Mentre il sorgere dell'Italia Centrale aveva messo in fermento gli spiriti in Napoli, nel Piemonte e per ogni dove tutti aspettavano con ansia che dal centro iniziatore dell'impresa giungesse l'ispirazione del da farsi, il decreto dell'11 febbrajo aveva freddamente annunziato che «Bologna non avrebbe interrotte le antiche relazioni d'amicizia coll'altre contrade, nè concederebbe la menoma violazione dei loro territorî, sperando che in ricambio nessun intervento avrebbe luogo a suo danno: il solo obbligo della difesa potrebbe trascinarla all'azione.» Il Centro aveva con quell'atto rinunziato ad ogni iniziativa, e separato la propria causa da quella d'Italia. E gli uomini di pura ribellione, troppo numerosi tra noi, avevano, sdegnati, abbandonato ogni pensiero d'azione altrove: la gente diplomatizzante anche sull'orlo della sepoltura e cospiratrice all'antica aveva in quel codardo abbandono intraveduto un grande mistero di politica calcolatrice e aveva susurrato per ogni dove: «rimanetevi inerti; perchè, se quei Governi non fossero certi dell'ajuto francese, non agirebbero come fanno.»

Questa illimitata fiducia, in quanto ha sembianza di calcolo o tattica, e la diffidenza perenne dell'entusiasmo, dell'azione e della simultaneità dell'opere, tre cose che racchiudono in sè tutta quanta la scienza della rivoluzione, furono e sono tuttavia piaga mortale alla Italia. Noi seguiamo, aspettiamo, studiamo gli eventi, non ci adopriamo a crearli e padroneggiarli. Onoriamo del nome di prudenza ciò che in sostanza non è se non mediocrità insopportabile di concetto. Lo sconforto che i deputati lombardi avevano, nel 1821, trovato a Torino, li aveva indotti a rinunciare all'azione: operando, avrebbero distrutto quello sconforto.

Il Governo di Bologna, fidando unicamente nelle promesse dell'estero, aveva rinunziato, non all'offesa soltanto, ma alla difesa. La proposta d'ordinare una milizia era stata rigettata. Le fortificazioni d'Ancona non erano state riattate. Il progetto di Zucchi che, giunto a Bologna, aveva ordinato la formazione di sei reggimenti di fanteria e di due di cavalleria era stato attraversato. L'idea, proposta più volte da Sercognani, d'una decisiva impresa su Roma, dove il 12 febbrajo s'erano mostrati sintomi d'insurrezione, era sempre stata respinta. Nè il ministro Armandi[10] nè altri aveva saputo intendere l'importanza d'una bandiera di Patria sventolante dal Campidoglio. Il mormorare de' giovani era stato acquetato da promesse continue, non attese mai: il linguaggio severo della stampa, represso da un editto del 12 febbrajo «minacciante condanna finanziaria o di prigione ai venditori di scritti capaci di nuocere alle relazioni di pace e amicizia esistenti coi Governi stranieri.»

E, conseguenza inevitabile del codardo operare, il meschino Governo era stato abbandonato, tradito da tutti. Al conte Bianchetti, mandato a Firenze a interrogare gli ambasciatori di Francia e d'Austria, il Governo Francese non aveva pur degnato rispondere, e corrispondeva amichevolmente col Papa. Il conte di Saint'Aulaire, inviato di Francia a Roma nel marzo, aveva evitato la via di Bologna sfuggendo ad ogni contatto col Governo Provvisorio. L'Austria aveva, aggiungendo l'ironia all'oltraggio, dichiarato che avrebbe invaso Modena e Parma, ma soltanto in virtù di non so qual patto di riversione, e Bologna, purchè si mantenesse saggia, sarebbe stata rispettata. La invasione di Parma, Modena e Reggio aveva avuto luogo: e il 6 marzo il Governo Provvisorio aveva detto: «le cose dei Modenesi non sono le nostre; il non intervento è legge per noi come pei nostri vicini; e nessuno di noi dove immischiarsi nella contesa degli Stati finitimi;» aveva decretato che «quanti stranieri si fossero presentati alle frontiere, si disarmassero e s'internassero;» e i 700 stranieri modenesi, guidati dal Zucchi, avevano dovuto traversare Bologna in sembianza di prigionieri. L'occupazione di Ferrara aveva tenuto dietro a quella di Modena e Parma: Ferrara era parte delle Provincie Unite e aveva sette deputati in Bologna, e nondimeno il governo aveva annunciato, l'8 marzo, il fatto senza commento; il Precursore, organo governativo, aveva il 12 sostenuto la tesi che il principio del non-intervento non era violato, dacchè i trattati di Vienna concedevano all'Austria diritto di guarnigione in Ferrara: due inviati del Governo, Conti e Brunetti, avevano riportato da Ferrara assicurazione verbale di Bentheim che gli Austriaci non si sarebbero inoltrati. Una reggenza pontificia s'era istituita intanto in Ferrara; e il Governo Bolognese aveva sostenuto che tra le operazioni papali e le austriache non era vincolo necessario. Gli Austriaci s'erano presentati alle porte di Bologna il 20; il Governo aveva intimato stessero tutti quieti, la Guardia Nazionale mantenesse l'ordine, solo suo intento; e s'era ritirato in Ancona, dove il 25 marzo, due soli giorni dopo eletto un triumvirato e abdicato quindi ogni potere, aveva capitolato col cardinale Benvenuti, chiedendo amnistia: firmati tutti, fuorchè Carlo Pepoli ch'era assente[11]. I patti della Capitolazione erano stati, come di ragione, violati, annullati il 5 aprile dal Papa. Gli editti del 14 e del 30 condannavano capi, complici, sostenitori. E dacchè i Governi insultano sempre ai caduti, il 23 giugno Luigi Filippo annunziava nel suo discorso alle Camere ch'egli aveva ottenuto dal Papa piena amnistia per gli insorti. E il 9 luglio una circolare fatta pubblica dalla Francia, dalla Prussia, dal Piemonte e dall'Inghilterra, chiamava altamente colpevoli gli insorti e il loro Governo. Intanto i padroni legittimi degli Italiani violavano la libertà dei mari, catturando la nave che portava in esilio Zucchi e da circa settanta insorti e conducevali nelle prigioni di Venezia; e pubblicavano decreti come il seguente: «qualunque volta, in virtù di denunzie o testimonianze segrete (gli autori delle quali non verranno mai compromessi da confronti o altrimenti) noi otterremo certezza morale di un delitto commesso, noi, invece d'esporre l'individuo rivelatore, ci contenteremo di condannare, per misura di polizia, il colpevole a un castigo straordinario, più mite dell'ordinario, ma al quale sarà sempre aggiunta la pena dell'esilio.» Editto del duca di Modena dell'8 aprile 1832.»

Così gl'infausti moti del 1820, del 1821, del 1831, m'insegnavano gli errori che bisognava a ogni patto evitare. I più, confondendo individui e cose, traevano, dal mal esito, cagione di profondo sconforto. Per me, non ne esciva se non il convincimento che il successo era un problema di direzione e non altro. Il biasimo meritato dagli uomini che avevano diretto ricadeva, dicevano, sul paese: il solo fatto dell'essere essi e non altri saliti al potere, rappresentava per tutti quasi un vizio inerente alle condizioni d'Italia: la media, per così dire, della potenza rivoluzionaria italiana. Io non vedeva in quella scelta se non un errore di logica capace di rimedio. Ed era quello, prevalente anche oggi pur troppo, di fidare la scelta dei capi delle insurrezioni a quei che non le hanno operate. In virtù d'un senso di legalità buono in sè, ma spinto oltre i termini del dovere; per un timore, onorevole nell'origine ma esagerato e improvvido, di soggiacere all'accusa di anarchia o d'ambizione; per un'abitudine tradizionale di fiducia, giusta solamente in condizioni normali, negli uomini provetti d'anni e di nome più o meno illustre nelle loro località; finalmente per una assoluta inesperienza della natura e dello sviluppo dei grandi fatti rivoluzionarî, il popolo e la gioventù avevano ceduto sempre il diritto di dirigere ai primi che, con un'apparenza di legalità, si erano presentati ad esercitarlo. La cospirazione e la rivoluzione erano state sempre rappresentate da due ordini diversi d'uomini: gli uni messi da banda dopo d'avere rovesciato gli ostacoli, gli altri sottentrati il dì dopo a dirigere lo sviluppo d'una idea che non era la loro, d'un disegno che non avevano maturato, d'un'impresa della quale non avevano studiato mai le difficoltà o gli elementi e colla quale non si erano, nè per sacrificio nè per entusiasmo, immedesimati. Quindi l'andamento del moto trasformato in un subito. Così, nel 1821, in Piemonte, lo sviluppo del concetto rivoluzionario era stato affidato ad uomini i quali, come Dal Pozzo[12], Villamarina, Gubernatis, erano rimasti stranieri alla cospirazione. Così in Bologna s'erano accettati a membri del governo provvisorio uomini approvati dal governo stesso che si rovesciava: il loro titolo era un editto di monsignore Paracciani Clarelli. Così generalmente, i consigli d'amministrazione comunale, assunto il nome di consessi civici, s'erano dichiarati rappresentanti legali del popolo e avevano eletto, senza dritto alcuno, le autorità provvisorie. Ora predominavano in questi Consigli gli uomini di età canuta, nudriti di vecchie idee, sospettosi della gioventù e atterriti ancora degli eccessi della Rivoluzione Francese; il loro liberalismo era quello ch'oggi chiamano moderato, fiacco, pauroso, capace d'una timida, legale opposizione su particolari, non risalente mai a principî. E sceglievano naturalmente uomini di tendenze affini, discendenti di vecchie famiglie, professori, avvocati di molti clienti, diseredati dell'intelletto, dell'entusiasmo, dell'energia che compiono le rivoluzioni. I giovani, fidenti, inesperti, cedevano: dimenticavano l'immensa diversità che corre tra i bisogni d'un popolo servo e d'un popolo libero e che difficilmente gli uomini, i quali rappresentarono gli interessi individuali o municipali del primo sono atti a rappresentare gli interessi politici o nazionali dell'ultimo.

Per riflessioni siffatte, deliberai finalmente di seguire l'istinto mio e fondai la Giovine Italia, dandole per base il seguente Statuto


ISTRUZIONE GENERALE PER GLI AFFRATELLATI
NELLA
GIOVINE ITALIA