Tale m'appariva la carboneria: vasto e potente corpo, ma senza capo: associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni, ma idee, e priva non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo in atto. Il cosmopolitismo che una osservazione superficiale d'alcune contrade straniere le avea suggerito, ne aveva ampliato la sfera, ma sottraendole il punto d'appoggio. L'eroica educatrice costanza degli affratellati e il martirio intrepidamente affrontato avevano grandemente promosso quel senso d'eguaglianza ch'è ingenito in noi, preparato le vie all'unione, iniziato a forti imprese con un solo battesimo uomini di tutte provincie e di tutte classi sociali, sacerdoti, scrittori, patrizî, soldati e figli del popolo[8]. Ma la mancanza d'un programma determinato le aveva tolto sempre la vittoria di pugno.
Queste riflessioni m'erano suggerite dall'esame dei tentativi e delle disfatte della Carboneria. E i fatti appena allora conchiusi dell'Italia Centrale mi confermavano in esse, additandomi a un tempo altri pericoli da combattersi: primi fra i quali erano quello di collocare le speranze della vittoria nell'appoggio di governi stranieri e quello di fidare lo sviluppo, il maneggio delle insurrezioni a uomini che non avevano saputo iniziarle.
Nei fatti del 1831, il progresso delle tendenze s'era rilevato innegabile. L'insurrezione non aveva invocato come necessità indeclinabile l'iniziativa dell'alte classi o della milizia: era sorta dalla gente senza nome, dalle viscere del paese. Dopo le tre giornate di Parigi, il popolo in Bologna s'affollava all'Ufficio Postale. I giovani salivano nei caffè sulle sedie e leggevano ad alta voce i giornali agli astanti. Si preparavano armi, s'ordinavano compagnie di volontarî, si sceglievano i capitani. I comandanti la truppa dichiaravano al prolegato che non assalirebbero i cittadini. Lo stesso aveva luogo nell'altre città. L'eco del cannone sparato, nella notte del 2 febbrajo in Modena, contro la casa di Ciro Menotti aveva dato il segnale. Bologna s'era levata il 4.—Il 5, il popolo di Modena, riavuto dallo stupore, aveva cacciato in fuga duchi e duchisti; Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna s'erano emancipate. Il 7, Ferrara aveva seguito l'esempio: gli austriaci s'erano ritratti. Pesaro, Fossombrone, Fano ed Urbino s'erano, l'8, liberate dei loro Governatori. Il moto aveva trionfato il 13 in Parma: poi in Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni ed in altre città. Ancona, dove il colonnello Sutterman s'era mostrato in sulle prime disposto a resistere, aveva ceduto davanti ad alcune compagnie di soldati e di guardie nazionali comandate da Sercognani. E tutto questo s'era operato per impulso di popolo, per entusiasmo collettivo che si stendeva alla donna e ai canuti; mentre le prime lavoravano coccarde e bandiere, parecchi tra i veterani del Grande Esercito mostravano ai giovani lievemente diffidenti le cicatrici delle antiche ferite, dicendo loro: noi le riportammo difendendo il nostro paese. Così il 25 febbrajo due milioni e mezzo quasi d'Italiani avevano abbracciata la Causa Nazionale, presti a difesa od offesa per l'emancipazione degli altri loro fratelli.
Ed era infatti la Causa Nazionale che gli istinti avevano in quei moti universalmente additato alle moltitudini. Italiana era la coccarda adottata per ogni dove in onta alle preghiere d'Orioli ed altri appartenenti più tardi al Governo. Dai primi giorni la gioventù Bolognese aveva tentato d'invadere la Toscana; quella di Modena e Reggio d'inoltrare su Massa. Più dopo, le Guardie Nazionali chiedevano d'esser condotte per la via del Furlo sul Regno.
Di quel moto tutto Italiano nell'origine e nell'intento, i Capi intanto avevano fatto un moto puramente provinciale. Sua legge naturale era stendersi, allargare la propria base, quanto era possibile; essi l'avevano limitata nei più angusti confini; avevano proscritto ogni tentativo di propaganda: avevano accumulato ostacoli alla rivoluzione invece di lavorare a spianarli. La nazionalità era l'anima dell'impresa; ed essi avevano cercato sostegni alla rivoluzione fuori d'Italia. La guerra coll'Austria era inevitabile; bisognava dunque preparare la vittoria; ed essi avevano dichiarato che il trionfo della rivoluzione consisteva nel conservarsi pacifici; che la pace non era solamente possibile, ma probabile e quasi certa; e che in conseguenza era necessario astenersi da ogni dimostrazione tendente a turbarla. La rivoluzione s'incamminava necessariamente, per natura d'elementi e per condizioni speciali delle terre insorte, a repubblica: i Governi non potevano esserle favorevoli: urgeva cercarle alleati in elementi omogenei, nei popoli; ora, solo pegno d'alleanza tra i popoli sono le dichiarazioni di principî, ed essi non ne avevano fatta alcuna; avevano calcolato sull'ajuto dei re, e prostrato un moto di popolo appiedi della Diplomazia. Bisognava suscitare l'azione coll'azione, l'energia coll'energia, la fede colla fede; ed essi, deboli, tentennanti, avevano in ogni loro atto rivelato il terrore dell'anima. Quindi la diffidenza cresciuta in seno ai paesi insorti, lo sconforto nell'altre provincie d'Italia, le delusioni diplomatiche e la ineluttabile rovina del moto. Appoggiato unicamente sul principio del non intervento, era caduto con esso.
Il principio del non-intervento era stato, a dir vero, proclamato esplicitamente, solennemente, dal Governo di Francia. Già prima del moto una memoria stesa da parecchi Italiani influenti aveva chiesto all'ambasciatore francese in Napoli, Latour Maubourg, quale sarebbe stata la condotta della Francia se una rivoluzione in Italia provocasse l'intervento armato dell'Austria; e l'ambasciatore aveva scritto in calce di proprio pugno che «La Francia avrebbe difeso la rivoluzione purchè il nuovo Governo non assumesse forme anarchiche e riconoscesse i principî d'ordine generalmente adottati in Europa.»
Latour Maubourg negò nel seguito quella nota; ma, consegnata nei primi giorni del moto al Governo Provvisorio, fu veduta e attestata da un de' suoi membri, Francesco Orioli, nel suo libro stampato nel 1834-35 in Parigi sulla Révolution d'Italie. Poi Lafitte, presidente della Camera dei Deputati, aveva il 1º dicembre 1830, proferito le seguenti parole: «La Francia non permetterà violazione alcuna del principio del non-intervento.... La Santa Alleanza aveva per base di soffocare collettivamente la libertà dei popoli dovunque ne fosse sollevato lo stendardo; il nuovo principio proclamato dalla Francia è quello di concedere incontrastato sviluppo alla libertà ovunque essa sorga spontanea.» Il 15 gennajo, Guizot aveva detto: «Il principio del non-intervento è identico col principio della libertà dei popoli.» Il 22 dello stesso mese, il Ministro degli Esteri aveva dichiarato: «La Santa Alleanza era fondata sul principio d'intervento sovvertitore dell'indipendenza di tutti gli Stati secondarj: il principio opposto che noi abbiamo consecrato e che faremo rispettare, assicura a tutti libertà e indipendenza.» Il 28, le stesse cose erano state ripetute dal Duca di Dalmazia: il 29 da Sebastiani.
Ma se i Capi del moto avevano diritto di credere che non sarebbero stati traditi, avevano pure debito di considerare che nel 1831 una guerra tra l'Austria e la Francia doveva risolversi in guerra generale Europea tra i due principî dell'immobilità e del progresso per mezzo della sovranità nazionale. E in guerra siffatta, se la Francia non aveva che trionfi da mietere, Luigi Filippo correva rischio di perdere ogni cosa, affogato nel moto. L'impulso rivoluzionario dato alla Francia avrebbe travolto la monarchia nel vortice d'una guerra alla quale la natura degli elementi chiamati in azione avrebbe impartito rapidamente il carattere d'una crociata repubblicana; e la monarchia d'allora era debole e senza radici di simpatia popolare in paese. La pace era dunque pegno d'esistenza alla dinastia. Non v'era dunque che un mezzo per costringerlo ad attener le promesse: preparare la resistenza tanto da prolungare una lotta quanto bastasse a sommovere in Francia l'opinione; e adoprarsi a estendere il moto per ogni dove e segnatamente in Piemonte dove l'intervento dell'Austria è inconciliabile, come quello della Prussia nel Belgio, colla tradizione politica della Francia. Pretender di vincere la ripugnanza di Luigi Filippo mostrandosi deboli, era follia; e follia illudersi a credere che il principio del non-intervento avrebbe impedito l'innoltrarsi all'Austria. Anche a rischio di guerra, l'Austria non poteva tollerare che di fronte a' suoi possedimenti Lombardo-Veneti si stabilisse un Governo di libertà. Il Governo dell'insurrezione non preparando la guerra, dava tempo all'Austria per distruggere rapidamente la cagione di lite colla Francia e lo toglieva all'agitazione francese. L'importanza del tempo era stata intesa così bene da Luigi Filippo che sperando repressa l'insurrezione prima che gli si chiedesse conto delle promesse, ei nascose per cinque giorni al Presidente del Consiglio, Lafitte, inetto ma onesto, il dispaccio col quale l'ambasciatore francese in Vienna annunziava l'invasione dell'Austria nell'Italia Centrale.
E nondimeno, i Governi Provvisorî delle provincie insorte avevano adottato l'ipotesi che l'Austria non invaderebbe, ch'essa concederebbe alla rivoluzione d'impiantarsi stabilmente nel core d'Italia; e che tutta la politica della rivoluzione dovea consistere nel non somministrare motivo legittimo all'invasione. Non un atto quindi aveva proclamato la sovranità nazionale, non uno aveva chiamato il popolo all'armi: non uno aveva ordinato il principio d'elezione: non uno aveva confortato ad agire l'altre provincie italiane. La paura trapelava in ogni loro decreto. La rivoluzione v'appariva accettata anzichè proclamata. I Governi Provvisorî di Parma e di Modena avevano dichiarato che avendo i principi abbandonato i loro Stati senza lasciare governo ordinato, il popolo s'era veduto nella necessità di fondarne uno nuovo. Quel di Bologna affermava d'essersi costituito perchè la dichiarazione di Monsignor Clarelli, prolegato, annunziando la di lui intenzione di abbandonare interamente l'amministrazione politica della provincia, era urgente d'evitar l'anarchia. E anche quando la rivoluzione trionfante, secura all'interno, avea suggerito stile più ardito, quel Governo che concentrò in sè a poco a poco la direzione generale del moto, non aveva osato richiamarsi al diritto che vive eterno in ogni popolo, ma s'era affaccendato a desumere la libertà di Bologna dalla tradizione locale, dalla convenzione stretta nel 1447 tra Bologna e il Papa Nicolò V; e un lungo, pedantesco e poco degno scritto del Presidente Vicini, in data del 25 febbrajo[9] commentava da legulejo la tradizione. In Parma, a un Fedeli che, scelto a capo della Guardia Nazionale, ricusava, a meno d'un permesso della Duchessa, il Governo aveva concesso lo richiedesse e n'era stato rimeritato da lui poco dopo con una congiura retrograda: poi, nello stremo delle finanze, ordinava si continuassero gli stipendî agli impiegati della Corte scacciata.