Il popolo d'Italia intende costituirsi in nazione: cerca una forma di nazionalità che più convenga ai suoi futuri destini in Europa; e questa forma non può escire che dal voto di tutti, non può sancirsi accettata da tutti e durevole fuorchè da una Assemblea costituente italiana. La parola proferita, con autorità di potere, da Montanelli e Guerrazzi avrà presto o tardi adesione, non dai principi, ma dai popoli di tutta Italia. La scienza politica d'un popolo che si rigenera è semplice; i sofismi e i trovati cortigianeschi non prevarranno lung'ora.

E s'anche la costituente italiana decreterà monarcato e federalismo, noi, repubblicani unitarî, non rinegheremo ciò ch'oggi diciamo. Deploreremo immaturi i tempi e ineguali gl'intelletti al concetto che solo può svolgere la terza Italia, l'Italia del Popolo; rivendicheremo, come s'addice a uomini liberi, diritto di pacifica espressione alle nostre dottrine; ma rispetteremo la monarchia ringiovanita per battesimo popolare e la federazione escita dal libero voto della nazione. Avremo almeno una patria. Oggi non abbiamo che cadaveri di monarchie, governucci inetti o tirannici, e gran parte della nostra terra in mano dell'Austria.

XVII.

In mano dell'Austria! È parola questa, o giovani, che suona insulto a noi tutti, e non dovrebbe lasciar nell'anima vostra campo a pensieri fuorchè di guerra nè a me conceder parole fuorchè di guerra. La terra lombarda è schiava. Il croato ride stolidamente feroce in Milano dei nostri libri, dei nostri circoli, del nostro cinguettìo di sofisti. Libertà! Noi non possiamo, non che applicare, intendere, proferir degnamente la santa parola col marchio dell'impotenza e della schiavitù sulla fronte. Noi non possiamo avere, non meritiamo costituente, nè patria, nè diritti, nè nome d'uomini, finchè la nostra bandiera non sventoli, terrore ai nemici e pegno di salute pei figli alle nostre madri, sull'Alpi.

Io non so se il lungo esilio testè ricominciato, la vita non confortata fuorchè d'affetti lontani o contesi, e la speranza lungamente protratta e il desiderio che incomincia a farmisi supremo di dormire finalmente in pace, dacchè non ho potuto vivere, in terra mia, m'irritino, e nol credo, l'anima nata ad amare e per lunga prova incapacissima d'odio; ma so che, perchè noi potessimo dirci degni di libertà, questo grido di guerra all'Austria! dovrebbe essere oggimai la giaculatoria del credente nella patria, la voce per la quale, dentro e fuori del paese, l'italiano si riconoscesse d'una terra coll'italiano, il motto di comunione che corresse da un capo all'altro della penisola ed oltre, potente e rapido come il fluido che alimenta sotterraneo i nostri vulcani, sì che ne escisse tremoto, e le passioni sobbollissero come lava, e l'Etna in eruzione rimanesse simbolo convenevole agli sdegni e al levarsi d'Italia. Vorrei che come i leggendarî dei secoli cristiani cominciavano e finivano tutti colla formola: «Nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito,» così nessun scrittore toccasse la penna in Italia se non cominciando e finendo colla formola: In nome della patria e dei nostri martiri, sia guerra all'Austria. Vorrei che le fanciulle italiane, comprese dell'onta sofferta per mano dei barbari dalla donna italiana, rammentassero col bacio di fidanzata ai loro promessi: ricordate e vendicate le fanciulle di Monza. Vorrei che, come i romiti della Trappa non s'incontrano senza dirsi l'un l'altro: fratello, bisogna morire, i giovani d'Italia non s'incontrassero per le vie, nei teatri, nei circoli, senza dirsi: fratello, bisogna combattere; tu ed io viviamo disonorati.

Perchè, è forza il dirlo, noi viviamo disonorati: disonorati, o giovani, in faccia a noi stessi, in faccia all'Austria, in faccia all'Europa. Nessun popolo in Europa, dalla Polonia in fuori, soffre gli oltraggi che noi soffriamo; nessun popolo sopporta che una gente straniera, inferiore di numero, d'intelletto, di civiltà, rubi, saccheggi, arda, manometta ferocemente a capriccio un terreno non suo; trascini altrove, colla coscrizione, a farsi complici di delitti e stromenti di tirannide, giovani non suoi; contamini di violenze, di battiture donne non sue: uccida per sospetto o disonori col bastone cittadini di patria non sua. E nessun popolo—io lo dirò comechè suoni ingratissimo a me che scrivo e a quanti mi leggono—nessun popolo ha più di noi millantato odio al barbaro, valore italiano, potenza di desiderio, e furore d'indipendenza. Da noi uscirono bandi grandiloqui, discorsi pomposi di memorie del Campidoglio, d'aquile romane e di conquiste mondiali, tanti da incendiarne gli accampamenti nemici, e centinaja di gazzette, libri e libercoli a tritare lo stesso tema di minaccia impotente, e migliaja d'inni di guerra e milioni d'urli e grida di Viva Italia e di morte agli Austriaci, nei banchetti, su pe' teatri, in convegni di piazza. Tra noi escì, acclamata, commentata, messa in cima ai giornali, come guanto cacciato solennemente all'Austria in faccia all'Europa, la parola: l'Italia farà da sè: parola santa fin dove si tratti d'indipendenza, perchè ogni popolo deve conquistare con forze proprie il proprio nome, il proprio titolo a rappresentare una parte pel bene comune nella grande associazione delle nazioni; ma volgente al ridicolo quando quei che l'hanno proferita non fanno, per conto d'Italia, che armistizî, capitolazioni e raggiri di mediazione. E la Polonia, ch'io citai dianzi, affranta da lunghe battaglie e da sagrificî senza esempio, priva d'ogni libertà di parola, di convegni, di stampa, vuota d'armi e senza un palmo di terreno sul quale essa possa riprepararsi a combattere, non può finora che ordinar congiure e lo fa; ma noi fummo in armi: siamo in armi; e la nostra parola, accetta o invisa ai governi, guizza da un capo all'altro d'Italia, il nostro pensiero s'esprime con nessuno o con poco pericolo in piazze gremite di popolo, tumultua alle porte di parlamenti dove si parla—tranne da qualche ministro—la nostra favella, splende a programma sulle coccarde dei nostri cappelli. E nondimeno quel programma, programma d'indipendenza e di guerra all'Austria, si consuma in suoni vuoti di senso, e giace, lettera morta, alle porte di quei parlamenti, al limitare delle anticamere ministeriali; nondimeno, quella parola l'Italia farà da sé suona parola meritamente schernitrice sulla bocca dei ministri di Francia nei loro colloquî cogli inviati italiani: meritamente, dico, perchè tra quegli inviati che chieser ajuto fraterno e si rassegnano umiliati alla mediazione sono gli inviati di quel governo, or rimpicciolito a consulta, che ricusò, sprezzando, le profferte dei volontari francesi dicendo non averne bisogno; sono gli inviati del re che primo proferiva l'orgogliosa parola. Intanto, a ogni lagno, a ogni annunzio di protocolli futuri, ci giunge dal suolo lombardo, risposta dell'Austria, l'eco di qualche fucilazione!

«I Francesi fucilano in Madrid i nostri fratelli.» Io ricordo che queste parole, firmate e diffuse dall'alcade di Mosteles furono, nel 1808, il segnale di quella guerra di popolo che consunse il fiore degli eserciti di Napoleone, emancipò la Spagna e segnò la curva discendente all'impero.

XVIII.

Noi vorremmo; ma i nostri governi non vogliono. In nome di Dio sorgete e rovesciate i governi. Non avete oggimai esaurito ogni via per indurli? Non vi siete voi trascinati per essi, con sommessione e inudita credulità, d'illusione in illusione, di sogno in sogno? Non avete bevuto il calice d'umiliazione sino alla feccia? Il governo che rifiuta oggi far guerra all'invasore straniero è governo straniero. Trattatelo come tale. Intendo che tolleriate, se non vi sentite maturi per darvi leggi, un governo tirannico; non uno che sia tirannico e vile. Voi potete sagrificare per alcuni anni la libertà, la vittoria d'un'idea; ma non per un giorno l'onore. Un popolo non deve, non può rassegnarsi ad esser creduto dagli stranieri millantatore e codardo.

Ma se la forza delle abitudini è tanta in voi che, anche sprezzandoli, voi non sapete rovesciare i governi che vi disonorano:—se la funesta addormentatrice parola escita dall'aristocrazia liberale dei vostri maestri, la causa della libertà doversi disgiungere da quella dell'indipendenza, ha solcato l'anima vostra di solco così profondo che tre anni di tradimenti e sciagure non bastino a cancellarlo: lasciate da banda i governi e fate da voi. Redimete, perdio, la vostra bandiera. Riunitevi, associatevi, operate. Traducete in fatti il pensiero. Fate della penisola un arsenale, una cassa, un campo di militi per la crociata. Fondate in ognuna delle vostre città una Giunta d'insurrezione. In ognuna delle vostre città, in ognuna delle località importanti che ne dipendono, aprite un registro che accolga i nomi di quanti opinano per la liberazione della terra ove nacquero dallo straniero che la contrista; e ad ognuno di quei nomi corrisponda una offerta mensile, una promessa di danaro e di sangue; se il nome è di donna, un numero di coccarde e cartucce; le donne sono gli angioli di questa terra e il tocco delle loro mani le benedirà. Dovunque molti fra voi si raccolgono a mensa d'amici, sia promossa una colletta per la cassa della nazione. Ogni viaggio, impreso per diporto o per altro, diventi una missione d'apostolato per la santa causa. Movete da tutti i punti a ricordare alle vostre milizie come siano schernite, inerti e ingloriose ne' paesi stranieri, a ricordare alle milizie lombarde di qual gemito geme la loro contrada, e qual debito d'iniziativa spetti ai loro drappelli. Chiedete a voi stessi—lasciate ch'io vi ripeta la parola che or mesi sono vi dissi—chiedete a voi stessi ogni giorno al sorgere: Che farò oggi io per la mia patria? ogni notte apprestandovi al sonno: Che ho io fatto oggi per la mia patria? E sia per voi giornata perduta, notte inquieta di rimorsi e nuove promesse d'attività quella in che voi non troverete da segnare un servizio anche menomo reso al paese. L'insistenza è il genio d'un popolo: abbiatela e siate grandi. Il vostro servaggio dura da più di tre secoli: insistete in vita operosa per tre mesi e sarete grandi.