La lettera, pubblicata in Marsiglia, entrò in Italia in piccolo numero d'esemplari indirizzati, dacchè io non aveva allora altri modi, in via epistolare e per posta a uomini ch'io non conosceva se non di nome, in diverse città dello Stato Sardo. La violazione delle lettere non v'era ancora, come fu poi, ridotta a sistema. Ma tre o quattro ristampe clandestine la diffusero poco dopo per ogni dove. Il re l'ebbe e la lesse. Non andò molto che una Circolare governativa spedita a tutte le autorità di frontiera dava i miei connotati, perchè, s'io mai tentassi introdurmi, fossi imprigionato senz'altro. S'avveravano le previsioni del Libri.

Lo scritto intanto era accolto dai giovani con favore, indizio ch'io parlando dichiaratamente d'Unità di Patria trovava un'eco nell'anime incerte, inconscie fin allora delle loro tendenze ingenite. Raccolsi quell'indizio con vera gioja. Era il primo conforto ad osare. L'Unità, comechè presentita di secolo in secolo da taluni fra i nostri Grandi, era, era sul campo della politica pratica, ciò che gli uomini battezzano, sorridendo, del nome utopia. Nessuno la sospettava possibile. La parte più illuminata della vecchia emigrazione era universalmente federalista. Nè credo che da Melchiorre Gioja in fuori in un libriccino dimenticato, un solo degli scrittori politici sorti in Italia nel periodo dell'invasione francese contemplasse l'unità politica della patria comune. Miravano a una lega di Stati. E d'altra parte la questione di libertà preoccupava più assai le menti che non quella della Nazione. Or dove mai può essere libertà dove la forza non l'assecura? E da qual principio può scendere un'associazione di liberi se non dai diritti dell'individuo o dal principio d'una comune missione fidata da Dio a tutti quanti i figli d'una stessa terra? A me la dottrina dei diritti, dottrina americana, inglese, francese del XVIII secolo, pareva fin d'allora metà del problema, e impotente tanto a fondare Governo vero quanto a promovere l'Educazione progressiva dei Popoli.

Le illusioni fondate su Carlo Alberto sfumavano rapidamente davanti a' primi suoi atti. E' non aveva neppure decretato il richiamo degli esuli che avevano giurato con lui, molti de' quali erano stati trascinati nella congiura del 1821 dal solo suo nome e parecchi gli erano stati ajutanti, compagni, amici. Ripensai, interrogai prima di decidere. Carlo Bianco, col quale io viveva allora in Marsiglia, mi comunicò l'esistenza d'una società segreta capitanata da lui sotto l'alta direzione di Buonarroti chiamata degli Apofasimèni. Era un ordinamento militare complesso di simbolismo, giuramenti e gradi molteplici che uccidevano colla disciplina l'entusiasmo del core, sorgente d'ogni grande impresa; e mancava inoltre d'un principio morale predominante. Ora, io non concepiva una Associazione se non come educatrice a un tempo e insurrezionale. L'armonia fra il pensiero e l'azione signoreggiava in me ogni concetto. E finalmente i moti del Centro erano, nel mio modo di vedere, un colpo mortale alla supposta vitalità dell'Associazione. O gli Apofasimèni, io diceva a Bianco, si frammisero ad essi, e sono a quest'ora esuli, dispersi o noti; o si tennero in disparte, ed è prova che non erano forti. Più dopo, conobbi alcuni dei capi, un Berardi, parmi, di Bagnacavallo tra gli altri: erano inetti o, come quest'ultimo, spie.

L'esistenza o no d'altra società non era del resto cagione di dubbiezze per me: m'era chiaro che dopo una disfatta come quella dell'insurrezione del Centro d'Italia, non esisteva possibilità di successo se non per un lavoro rifatto di pianta con elementi non noti e giovani. Ma si trattava di ben altro. Si trattava di tentar d'avviare l'educazione morale d'un popolo: si trattava di cercare non solamente che l'Italia fosse, ma che sorgesse grande, forte, degna delle sue glorie passate e colla coscienza della sua missione futura. E tutte le mie convinzioni erano diametralmente opposte alle tendenze predominanti. L'Italia era materialista, machiavellizzante, credente nella iniziativa francese, tendente a emanciparsi e migliorare le proprie condizioni nei diversi suoi Stati più che a ricomporsi in Nazione, poco curante dei principî supremi e presta ad accettare ogni forma di reggimento, ogni ajuto, ogni uomo che promettesse sottrarla ai suoi patimenti immediati. Io credeva, allora più per istinti che per dottrina, che il problema dell'oggi fosse problema religioso e tutti gli altri gli fossero secondi. Ciò ch'altri chiamava teorica di Machiavelli non era per me che Storia e Storia d'un periodo di corruttela e decadimento che bisognava sotterrar col passato. Mi fremeva dentro il pensiero dell'iniziativa Italiana e a ogni modo io sentiva che non si risorge senza fede in sè, e che quindi bisognava prima d'ogni altra cosa distruggere la servile soggezione all'influenza francese. E per questo era mestieri mover guerra all'idolatria degli interessi immediati e sostituirle il culto dei principî, del Giusto, del Vero, e convincer l'Italia che il sagrificio e la costanza nel sagrificio erano le sole vie per le quali conseguirebbe, quando che fosse, vittoria.

La Carboneria—traduco qui alcune pagine[5] ch'io scrissi per gli Inglesi nel 1839, perchè compendiano lo idee che mi s'affaccendavano nella mente allora e mi determinarono a fondare la Giovine Italia—la Carboneria m'appariva come una vasta associazione liberale, nel senso attribuito a quel vocabolo in Francia sotto la monarchia di Luigi XVIII e di Carlo X, efficace a diffondere lo spirito d'emancipazione, ma condannata dall'assenza d'una fede positiva, determinata a mancare di quella potente unità, senza la quale riesce impossibile il trionfo pratico d'ogni difficile impresa. Sorta, in sul maturarsi della caduta d'una gigantesca ma tirannica unità, l'unità napoleonica, tra i frammenti d'un mondo, tra giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, tra presentimenti tuttavia mal definiti di popolo opposto ai ricordi d'un passato che i Governi si preparavano a dissotterrare, la Carboneria aveva portato l'impronta di tutti quei diversi elementi e si era affacciata in dubbia attitudine nel crepuscolo diffuso in quel periodo di crisi su tutta Europa. La protezione regia incontrata al suo nascere e finchè s'era sperato in essa uno stromento di guerra contro la Francia Imperiale, aveva più sempre contribuito a comunicare all'Istituzione quella incertezza di moti che sviava gli animi dalla vera idea nazionale[6]. Vero è ch'essa aveva, tradita, respinto poi quel giogo da sè; ma serbando inconscia taluna fra le antiche abitudini e segnatamente una fatale tendenza a cercar capi nell'alte sfere sociali e a considerare la rigenerazione Italiana come parte più degli ordini superiori che non del popolo, principale operatore delle grandi rivoluzioni. Ed era errore vitale, inevitabile bensì ad ogni consorteria politica alla quale manchi una salda religiosa credenza in un vasto e fecondo principio, bandiera suprema su tutti eventi. Or siffatto principio mancava alla Carboneria. Essa non aveva per arme che una semplice negazione: chiamava gli uomini a rovesciare, non insegnava il come s'inalzerebbe sulle rovine dell'antico il nuovo edifizio. Esaminando il problema, i Capi dell'Ordine avevano trovati tutti gli Italiani concordi sulla questione d'Indipendenza, non su quella dell'Unità Nazionale o sul modo d'intendere la Libertà. Impauriti dalle difficoltà e incapaci di scegliere risolutamente tra i diversi partiti, s'appigliarono a una via di mezzo e scrissero sulla bandiera Indipendenza e Libertà; di definire il come dovesse intendersi e provocarsi la Libertà non curarono: il paese, dicevano—e il paese era per essi nell'alte classi della società—deciderebbe più tardi. La parola unione fu similmente sostituita alla parola Unità, e il campo lasciato aperto ad ogni possibile ipotesi. D'eguaglianza non facevano motto o richiesti ne parlavano con modi sì incerti che ogni uomo poteva a seconda delle proprie tendenze interpretarla politica, civile, o semplicemente cristiana. Così senza porgere soddisfacimento ai dubbî che agitavano le menti, senza dire a quei ch'essa chiamava a combattere quale programma potrebbero offrire al popolo che doveva secondarli, la Carboneria s'era data ad affratellare. E aveva trovato in tutte le classi copia d'adepti, perchè in tutte era copia di malcontenti ai quali non si chiedeva se non di prepararsi a distruggere la condizione di cose esistenti e perchè il profondo mistero ond'erano ravvolti i menomi Atti della Setta affascinava la fantasia oltremodo mobile degli Italiani. Il presentimento delle esigenze di quella moltitudine d'affratellati ripartiti fra le spire della intricata molteplice gerarchia suggeriva l'adozione di numerosi, strani, incomprensibili simboli che celassero il vuoto delle dottrine; poi l'ingiunzione d'una cieca obbedienza ai cenni di capi invisibili. Ma era difesa contro quelle esigenze, più che mezzo d'azione; e però l'esecuzione delle prescrizioni procedeva fiacca e a rilento. La severità della disciplina era men di fatti che di parole.

La forza numerica della Società aveva a ogni modo raggiunto un grado di potenza ignoto a quante altre associazioni vennero dopo. Ma la Carboneria non aveva saputo trarne partito. Diffusa nel popolo, non aveva fede in esso: non lo cercava per condurlo dirittamente all'azione, ma per attirare con quell'apparato di forze gli uomini d'alto rango nei quali solamente essa riponeva fiducia. L'ardore dei giovani affratellati che sognavano patria, repubblica, guerra e gloria davanti all'Europa era fidato alla direzione d'uomini vecchi d'anni, imbevuti dell'idea dell'Impero, freddi, minuziosi, diseredati d'avvenire e di fede, che lo ammorzavano invece di suscitarlo. Più dopo, quando il numero gigantesco degli affigliati e la impossibilità di serbare più a lungo il segreto la convinsero che bisognava operare la Carboneria, aveva sentito il bisogno d'una unità più potente, e non sapendo trovarla in un principio, s'era data a cercarla in un uomo, in un principe. Ed era stata la sua rovina.

Intellettualmente, i Carbonari erano machiavellici e materialisti. Predicavano libertà politica, e dimenticando che l'uomo è uno, quei tra loro che si occupavano di letteratura, predicavano sotto il nome di classicismo la servitù letteraria. Si dicevano nel loro linguaggio simbolico Cristiani e intanto, confondendo superstizione e fede, papato e religione, disseccavano il vergine entusiasmo dei giovani con uno scetticismo rubato a Voltaire e negazioni rubate al secolo XVIII. Erano settarî, non apostoli di una religione nazionale. Ed erano tali nella sfera politica. Non avevano fede sincera nelle Costituzioni, ridevano fra di loro della monarchia; e l'acclamavano nondimeno, dapprima perchè s'illudevano a trovare in essa una forza della quale pensavano abbisognare; poi perchè la monarchia li liberava dall'obbligo di guidare le moltitudini ch'essi temevano e mal conoscevano; da ultimo perchè speravano che il battesimo regio dato alla insurrezione avrebbe ammansato l'Austria o conquistato l'ajuto di qualche grande potenza, Francia o Inghilterra. Avevano dunque cacciato lo sguardo su Carlo Alberto in Piemonte, sul principe Francesco in Napoli: d'indole naturalmente tirannica il primo, ambizioso, ma incapace di grandezza; ipocrita e traditore fin da' primi suoi passi il secondo; e avevano commesso all'uno ed all'altro i fati d'Italia, lasciando al futuro di porre in accordo le mire inconciliabili dei due pretendenti.

I fatti intanto avevano dimostrato quali siano le inevitabili conseguenze del difetto di principî negli uomini che si pongono a capo delle rivoluzioni, e come la forza spetti veramente non alla cifra, ma alla coesione degli elementi che si adoprano a raggiungere il fine. Le insurrezioni avevano avuto luogo senza ostacoli gravi; ma rapidamente seguite dalla interna discordia. Compita la loro promessa di rovesciare, gli affigliati dei Carbonari erano tornati ciascuno alle proprie tendenze, e s'erano divisi su ciò che importasse fondare. Gli uni avevano creduto di cospirare per una unica monarchia, altri pel federalismo; molti parteggiavano per la Costituzione francese, molti per la Spagnola: taluni per la repubblica o per non so quante repubbliche; e tutti lagnandosi d'essere stati ingannati. I Governi provvisorî s'erano trovati indeboliti in sul nascere dall'opposizione aperta degli uni e dalla inerzia calcolata degli altri. Quindi le diffidenze, l'incertezza di quei Governi e i pretesti al non fare, cercati in una opposizione che non potea vincersi se non facendo, e il popolo e i giovani volontarî lasciati senza sprone, senza ordinamento, senza intento determinato. Quindi l'assenza di libertà vera nella scelta dei mezzi, perchè la monarchia scelta a capitanare le insurrezioni traeva seco vincoli e tradizioni d'ogni genere ostili all'ardito sviluppo del principio insurrezionale. La logica vuole in ogni tempo il suo dritto. I capi del moto avevano dichiarato implicitamente incapace il popolo d'emanciparsi e governarsi da sè: bisognava dunque astenersi dall'armarlo, dal suscitarlo di soverchio a frammettersi nelle cose: bisognava sostituirgli una forza, cercarla al di fuori ai gabinetti stranieri, e ottenere promesse menzognere a patto di concessioni reali: bisognava lasciare ai principi la libera scelta dei loro ministri e dei condottieri degli eserciti, anche a rischio—avverato più dopo—di vederli scelti traditori o incapaci e di vedere i principi stessi sfuggire in un subito al campo nemico o andare a gittar l'anatema sull'insurrezione da Laybach.

La rivoluzione napoletana era caduta in Napoli dopo avere esaurito ad una ad una le conseguenze fatali di un primo errore; dopo aver negato sui primi giorni la tendenza nazionale col rifiuto di Pontecorvo e di Benevento, città appartenenti allora agli Stati Romani ma circondate dalle terre napoletane e che avevano, insorgendo esse pure, chiesto di confondersi coi popoli emancipati; dopo aver decretato che la guerra sarebbe puramente difensiva e che l'esercito austriaco spinto nel core non dovea considerarsi nemico se non quando traverserebbe la frontiera napoletana; dopo avere insomma spenta ogni fiamma d'insurrezione nell'Italia Centrale. E l'insurrezione piemontese, sorta quando già quelli errori erano stati commessi nel Sud e insegnavano il come evitarli; mentre la fremente Lombardia, sguernita di forze Austriache eguali all'incarico di reprimere, potea, con soli 25,000 uomini sommoversi da un capo all'altro, e quei 25,000 uomini potevano avviarsi una settimana dopo l'insurrezione, era caduta non tentando questo nè altro, inceppata dagli stessi vincoli, condannata dalla stessa influenza che avevano impedito il moto due mesi prima, quando il Sud era libero e poteva ordinarsi la difesa comune[7].

Nè mai—anche limitandosi a scorrere la Storia onesta ma imperfetta del moto scritta da Santarosa—erano state più visibili le tristissime conseguenze d'un tristo programma. Un proclama di Carlo Alberto, capo del Governo Rivoluzionario, aveva largito amnistia alle truppe che lo avevano fondato. La Giunta s'era avvilita in negoziati coll'ambasciatore russo, conte Mocenigo, che offriva sfrontatamente perdono ai cospiratori e qualche speranza d'una Carta Costituzionale. Erano uomini d'innegabile patriotismo e di core, e giurati tutti alla Carboneria; e nondimeno tremanti fra le esigenze della rivoluzione e le forme accettate della legalità monarchica, costretti a derivare ispirazioni da un uomo che in fondo del core sprezzavano e temevano li tradirebbe un dì o l'altro, consapevoli del diritto e non osando affermarlo, avevano preteso di mutare le istituzioni del paese senza mutare gl'impiegati della vecchia amministrazione o i capi dell'esercito stretti al giuramento di mantener la tirannide; avevano lasciato il Governo di Novara al conte di Latour e quello della Savoja al conte d'Andezene, ambi nemici aperti della causa rivoluzionaria; avevano preveduto e predetto la guerra e, per timore che il programma monarchico potesse essere presto o tardi violato, negate l'armi al popolo che le chiedeva, differito indefinitamente l'adunarsi delle assemblee elettorali, e negletto ogni atto capace d'affratellare alla rivoluzione le moltitudini, sino alla revoca del decreto col quale Genova insorta aveva ridotto il prezzo del sale a metà. Erano caduti, fuggiti, non davanti alla forza che poteva con onore combattersi, ma davanti a un sofisma innestato nel programma rivoluzionario.