E il 27 dello stesso mese: «Se chi proferì primo in questa Italia sconvolta la parola di dieta italiana avesse detto Assemblea nazionale costituente italiana, la questione che affatica in oggi per vie diverse le menti, sarebbe stata posta sulla vera e unica via che può condurre a scioglimento pacifico, legale, solenne, il nodo de' nostri futuri destini. Volete tutti che un'Italia sia? Dica l'Italia come vuol essere e sotto quali forme la vita nazionale che Dio le comanda deve emergere rappresentata a tutti i suoi figli e ai popoli dell'Europa.... Sorga e s'accolga in Roma non una dieta, ma l'Assemblea nazionale costituente italiana, eletta, non per divisioni di Stati esistenti, ma con eguaglianza di circoscrizioni, e con una sola legge elettorale, dall'università dei cittadini d'Italia. Preparino gl'ingegni a questa le vie. S'interroghi il paese sui proprî fati. Fino a quel giorno, voi rimarrete, checchè concertiate, nel provvisorio.»
E il 12 giugno: «Non v'è nè può esservi che una sola metropoli, Roma. Non v'è nè può esservi che una sola costituente: L'Assemblea nazionale costituente italiana.»
Ed io cito queste linee a provare come i repubblicani, rimproverati continuamente d'intolleranza da chi non ricusa combattere coll'arme sleale della calunnia, curvassero primi la fronte, anche quand'altri violava sfrontatamente le sue promesse, davanti la maestà popolare. Ma chi fu giusto mai coi repubblicani? Non affermava il conte Balbo nel suo libro delle Speranze d'Italia che gli unitarî della Giovine Italia volevano le repubblichette del medio evo?
XVI.
Il moto che segretamente dal 1815 in poi, e palesemente da tre anni, agita la nostra contrada, è moto nazionale anzi tutto. E dicendo nazionale io non intendo moto puramente d'indipendenza, riazione cieca e senza nobile intento di razza oppressa contro una razza straniera che opprime. Nel XIX secolo, la voce nazione suona ben altro che una emancipazione di razza. Il grido di Viva Italia! che i Bandiera e i loro fratelli di martirio in Cosenza cacciarono lietamente morendo, era grido di libertà: grido religioso d'unione, di nuova vita, di affratellamento fra quanti popolano questa terra divisa e fatta impotente da tirannidi straniere e domestiche. Quel grido fu raccolto dai milioni, e le agitazioni degli ultimi tre anni ne sono il commento. Il popolo vuol essere una famiglia: famiglia potente di vita collettiva, di bandiera propria, di leggi comuni, di nome, di gloria, di missione riconosciuta in Europa. Idoli suoi, meritamente o no, sono tutti coloro che dovrebbero o potrebbero più facilmente dargli una patria: nemici suoi quanti ei considera, a torto o a ragione, avversi a questo pensiero, a questo suo supremo bisogno. Tutte le parole, tutti i programmi che i falsi profeti gli han messo da tre anni innanzi ebbero il suo plauso perchè gli dissero che dovevano fruttargli la patria; poi passarono rapidi come speranze deluse; e la sola parola, il solo eterno programma ch'ei va ripetendo, è quello di Italia; chi non intende questo ch'io dico non intende popolo, nè storia, nè provvidenza. L'Italia vuol essere.—Noi siamo in aperta rivoluzione; e questa rivoluzione, che si compirà checchè avvenga, e muterà la carta e le sorti d'Europa, è innanzi tutto una rivoluzione nazionale.
Ogni rivoluzione ha un elemento nuovo, una forza propria, una leva speciale corrispondente allo scopo che deve raggiungersi. Una rivoluzione nazionale può iniziarsi da chicchesia; ma non può compirsi che da un'Assemblea nazionale.
E quest'Assemblea non può escire legittima ed efficace che dall'elezione popolare: eletta da governi o da Stati, non potrebbe rappresentare che il vecchio principio, più o meno modificato, di smembramento contro il quale il paese s'agita e s'agiterà:—non può aver limite il mandato, perchè ogni mandato chiamerebbe, più o meno, i vecchi poteri, contro i quali il paese è commosso, a decidere le condizioni della nuova vita cercata.
L'Assemblea nazionale non può dunque essere che costituente. Dove nol fosse, l'agitazione non soddisfatta ricomincerebbe il dì dopo.
Non v'è che una Italia. L'Italia del nord, le tre Italie, le cinque Italie, sono bestemmie di sofisti o trovati di politica cortigianesca condannati dal nascere all'impotenza.