«La perdita de' suoi fratelli maggiori, le frequenti e pericolose infermità della madre ch'egli, riamato, amava perdutamente, e più altre cagioni, non gli avean fatto conoscere la vita fuorchè pel dolore. Squisitamente, e quasi direi febbrilmente sensibile, ei ne aveva raccolto una mestizia abituale che s'inacerbiva di tempo in tempo a disperazione d'ogni cosa. E nondimeno, non era in lui vestigio alcuno di quella tendenza a misantropia, che visita sovente le forti nature condannate a vivere in terra schiava. Aveva poca gioja degli uomini, ma li amava: poca stima dei contemporanei, ma riverenza per l'uomo, per l'uomo come dovrebbe essere e come un giorno sarà. Forti tendenze religiose combattevano in lui lo sconforto che gli veniva da quasi tutti, e da tutto. La santa idea del Progresso, che alla fatalità degli antichi e al caso dei tempi di mezzo sostituisce la Provvidenza, gli era stata rivelata dalle intuizioni del core fortificate di studî storici. Adorava l'ideale come fine alla vita, Dio come sorgente dell'Ideale, il Genio come suo interprete quasi sempre frainteso. Era mesto, perchè sentiva la solitudine di chi sta innanzi, e non vedrà vivo la terra promessa: ma era abitualmente tranquillo, perch'ei sapeva che il fine della nostra esistenza terrestre non è la felicità, bensì il compimento d'un dovere, l'esercizio d'una missione, anche dove non vive possibilità di trionfo immediato. Il suo sorriso era sorriso di vittima, pur sorriso. Il suo amore per l'Umanità era, come l'amore ideale di Schiller, un amore senza speranza individuale, ma era amore. Ciò ch'ei pativa non esercitava influenza sulle sue azioni.

«

«Jacopo comprese, dai primi cominciamenti della persecuzione, ch'egli era perduto, e aspettò con serena fermezza i proprî fatti. Avvertito dell'ordine dato per imprigionarlo, non volle sottrarsi. A chi insisteva con lui rispose che chi aveva spinto altrui nel pericolo, dovea soggiacergli primo. Preso, e tormentato d'interrogatorî, rispose con un muto sorriso. Bensì minacce terribili e l'artificio citato delle rivelazioni falsificate e il linguaggio insidioso d'un Rati Opizzoni, auditore, lo ridussero a tale da fargli temere ch'ei forse cederebbe un dì o l'altro. E allora risolse d'uccidersi. Io credo il suicidio atto colpevole come la condanna a pena di morte. La vita è cosa di Dio: non è concesso abbandonare il proprio posto quaggiù, come non è concesso rapire ad alcuno la via di ripigliarlo, quando per colpa s'è abbandonato. Ma nel caso di Jacopo, parmi che il suicidio s'inalzi all'altezza del sagrificio. È l'atto d'un uomo che dice a sè stesso: quando il tuo occhio sta per peccare strappalo; quando per tristizia degli uomini tu ti senti minacciato di cedere ai suggerimenti del male, getta via la tua vita; e piuttosto che peccare contr'altri, poni sull'anima tua un peccato contro te stesso. Dio è buono e clemente. Egli t'accoglierà sotto la grande ala del suo perdono.» Da alcune pagine inglesi mie nel People's Journal, maggio, 1846.

[29] Vedi preliminari della sentenza del 13 giugno contro Rigasso, Costa e Marini.

[30] E basti un unico esempio. Vochieri supplicò che si mutasse la via per la quale ei doveva andare al supplizio, e che passava sotto la casa ov'erano la moglie incinta, la sorella e due figliuoletti. Ebbe rifiuto. La sorella impazzì. Galateri volle essere presente all'esecuzione.

[31] Da quel giorno ha data la mia conoscenza di lui. Il suo nome di guerra nell'Associazione era Borel.

[32] Credo in novembre. Riproduco qui una lettera ch'io scrissi nell'ottobre del 1856 a Federico Campanella e ch'ei pubblicò nell'Italia e Popolo. Il fatto che ne è argomento spetta a questo periodo. Scrissi quella lettera richiesto, perchè se da un lato ho sempre sprezzato calunnie e calunniatori, non ho mai dall'altro ricusato di dire il vero quand'altri lo chiese. Il Gallenga aveva, in una sua Storia del Piemonte, narrato il fatto intorno al quale io aveva sempre taciuto, soltanto dissimulando che il fatto era suo e lasciando credere ch'io lo avessi inspirato e promosso più che non feci. Quindi le inchieste.

[33] Da un mio articolo nella Jeune Suisse, numero del 30 marzo 1836. Le considerazioni espresse in quell'articolo erano le stesse che dirigevano il mio lavoro nel 1834.

[34] Anche il Cristianesimo non contemplò nella sua dottrina che l'individuo; e trapassò fatalmente per le due fasi logiche alle quali io accennava in quell'articolo. Nella prima epoca della sua vita, il Cristianesimo fu, quanto alla parte terrestre del problema dell'Umanità, rassegnato, inerte, contemplatore: nella seconda, quando volle assumersi di risolvere quel problema, fu—nel sublime ma inefficace tentativo di Gregorio VII—dispotico—(1862).

[35] Il sorgere a vita della Russia ha superato, quanto al tempo, le mie previsioni e le altrui: e l'influenza decisiva che ogni suo moto esercita su tutta quanta l'Europa è innegabile. E nondimeno, quanto all'ordinarsi dei varî gruppi della famiglia Slava, credo tuttavia che la maggiore e più diretta influenza sarà esercitata dal surgere della Polonia.