Sire, non vi lasciate illudere dai cortigiani. Essi vi dipingeranno lo stato queto al di dentro, sicuro al di fuori. Essi mentono al re; voi passeggiate sopra un vulcano. Guardatevi intorno; scendete nel vostro cuore. Voi non potete fidar nel presente; voi siete incerto dell'avvenire. Voi avete a temer di tutto e da tutti; non avete speranza che in voi medesimo; non potete aver salute che in una forza fisica e morale dipendente dall'opinione.

Or, come conquisterete voi l'opinione? Come farete a non conculcare il popolo inalzando d'un grado l'aristocrazia, e a non irritare l'orgoglio dell'aristocrazia mescolando il popolo ne' suoi ranghi, e ne' suoi favori? Come farete a sradicare gli abusi, e a non crearvi nemici implacabili tutti coloro, e son molti, che ingrassano negli abusi? Sperate compensar l'odio loro coll'amore delle moltitudini?—Gli amori delle moltitudini sono brevi e mutabili, quando non poggian sopra qualche cosa di determinato e di certo, che vegli perenne alla loro tutela, che parli ai loro sensi ogni giorno. Le moltitudini vi applaudiranno un momento, e nel secondo grideranno contro di voi, perchè in fatto di riforme, l'universale ha nome di sapiente giustizia, il particolare ha nome e carattere di arbitrario; perchè i mutamenti, le riduzioni, le destituzioni d'impiegati prevaricatori che sotto libere leggi arridono al popolo, assumono apparenza di parzialità e di capriccio ogni qual volta mancano al popolo le sole vie di verificazione, norme certe invariabili di giudizio a' casi particolari, e pubblicità di processo.

Sire, i governi camminano sui principî, non sulle eccezioni.

Non v'è esistenza senza un modo certo d'esistenza. Non v'è sistema durevole, se non poggia sopra una serie d'idee ordinate, e vincolate l'una all'altra, atte a ridursi a dichiarazione. In altri termini, i governi un tempo posavano sopra una volontà disordinata, ajutata da una cieca potenza; ora vivono di logica.

Sapete voi qual suffragio otterrete? E' v'è una gente in Italia, come in ogni contrada, che non sa, nè cura di libertà consacrata da istituzioni. Una gente fredda, calcolatrice e paurosa, per avarizia, di ogni rapido mutamento, che ama sovra ogni altra cosa la pace, fosse anche pace di cimitero. Ne avrete il voto alla timida e lenta carriera che forse imprendete. Ma, Sire, è voto che non pesa, nella bilancia dello Stato; voto sterile, nudo, impotente all'azione. È classe inerte per calcolo e per abitudine; non ha dottrine e non s'adopera a sostenerle; non compie rivoluzioni, ma non le strugge, non contende con esse. Voi ne avrete lodi e adulazioni, finchè le lodi non fruttan pericoli; ma nè sacrifici nè devozione a fronte di una potenza contraria. Una bandiera che sventoli all'aure, un grido che intimi: pronunciate: chi non è meco è contro di me; e questa gente si ritrarrà dall'arena ad aspettare il nome che la fortuna saluterà vincitore.

Sire! da gente sì fatta non pende il destino della cosa pubblica. Il nerbo della società, l'azione, l'opera, la potenza vera sta altrove; nel genio che pensa e dirige, nella gioventù che interpreta il pensiero e lo commette all'azione, nella plebe che rovina gli ostacoli che si attraversano.

Il genio, Sire, è scintilla di Dio, indipendente e fecondo com'esso; nè si vende, nè si stringe a individui, ma provvede alle razze, e interpreta la natura. La gioventù è bollente per istinto, irrequieta per abbondanza di vita, costante ne' propositi per vigore di sensazioni, sprezzatrice della morte per difetto di calcolo. La plebe è tumultuante per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero.

Or, genio, gioventù e plebe stanno contro di voi; non s'acquetano a poche concessioni, dono d'uomo, a cui niuna legge vieta rivocarlo il dì dopo; non s'appagano di riforme che fruttano ricchezza o potenza all'individuo che le promuove; bensì voglion riforme che fruttino tutto alla nazione e null'altro che amore a chi le propone. Vogliono riconoscimento dei diritti dell'umanità manomessi ad arbitrio per tanti secoli; vogliono uno stato ordinato per essi e con essi; uno stato la cui forma corrisponda ai bisogni ed ai voti sviluppati dal tempo; vogliono leggi, vogliono libertà. Il genio ne ha letto da gran tempo il precetto nella natura delle cose e nei principj di universale progresso sviluppati nella storia coi fatti; la gioventù nel proprio cuore, nella coscienza di facoltà che la tirannide condanna a giacersi inoperose, nella maestà degli esempli, sulla tomba dei padri: la plebe nella parola dei buoni, nelle memorie, nell'istinto potente che la suscita a moto, nella propria tristissima condizione, e in certo suo intimo senso, davanti a cui impallidisce sovente l'intelletto del savio.

Vogliono libertà, indipendenza ed unione. Poichè il grido del 1789 ha rotto il sonno dei popoli, hanno ricercato i titoli co' quali potevano presentarsi alla grande famiglia europea, e non hanno trovato che ceppi; divisi, oppressi, smembrati, non han nome nè patria; hanno inteso lo straniero a chiamarli iloti delle nazioni, l'uomo libero a esclamare visitando le loro contrade: non è che polvere! Han bevuto intero il calice amaro della schiavitù; han giurato di non ricominciarlo.

Vogliono libertà, indipendenza ed unione; e le avranno, perchè han fermo di averle. Dieci secoli di servaggio pesavano sulle lor teste e non han disperato. Han guardato indietro ne' tempi che furono, hanno rimescolata la polvere delle sepolture, e ne hanno dissotterrato memorie di grandezza da lungo tempo obliate, memorie d'antiche imprese, di leghe terribili, alle quali non mancò che costanza. I bandi di Giovanni d'Austria e di Nugent, le bandiere di Bentink, 1809 e 1814, insegnarono ad essi il sentimento della loro potenza. Poi il cannone di Parigi, di Brusselle e di Varsavia ha mostrato che questa è potenza invincibile. Ora ad un popolo che ha fede e potenza che cosa manca per rigenerarsi fuorchè l'occasione?