italia. Era il vecchio programma di federalismo monarchico del 1820 e 21, accresciuto da un ingegno, potente ma traviato, di una formola di filosofia religioso-politica, e peggiorato di tanto quanto il vecchio consecrava implicito nel fatto dell'insurrezione il diritto di sovranità popolare, e la nuova edizione, richiamandosi unicamente alle concessioni dei principi, lo cancellava. Pur nondimeno, dacchè trovò fautori quanti, per fiacchezza d'animo o di principî, disperavano di salvare il paese per altre vie—quanti per mediocrità d'intelletto, si cacciano corrivi dietro ad ogni sistema che trovi un ingegno facile a svilupparlo in molti e grossi volumi—quanti affascinati dalle guerre parlamentarie di quel periodo francese che fu chiamato meritamente la commedia dei quindici anni, erano presti a creder parte d'ingegno raffinato e sottile l'immoralità politica—quanti vagheggiavano opportunità di parere agitatori patrioti senza gravi pericoli—e quanti, per concetto falsato o calcoli d'egoismo o terrore delle stranezze che allignano, come in ogni parte, anche nella democratica, abborrono dal simbolo popolare—crebbe rapidamente in vigore, e, come avviene d'ogni sêtta potente per numero, giovò a suscitare le menti che intorpidivano nel silenzio, e schiuse, con un mezzo gergo di libertà, l'arena alle discussioni politiche confinate fino allora nel cerchio delle associazioni segrete o della stampa clandestina e vietata. Sorse, per disegno di provvidenza non avvertito finora e sul quale or non importa fermarsi, un papa di buone tendenze, di non forte intelletto, tentennante per natura, ma tenero di plauso popolare e voglioso di essere amato anzichè temuto dai sudditi: e i moderati, taluni, ch'io stimo ed amo, stanchi del vuoto e lieti del subito apparente affratellamento della religione colla politica, i più non credenti e ipocriti di cattolicismo com'erano di monarchismo, s'affrettarono a farne lor pro; inalzarono al valore di programma politico e nazionale un atto di clemenza locale reso inevitabile dalla condizione degli Stati romani, praticato quasi ad ogni mutamento di principe e dettato in termini poco onorevoli a chi largiva e a chi riceveva; idearono intenzioni recondite, crearono aneddoti, magnificarono, illusero, e trascinarono, tra il voglioso e l'attonito, il pontefice accarezzato, adulato, assordato d'evviva, sino allo schiudersi d'una via ch'ei non voleva, nè sapeva, nè poteva correre intera. Risorgeva dall'altro lato, forse per sospetto o gelosia di quell'uno, ad apparenze di liberalismo, un principe roso dall'ambizione, da terrori di gesuiti e di uomini liberi, da ricordi di sangue e da concetti perpetuamente intravveduti e smarriti, ed essi, a prepararsi un appoggio sul principio ghibellino dove il guelfo mancasse, lo ricinsero alla sua volta di lodi non sentite, di promesse, di seduzioni; lo bandirono iniziatore d'un'êra d'incivilimento italiano, e convertirono sfrontatamente ogni riformuccia strappata non dalle loro adulazioni, ma dal fremito popolare, in un passo gigantesco verso l'adempimento d'una idea ch'egli per debito e pietà di sè stesso avrebbe dovuto incarnare tre lustri innanzi, che gli era stata affacciata e ch'egli aveva ricacciato lungi da sè con dispetto e paura. Altri piaggiava al gran duca; altri—Dio perdoni i codardi—al Borbone di Napoli: taluni insinuavano che un po' di opposizione legale e pacifica avrebbe ridotto il padrone a sensi di padre nel Lombardo-Veneto, e che l'Austria avrebbe reso comportabile il dominio usurpato, fino al giorno, vaticinato dal conte Balbo, in cui la cessione di qualche terra ottomana avrebbe quetamente emancipato l'Italia dal teutono. Vergogna eterna d'uomini profanatori del concetto italiano, ed anche di voi, o giovani, che vi lasciaste allettare da quelle vocine d'eunuchi: se non che voi lavaste la colpa nelle battaglie del marzo e laverete, ho fede, i più recenti errori con altre battaglie: essi durarono e durarono incorreggibili. Io non credo s'udisse mai linguaggio stampato di tanta bassezza, di tanta stolida adulazione in bocca di gente che dicevasi libera e pretendeva far libero altrui[99]. Bastava esser principe per essere battezzato rigeneratore: cinger corona perchè fosse in serbo nel capo che la portava una parte d'iniziativa nei fati dell'Italia redenta; e tutte quelle corone, abbominate pochi dì prima e grondanti ancora di pianto di madri e sangue di martiri, dovevano congiungersi, ordinarsi a piramide sotto il triregno, splendide di novello incivilimento all'Europa; e leghe, diete anfizioniche, primati intellettuali e civili scaturivano, ogni giorno, come sogni d'infermo, dalle penne dei novellatori della fazione. I buoni si coprivano per rossore la faccia e ringraziavano Iddio perchè la lingua italiana, scaduta colla monarchia, sia in oggi men nota che non nel passato alle nazioni straniere. I tristi, che facean coda al partito e invadevano il giornalismo, incensavano i capi, sistematizzavano in menzogna periodica ciò che in parecchi de' primi non era se non tranquilla utopia, insolentivano con quei che sprezzavan tacendo, e rinegando ogni pudore di cittadini, chiedevano arrogantemente agli uomini che avevano, nelle associazioni segrete, serbata intatta la tradizione del pensiero italiano: che avete voi fatto?

VIII.

Che avete voi fatto?—Ah! se da una di quelle sepolture che gli Italiani cospargevano pochi anni innanzi, benedicendo e sperando, di fiori, avesse potuto sorgere Menotti, Attilio Bandiera, Anacarsi Nardi, un di quei tanti che posero rassegnatamente la vita sotto la mannaja del carnefice per la salute d'Italia, egli avrebbe risposto per tutti: «Ingrati! noi abbiamo, colle fatiche e col sangue, educato la bella pianta intorno alla quale voi strisciate in oggi, come il verme intorno alla rosa. Abbiamo, dopo il 1814 quando voi, moderati, tradivate le speranze dell'esercito italiano fremente di dover cacciar nel fango a' piedi dell'Austria le memorie di venti battaglie, preparato, noi, uomini del partito nazionale nelle nostre vendite e sotto leggi di morte, la protesta solenne del 1820 e 21, che prima rivelò all'Europa il voto italiano e avrebbe più fatto se inframmettendovi nelle nostre file voi non aveste sottoposto l'esito dell'impresa alla diserzione d'un principe. Abbiamo, nel 1831, provato all'Italia e all'Europa che una bandiera nazionale spiegata al vento in Bologna si trascinava dietro colla rapidità dell'annunzio trasmesso a tutte quante le popolazioni del centro della penisola, senza che in una terra, solcata con lungo studio di corruttele sacerdotali e di masnadieri assoldati, una sola voce s'alzasse in favore dell'autorità minacciata del vecchio papa. E quando voi, saliti per bontà inesperta de' giovani, al governo dell'insurrezione, la perdeste codardamente, dichiarando che non si doveva nè si poteva combattere se non coll'armi straniere, noi raccogliemmo devoti nelle nostre congreghe il pensiero abbandonato in Ancona, vincemmo, insistenti, lo sconforto che s'era insignorito degli animi, e lo riconvertimmo operosi in fremito di minaccia. Così, noi col morire e i nostri fratelli per lunga vita affannata di persecuzioni, delusioni e calunnie, pur devota a un'unica o santa idea, conservammo ai giovani, suprema fra tutte virtù, la costanza, facemmo caro e onorato il nome d'Italia, tra gli stranieri, traemmo dai moti locali, legando in uno uomini di tutte le parti del bel paese, l'aspirazione all'unità, il culto della patria comune; confortammo di principî inconcussi gli istinti generosi che affaticavano le moltitudini, sollevando, noi primi, quella bandiera di pubblicità che rivendicate, predicando a tutti che dovessero essere a un tempo cospiratori ed apostoli. Senza noi, senza le nostre agitazioni del 1843, senza il nostro martirio, voi non avreste avuto un papa che intese, comunque per brevi giorni, unica speranza di vita riposata, per lui essere oggimai il dare o promettere soddisfazione a' bisogni dei sudditi. Senza noi, senza la continua nostra minaccia di peggio ai governi, voi non avreste oggi la libertà omiopatica che vi concede insultarci e che non è, voi lo sapete, se non concessione. Voi tacevate quando i nostri morivano. Sorgeste, come pianta parassitica all'albero della libertà, sull'opera nostra. La nostra lotta ha data dal 1814, dal giorno in che l'Austria rimise piede su terra lombarda; e voi v'ordinaste a partito tre anni sono quando appunto il nostro lavoro e i tentativi provocati da noi vi dimostrarono che l'opinione nazionale era, in Italia, giunta sino ad esser potenza e v'illusero a credere che quella opinione potesse—voi direste salire,—io dirò scendere sino al core d'un re.»

IX.

Queste cose e ben altre noi avremmo potuto rispondere agli accusatori imprudenti: noi potevamo provare ch'essi, non tutti ma pressochè tutti, mentivano egualmente ai principi e ai popoli. Ma che importava a noi della nostra e della loro meschina persona? Profondamente convinti che senza moralità politica non si rigenera un popolo, potevamo forse ingannarci nell'altra nostra credenza che nè papa nè re potesse oggimai dar salute all'Italia; e tanto bastava perchè tacessimo. Tacemmo dunque. Il tempo maturava ben altra risposta che quella che avremmo potuto dar noi.

X.

Ogni giorno dava una mentita all'utopia monarchico-costituzionale dei moderati. La repubblica, non desiderata, impossibile, dicevano, nelle presenti condizioni d'Europa, sorgeva in Francia e vinceva. I principi che dovevano, in Italia, rifarci l'età dell'oro, indietreggiavano. Le leghe annunziate come imminenti dai politici d'anticamera non si stringevano. Il papa rigeneratore del mondo non s'attentava di rigenerare la curia di Roma, s'irritava delle esigenze modestissime de' suoi lodatori, dichiarava di non voler detrarre un menomo che dall'autorità irresponsabile degli antecessori, lasciava che corresse nella Svizzera sangue di cittadini per mano di cittadini anzichè proferire il richiamo de' gesuiti. La questione di libertà si scioglieva in Sicilia coll'armi; e poi che rappresentanza italiana non esisteva nè poteva esistere dove i monarchi erano dichiarati tutti intangibili, l'isola si separava dal regno. La Toscana e il Piemonte inoltravano sulla via; ma a balzi, per virtù di sommosse, per moto popolare dal basso all'alto. E la questione lombarda sorgeva ogni giorno più minacciosa, più urgente a chiedere soluzione non di parole, ma d'armi. Armi regie o di popolo? I moderati, da pochi in fuori che antivedevano e predicavano—anche coll'Austria!—l'opposizione legale, sentirono che a salvare la causa del progresso regio in Italia, era indispensabile che la monarchia si facesse iniziatrice d'emancipazione nazionale, e decretarono Carlo Alberto spada d'Italia e liberatore magnanimo del Lombardo-Veneto. I capi dell'aristocrazia lombarda vecchia e nuova s'unirono co' faccendieri di Piemonte, perchè s'avverasse il decreto, da un lato a impedire che il fremito della gente lombarda non prorompesse in azione, dall'altro a spingere con messi, segretari intimi, offerte e promesse, il re all'invasione. A vederli, a udirli in que' tempi e pensare che agenti e raggiri siffatti provvedevano, nella mente dei più, a fare che una Italia libera fosse, correva il pensiero a uno sciame d'insetti brulicanti fra' velli della criniera del leone.

XI.

Il leone, il popolo, si scosse e ruggì. Ruggì spontaneo, fidando nella propria potenza. E il ruggito fu tale che gli Austriaci impauriti, tremanti, s'appiattarono nelle fortezze. La vittoria era consumata, quando Carlo Alberto, per non balzare dal trono, varcò il Ticino. E dietro a lui, per non perdere l'utopia, lo sciame dei moderati.