Rivolti principalmente all'Italia, noi non ci allargheremo nella politica forestiera e negli eventi europei, se non quanto giovi a promuovere la educazione e l'esperienza italiana, se non quanto giovi ad accrescere infamia agli oppressori del mondo, o a stringer più fermo il vincolo di simpatia che deve raccogliere in una fratellanza di voti e d'opere gli uomini liberi di tutte le contrade.

Una voce ci grida: la religione della umanità è l'Amore. Dove due cori battono sotto lo stesso impulso, dove due anime s'intendono nella virtù, ivi è patria. E noi non rinnegheremo il più bel voto dell'epoca, il voto dell'associazione universale tra' buoni; ma un sangue gronda dalle piaghe, aperte dalla fede nello straniero, che noi non possiamo dimenticare ad un tratto. L'ultima voce dei traditi si frappone tra noi e le nazioni che ci hanno finora venduti, negletti, o sprezzati. Il perdono è la virtù della vittoria. L'amore vuole equilibrio di potenza e di stima. Però, noi, rifiutando pur sempre l'ajuto e la compassione dello straniero, gioveremo allo sviluppo del sentimento europeo col mostrarci, non foss'altro, quali noi siamo, nè ciechi nè vili, ma sfortunati; e cacciando sulla mutua stima le basi della futura amicizia. L'Italia non è conosciuta. La vanità, la leggerezza, la necessità di crear discolpe ai delitti han fatto a gara per travisare fatti, passioni, costumanze e abitudini. Noi snuderemo le nostre ferite: mostreremo allo straniero di qual sangue grondi quella pace alla quale ci sacrificarono le codardie diplomatiche: diremo gli obblighi che correvano a' popoli verso di noi, e gl'inganni che ci han posto in fondo: trarremo dalle carceri e dalle tenebre del dispotismo i documenti della nostra condizione, delle nostre passioni, e delle nostre virtù: scenderemo nelle fosse riempiute dell'ossa de' nostri martiri, e scompiglieremo quell'ossa, ed evocheremo que' grandi sconosciuti, ponendoli davanti alle nazioni, come testimonî muti dei nostri infortunî, della nostra costanza, e della loro colpevole indifferenza. Un gemito tremendo di dolore, e d'illusioni tradite sorge da quella rovina, che l'Europa contempla fredda, e dimentica che da quella rovina si diffondeva ad essa due volte il raggio dell'incivilimento, e della libertà. E noi lo raccorremo quel gemito, e lo ripeteremo alla Europa, ond'essa v'impari tutta l'ampiezza del suo misfatto, e diremo a' popoli: queste son l'anime che voi avete trafficate sinora: questa è la terra che avete condannata alla solitudine e all'eternità del servaggio! (1831).


Le obbiezioni a noi più frequenti movevano, singolare a dirsi, dalla credenza radicata nei più tra gli uomini delle insurrezioni passate e nei mezzi ingegni della Penisola, che l'Unità fosse utopia ineseguibile e avversa alle tendenze storiche degli Italiani. Tra gli oppositori e me il fatto ha deciso. Ma allora, quando il dissenso era nelle classi dette educate, pressochè universale—quando i Governi di tutta Europa mantenevano la teoria di Metternich che facea dell'Italia una espressione puramente geografica, e gli uomini più noti in Francia ed altrove per tendenze repubblicane ostili ai Trattati e invocanti rivoluzione parteggiavano pel federalismo come solo possibile tra noi—le cagioni di dubbio erano molte davvero. Armand Carrel e gli uomini del National insinuavano i vantaggi delle confederazioni in Italia, nella Spagna, in Germania. Buonarroti e gli uomini che cospiravano intorno a lui erano teoricamente favorevoli alle Unità Nazionali; ma la loro decisione irrevocabile, intollerante, che nessun popolo dovesse mai movere se non dopo la Francia, rendeva illusoria l'idea e minacciava spegnerla in germe. Il vero è che mancava a tutti in quel periodo di concitamento europeo l'intuizione dell'avvenire. Il moto era, più che d'altro, di libertà. Pochi intendevano che libertà vera e durevole non può conquistarsi all'Europa se non da popoli compatti, forti, equilibrati di potenza e non ridotti dal terrore d'una invasione a mendicare con turpi concessioni un'alleanza proteggitrice o sviati da speranze d'ajuti per lo scioglimento d'una od altra questione territoriale a imparentare la libertà propria coll'altrui dispotismo: pochissimi intendevano che l'invocata associazione dei popoli pel progresso ordinato e pacifico dell'Umanità tutta quanta esigeva prima condizione che i popoli fossero. E popoli non sono dove pel congiungimento forzato di razze o famiglie diverse manca l'unità della fede e dell'intento morale che soli costituiscono le nazioni. Il riparto d'Europa, come i Trattati del 1815 l'avevano sancito, frapponeva, colla eccessiva potenza degli uni e la debolezza degli altri, colla necessità d'appoggiarsi a ogni patto su qualunque grande Potenza s'offrisse creata ai piccoli Popoli e col germe delle divisioni interne lasciato vivo in seno a quasi ciascuna Nazione, un ostacolo insormontabile a ogni sviluppo normale e securo di libertà. Rifare la Carta d'Europa e riordinare i popoli a seconda della missione speciale assegnata a ognun d'essi dalle condizioni geografiche, etnografiche, storiche, era dunque il primo passo essenziale per tutti. A me la questione delle Nazionalità pareva chiamata a dare il suo nome al secolo e restituire all'Europa una potenza d'iniziativa pel bene che non esisteva più da quando Napoleone aveva, cadendo, conchiuso un'epoca intera. Ma quei presentimenti non erano se non di pochissimi. Quindi la questione d'Unità che stava in cima de' miei pensieri non era guardata siccome importante, e gli ostacoli apparenti inducevano facilmente i nostri a sagrificarla. In Francia l'istinto, inconsciamente dominatore non delle moltitudini, ma degli ingegni, accarezzava allora, come sempre, teorie e disegni che miravano a ordinare intorno alla Francia Una e forte, libere, ma deboli confederazioni.

Bensì, a me per verificare le probabilità del mio concetto importava, più assai che non il voto dei mezzi ingegni stranieri e nostri, l'istinto delle moltitudini e dei giovani ignoti a contatto con esse in Italia. Mi diedi dunque, tra un articolo e l'altro, a impiantare l'Associazione segreta. Mandai Statuti, Istruzioni, avvertenze d'ogni genere ai giovani amici lasciati in Genova e in Livorno. Là, mercè i Ruffini in Genova, Bini e Guerrazzi in Livorno, s'impiantarono le prime Congreghe. Così chiamavamo con nome desunto dai ricordi di Pontida i nostri nuclei di direzione.

L'ordinamento era, quanto più si poteva, semplice e schietto di simbolismo. Respinta l'interminabile gerarchia del Carbonarismo, l'associazione non avea che due gradi: Iniziatori e Iniziati: erano iniziatori quanti, oltre la devozione ai principî, avevano intelletto abbastanza prudente per scegliere nuovi membri da affratellarsi; iniziati semplici gli uomini ai quali era sottratta la facoltà di affigliare. Un Comitato Centrale all'estero, destinato a tenere sollevata in alto la bandiera dell'Associazione, a stringere quanti più vincoli fosse possibile tra l'Italia e gli elementi democratici stranieri, e a dirigere generalmente l'impresa:—Comitati interni, dirigenti la cospirazione pratica nei particolari, impiantati nei capoluoghi delle provincie importanti:—un Ordinatore in ogni città posto a centro degli Iniziatori:—poi gli affratellati divisi in drappelli ineguali di numero capitanati dagli Iniziatori;—era questa l'ossatura della Giovine Italia. La corrispondenza correva quindi dagli Iniziati agli Iniziatori, da questi, separatamente per ciascuno, all'Ordinatore; dagli Ordinatori alla Congrega della loro circoscrizione, dalle Congreghe al Comitato Centrale. Eliminati come soverchiamente pericolosi i segni di conoscimento tra gli affratellati, una parola convenuta, una carta tagliuzzata, un tocco speciale di mano accreditavano i viaggiatori dal Comitato Centrale ai Comitati provinciali e da questi a quello: mutabili per trimestre. Le contribuzioni mensili, alle quali ogni affratellato s'astringeva a seconda dei mezzi, rimanevano pei due terzi nelle Casse dell'interno: un terzo rifluiva, o più esattamente dovea rifluire nella Cassa Centrale per supplire alle spese d'ordine generale. La stampa doveva alimentarsi da sè colla vendita degli scritti. Un ramoscello di cipresso era, in memoria dei Martiri, il simbolo dell'Associazione. Il motto generale ora e sempre accennava alla costanza necessaria all'impresa. La bandiera della Giovine Italia portava da un lato, scritte sui tre colori italiani, le parole: Libertà, Eguaglianza, Umanità e dall'altro: Unità e Indipendenza: indicatrici le prime della missione internazionale Italiana, le seconde della nazionale. Dio e l'Umanità fu fin dai primi giorni dell'Associazione la formola da essa adottata in tutte le sue relazioni esterne: Dio e il Popolo la formola per tutti i lavori risguardanti la Patria. Da questi due principî, applicazioni a due sfere diverse d'un solo, l'Associazione deduceva tutte le sue credenze religiose, sociali, politiche, individuali. Prima fra tutte le Associazioni politiche di quel tempo, la Giovine Italia mirava a comprendere in un solo concetto tutte le manifestazioni della vita Nazionale e a dirigerle tutte, dall'alto d'un principio religioso: la missione fidata alla creatura, verso un unico fine, l'emancipazione della Patria, e il suo affratellamento coi Popoli liberi.

Le istruzioni che io in quel primo periodo dell'Associazione andava inculcando ai Comitati, agli Ordinatori e a quanti giovani venivano a contatto con me, erano in parte morali, in parte politiche.

Le morali sommavano, mutate le parole, a questo: «Noi siamo non solamente cospiratori, ma credenti: aspiriamo ad essere, non solamente rivoluzionarii ma per quanto è in noi rigeneratori. Il nostro è problema d'educazione nazionale anzi tutto: l'armi e l'insurrezione non sono se non mezzi senza i quali, mercè le nostre condizioni, è impossibile scioglierlo: ma noi non invochiamo le bajonette se non a patto ch'esse portino sulla punta un'idea. Poco ci importerebbe distruggere, se non avessimo speranza di fondare il meglio: poco di scrivere doveri e diritti sopra un brano di carta se non avessimo intento e fiducia di stamparli nell'anime. Questo neglessero i nostri padri; questo dobbiam noi aver sempre davanti la mente. Determinare i diversi Stati d'Italia a insorgere, non basta; si tratta di crear la Nazione. Noi crediamo religiosamente che l'Italia non ha esaurito la propria vita nel mondo, essa è chiamata a introdurre ancora nuovi elementi nello sviluppo progressivo dell'Umanità e a vivere d'una terza vita; noi dobbiamo mirare a iniziarla. Il materialismo non può generare in politica se non la dottrina dell'individuo, buona forse ad assicurare—e appoggiandosi sulla forza—l'esercizio di alcuni diritti personali, ma impotente a fondare la nazionalità e l'associazione, ch'esigono fede in una unità d'origine, di legge, di fine: lo respingiamo. Noi dobbiamo tendere a rannodare la tradizione filosofica italiana dei secoli XVI e XVII, tradizione di sintesi e spiritualismo; a ravvivare le forti credenze, e risuscitare nel core degli italiani la coscienza dei fatti della nazione; a dar loro con quella coscienza coraggio, potenza di sagrificio, costanza, concordia d'opera.»

E le Istruzioni politiche ripetevano:

«Il partito più forte è il partito più logico. Non vi contentate d'un semplice senso di ribellione nei vostri; o d'incerte, indefinite dichiarazioni di liberalismo: chiedete a ciascuno la sua credenza e non accettate se non gli uomini la credenza dei quali è concorde colla vostra. Non fate assegnamento sul numero, ma sull'unità delle forze. Il nostro è un esperimento sul nostro popolo: ci rassegniamo alla possibilità di trovarci delusi nelle nostre speranze, ma non al pericolo di vedere sorgere tra noi la discordia il dì dopo l'azione. La vostra è bandiera nuova: cercatele sostenitori fra' giovani: è in essi entusiasmo, capacità di sagrificio, energia. Dire loro tutta quanta la verità, tutto ciò che vogliamo. Saremo certi d'essi s'accettano. Supremo errore del passato fu quello di fidare le sorti del paese agli individui più che ai principî: combattetelo: predicate fede, non nei nomi ma nelle moltitudini, nel diritto, in Dio. Insegnate a scegliere i capi tra quei che avranno attinto le inspirazioni nella rivoluzione, non nella condizione di cose anteriori. Ponete a nudo gli errori del 1831: non tacete alcuna delle colpe dei capi. Ripetete sempre che la salute d'Italia sta nel suo popolo. E la leva del popolo sta nell'azione, nell'azione continua, rinnovata sempre senza sconfortarsi o atterrirsi delle prime disfatte. Fuggite le transazioni: sono quasi sempre immorali e per giunta inutili. Non v'illudete a poter evitare guerra, guerra inesorabile, feroce, dall'Austria: fate invece, quando vi sentirete forti, di provocarla: l'offensiva è la guerra delle rivoluzioni; assalendo, inspirerete paura al nemico, fiducia e ardore agli amici. Non abbiate speranza nei Governi stranieri: se potrete mai averne un ajuto non sarà se non a patto di convincerli prima che siete forti e capaci di vincer senza essi. Non fidate nella diplomazia; sviatela lottando, e pubblicando ogni cosa. Non insorgete mai se non in nome d'Italia e per l'Italia tutta quanta è. Se vincerete la prima battaglia in nome d'un principio e con forze vostre, sarete iniziatori tra i popoli e li avrete compagni nella seconda. E se cadrete avrete almeno promosso l'educazione del paese: lascerete sulla vostra tomba un programma per la generazione che terrà dietro alla vostra.»