Io giurai, primo, quello Statuto. Molti lo giurarono con me allora e poi, i quali sono oggi cortigiani, faccendieri di consorterie moderate, servi tremanti della politica di Bonaparte e calunniatori e persecutori dei loro antichi fratelli. Io li disprezzo. Essi possono aborrirmi, come chi ricorda loro la fede giurata e tradita; ma non possono citare un sol fatto a provare ch'io abbia mai falsato quel giuramento. Oggi come allora io credo nella santità e nell'avvenire di quei principî: vissi, vivo e morrò repubblicano, testimoniando sino all'ultimo per la mia fede. S'essi mai volessero dirmi, quasi a discolpa, ch'io pure mi adoprai negli ultimi due anni e tuttavia m'adopro per l'Unità sotto una bandiera monarchica, io additerei loro le linee dello Statuto che dicono: l'Associazione non sostituisce la sua bandiera a quella della Nazione futura: la Nazione libera. . . . . . darà giudizio. . . . . venerato.—Il popolo d'Italia è oggi travolto da una illusione, che lo trascina a sostituire l'Unità materiale all'Unità morale e alla propria rigenerazione: non io. Io piego la testa, dolente, alla Sovranità nazionale, ma la monarchia non m'avrà impiegato nè servo; e se la mia fede poggiasse sul Vero, dirà il futuro.
Lo Statuto risponde a ogni modo alle cento accuse che furono avventate più tardi contro noi da libelli di spie come il De la Hodde, o di frenetici come D'Arlincourt, e citate spesso con amore da scrittori di parte moderata che le sapevano false. Sopprimendo la condanna di morte, minacciata da tutte le Società segrete anteriori, ai traditori dei loro fratelli; sostituendo fin d'allora alla erronea straniera dottrina dei diritti la teorica del Dovere come fondamento dell'opere nostre; prefiggendo ai buoni un programma definito, norma suprema sulla quale ogni affratellato potea giudicare delle istruzioni trasmesse; negando risolutamente la necessità dell'iniziativa straniera; dichiarando che l'Associazione, serbando segreto il lavoro tendente all'insurrezione, svilupperebbe colla stampa i proprî principî e le proprie idee, io separava interamente la nuova fratellanza dalle vecchie Società segrete, dal dispotismo di capi invisibili, dalla indegna cieca obbedienza, dal vuoto simbolismo, dalla molteplice gerarchia e da ogni spirito di vendetta. La Giovine Italia chiudeva il periodo delle sette e iniziava quello dell'Associazione educatrice.
Più dopo, consunto il primo periodo della nostra attività, sorsero nelle Calabrie e in qualch'altro punto organizzazioni indipendenti dal Centro che, assumendo il nome fatto popolare della Giovine Italia, coniarono, a seconda delle abitudini del paese o delle inspirazioni personali dei fondatori, Statuti in parte diversi dal nostro. Ma o le circostanze vietarono ogni contatto fra noi, o insistemmo perchè accettassero le nostre norme fondamentali. Quei che ci apponessero deviazioni siffatte farebbero come quei che apponessero al principio repubblicano il terrore del 1793, o al monarchico gli assassinii del 1815 nel mezzogiorno di Francia. Ogni Partito, ogni moto nazionale ha sobbollimenti, pei quali, presso gli onesti ragionatori, il Partito e il moto non sono mallevadori.
Mi posi a capo della impresa perchè il concetto era mio ed era naturale ch'io lo svolgessi, e perch'io sentiva in me potenza d'attività infaticabile e pertinacia di volontà capaci di svolgerlo; e l'unità della direzione mi pareva essenziale. Ma il programma era pubblico e destinato ad essere l'anima dell'Associazione. Io non poteva deviarne menomamente senza che gli affratellati sorgessero a rinfacciarmelo. Poi, io ero circondato d'uomini i quali m'erano amici, e usavano liberamente dei diritti dell'amicizia, e accessibile a tutti e in tutte le ore. Era in sostanza un lavoro collettivo fraterno nel quale chi dirigeva s'assumeva più ch'altro il privilegio d'incorrere il biasimo, le opposizioni e la persecuzione per tutti.
Fermo nell'idea d'iniziare la doppia nostra missione segreta e pubblica, insurrezionale ed educatrice, mentr'io dava opera assidua, come dirò poi, all'impianto dei Comitati dell'Associazione in Italia, m'affrettai a stampare il manifesto della Giovine Italia, raccolta di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell'Italia, tendente alla sua rigenerazione. Noi non avevamo mezzi pecuniarî. Io andava economizzando quanto più poteva sul trimestre che mi veniva dalla famiglia: i miei amici erano tutti esuli e dissestati in finanza. Ma ci avventurammo, fidando nell'avvenire e nelle sottoscrizioni volontarie che dovevano venirci se i nostri principî tornavano accetti. Il Manifesto escì sul finire, a quanto ricordo, del 1831. Gli tenne dietro di poco, nel 1832, il primo fascicolo.
MANIFESTO
DELLA
GIOVINE ITALIA
Se un Giornale a noi Italiani esuli raminghi, e sbattuti dalla fortuna fra gente straniera, senza conforto fuorchè di speranza, senza pascolo all'anima fuorchè d'ira e dolore, non dovesse riuscire che sfogo sterile, noi taceremmo. Fra noi, finora, s'è speso anche troppo tempo in parole: poco in opere; e se non guardassimo che a' suggerimenti dell'indole propria, il silenzio ci parrebbe degna risposta alle accuse non meditate, e alla prepotenza de' nostri destini; il silenzio che freme e sollecita l'ora della giustificazione solenne; ma guardando alle condizioni presenti, e al voto, che i nostri fratelli ci manifestano, noi sentiamo la necessità di rinnegare ogni tendenza individuale a fronte del vantaggio comune: noi sentiamo urgente il bisogno di alzare una voce libera, franca e severa che parli la parola della verità ai nostri concittadini, e ai popoli che contemplano la nostra sventura.
Le grandi rivoluzioni si compiono più coi principî, che colle bajonette: dapprima nell'ordine morale, poi nel materiale. Le bajonette non valgono se non quando rivendicano, o tutelano un diritto: e diritti e doveri nella società emergono tutti da una coscienza profonda, radicata nei più: la cieca forza può generare vittime e martiri e trionfatori; ma il trionfo, collochi la sua corona sulla testa d'un re o d'un tribuno, quand'osta al volere dei più, rovina pur sempre in tirannide.
I soli principî, diffusi e propagati per via di sviluppo intellettuale nell'anime, manifestano nei popoli il diritto alla libertà, e creandone il bisogno, danno vigore e giustizia di legge alla forza. Quindi l'urgenza dell'istruzione.