XIII.

Al popolo toccherà di rifare il ponte co' proprî danari e col proprio sangue. Agli uomini del partito nazionale tocca fin d'ora insistere col popolo perchè impari questa verità troppo spesso dimenticata: che una nazione non si rigenera se non con forze proprie, col sudore della propria fronte, con lunghi sacrificî e coscienza profonda del proprio diritto e del proprio dovere.

Io chiamo uomini del partito nazionale tutti coloro i quali non avendo, per fini privati, venduto l'ingegno e l'anima a un ministero, a una sêtta, a un principe o a una casa regnante—non presumendo che sotto il loro piccolo cranio covi più senno o alberghino più diritti che non nei venticinque milioni d'uomini nati a progredire, ad amare, a sperare, a combattere in questa terra italiana—credono religiosamente anzi tutto nella nazione e nella sua sovranità, e ordinano i loro pensieri, i loro atti, il loro apostolato a far sì che il paese, libero tutto e sottratto ad ogni influenza frazionaria, viziosa, immorale, decida in modo legale e con esame maturo delle proprie sorti. E a questo partito appartengono—m'incresce non aver trovato prima occasione di dirlo—molte anime pure e caldissime d'amor di patria che appartennero ai moderati, sia perchè stimavano necessario al nostro popolo un certo periodo d'educazione politica che lo destasse dal sonno in che si giaceva, sia perchè, soverchiamente tementi del nemico straniero e dei vecchi nostri dissidî, intravedevano in Carlo Alberto l'unificatore di tutta Italia. I primi sentono ora che il popolo è desto ma corre rischio d'esser travolto dall'educazione gesuitica di quel partito in un sonno peggiore del primo; i secondi hanno con amarezza scoperto che la voce unione in bocca a' loro colleghi suonava tutt'altro che avviamento a unità e che ad ogni modo il loro idolo non era da tanto.

Dico che il paese è oggi desto e fuor di tutela; e che, se ciascuno di noi ha non solamente diritto, ma debito di proporgli scrivendo e parlando l'adozione del principio ch'ei crede vero, nessuno ha diritto d'imporgli o di sedurlo con mezzi artificiosi di promesse o terrori ad adottare senza esame deliberato una forma di governo, un sistema, un'idea preconcetta. Quando tutta Italia era schiava, e la libera parola era vietata e il pensiero, che Dio ha messo nelle viscere di questa terra e che un giorno la farà grande, si giaceva per mancanza assoluta di comunione, ignoto al suo popolo, gli uomini che soli nel silenzio comune osavano dire all'Italia: Sorgi e sii grande! avevano diritto di farsene interpreti, di trarre dallo studio della tradizione nazionale e dalla propria coscienza la definizione di quel pensiero e scriverlo risolutamente sulla loro bandiera e dire al popolo: In questo segno tu vincerai—salvo al popolo di consecrarlo o mutarlo, vinto il nemico: oggi no. Il pericolo più grave d'una insurrezione che non poteva iniziarsi se non da pochi era allora quello di non aver bandiera alcuna e di travolgere un popolo, suscitato a un tratto da un sonno di morte alla più alta intensità di vita possibile, in una anarchia senza nome impotente a vincere lo straniero. Oggi il popolo è da qualche anno svegliato: ha potuto guardarsi attorno e scendere a interrogare la propria coscienza: vive in più parti d'Italia di una vita ben più potente di quella che s'elabora nell'aule o nell'anticamere dei potenti: ha conquistato nella Lombardia, in Venezia, in Sicilia, in Bologna, in Livorno, in Genova e altrove, tra le barricate o in quelle manifestazioni che i liberali patrizî chiamano sdegnosamente di piazza e alle quali devono quel tanto di libertà ch'esiste fra noi, il battesimo di sovranità; e saprebbe, cogli istinti suoi logici, col senso diritto che distingue le moltitudini e colla scorta delle sue tradizioni, trovarsi facilmente la buona via, purchè i suoi dottori e gl'inventori delle alte e delle basse Italie volessero lasciarlo in pace. Ei sarebbe forse a quest'ora libero d'ogni peste croata, se i facitori di piani e le strategiche regie non gli avessero fatto tacere la campana a stormo e guasto la sua guerra d'insurrezione.

Gli esuli repubblicani—ed è un altro fatto che la calunnia non potrà cancellare—intesero primi e soli questo diritto inviolabile di sovranità nazionale. Dissero che al paese, ridesto una volta ed in moto, spettava l'iniziativa, a noi tutti studiarne, ajutarne e migliorarne le ispirazioni. La Giovine Italia fu sciolta. L'Associazione nazionale fondata. E dal programma dell'Associazione sino al proclama di Val d'Intelvio il solo grido ch'essi abbiano messo fu: guerra e sovranità del paese.

XIV.

Guerra e sovranità del paese. Ogni altro grido—quando non sia d'individuo che tenti pacificamente persuadere ciò che gli sembra vero ai suoi fratelli di patria—è usurpazione e semenza di danni. Scrivete libri di cinquecento pagine e più se v'aggrada, per provare ai vostri concittadini che la missione italiana sta nell'ordinarsi al federalismo della Svizzera e al monarchismo costituzionale della Spagna o dell'Austria; noi scriveremo pagine a ricordar loro che senza unità non v'è missione, nè forza, nè concordia durevole; a ricordar loro la tradizione della democrazia repubblicana in Italia, la storia della discorde impotenza svizzera e le cento delusioni della corrotta decrepita monarchia. Ma non fondate circoli o associazioni federative sotto l'egida del monarcato, se non volete che noi fondiamo circoli e associazioni con programmi dichiaratamente repubblicani. Non convocate congressi con programma determinato, quando non avete mandato dal vostro popolo. Non annunziate diete che decidano innanzi tratto, col solo fatto della loro esistenza e per la natura degli elementi che voi chiamereste a comporle, le questioni le più vitali al nostro risorgimento, quelle che s'agitano tra il federalismo e l'unità, tra la monarchia e la repubblica. Noi non conosciamo che un solo padrone nel cielo, Dio; un solo sulla terra, ch'è il popolo: il popolo, che ha sparso e dovrà spargere il proprio sangue a riconquistarsi libera e grande questa terra che Iddio gli diede, ha pur diritto di governarsi a sua posta.

E questo programma, solo legale, solo che possa dirsi non intollerante, non esclusivo, noi lo spiegammo primi e lo manterremo. Noi non tradimmo programmi di neutralità solennemente giurati: la nostra parola è la stessa d'ieri. Noi non capitolammo col nemico: Garibaldi e d'Apice non attraversarono pacificamente la Lombardia con fogli di via segnati di un nome di generale straniero; portarono seco, cedendo alla forza, la bandiera italiana, liberi di ripiantarla sul primo giogo, nella prima valle, dove suonasse il grido di viva Italia!

XV.

Noi scrivevamo in Milano, nel programma dell'Italia del Popolo: «Dov'è l'assemblea costituente, sola legittima interprete del pensiero di un popolo?»