Vivono ancora molti degli uomini ch'ebbero in quel tempo contatto con me; e possono dire se il mio linguaggio non era tale.
L'esperimento riuscì.—Il popolo confutò i mezzi ingegni.
I Comitati si costituirono rapidamente nelle principali città di Toscana. In Genova, i Ruffini, Campanella, Benza ed altri pochi che accettarono l'ufficio di diffondere l'associazione, erano pressochè ignoti, giovani assai e senza mezzi di fortuna od altro che potesse conquistare ad essi influenza. E nondimeno da studente a studente, da giovine a giovine, l'affratellamento si diffuse più assai rapidamente che non era da sperarsi. I primi nostri scritti supplirono all'influenza personale. Quanti potevano leggerli, s'affratellavano. Era la vittoria delle idee sostituita alla potenza dei nomi o al fascino del mistero. Le nostre trovavano un'eco, rispondevano visibilmente a una aspirazione fino allora inconscia e dormente nel core dei giovani. E bastava per rinfrancarci, e segnarci doveri che in verità noi tutti, piccola falange di precursori, per quanto concerne operosità instancabile e sagrificio, compiemmo. Dall'associazione dei San Simoniani in fuori, alla quale la semplice pretesa di religione inspirava appunto in quei tempi più assai potenza di sagrificio e d'amore che non n'ebbero tutte le società democratiche puramente politiche, io non vidi—e lo dico per debito ad uomini che morirono o vivono noncuranti di fama e pressochè ignoti—nucleo di giovani devoti con tanto affetto reciproco, con tanta verginità d'entusiasmo, con tanta prontezza a fatiche d'ogni giorno, d'ogni ora, come quello che s'adoprava allora con me. Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi quasi tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni d'operai: La Cecilia, allora dirittamente buono, s'era fatto compositore di stampa: Lamberti, correttore; tal altro letteralmente facchino per economizzarci la spesa del trasporto dei fascicoli a casa. Vivevamo eguali e fratelli davvero, d'un solo pensiero, d'una sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima; amati, ammirati per tenacità di proposito e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani stranieri: spesso—dacchè spendevamo, per ogni cosa, del nostro—fra le strette della miseria, ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due anni di vita giovine, pura e lietamente devota, com'io la desidero alla generazione che sorge. Avevamo guerra accanita abbastanza e pericoli, com'ora dirò, ma da nemici dai quali l'aspettavamo. La misera tristissima guerra d'invidie, d'ingratitudini, di sospetti e calunnie da uomini di patria e spesso di parte nostra, l'abbandono immeritato d'antichi amici, la diserzione dalla bandiera, non per nuovo convincimento, ma per fiacchezza, vanità offesa e peggio, di quasi una intera generazione che giurava in quelli anni con noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato l'anime nostre, amorevoli oggi e credenti siccome allora, ma insegnato a noi pochi
La violenta e disperata pace,
il lavoro senza conforto di speranza individuale, per sola riverenza al freddo, inesorabile, scarno dovere.—E Dio ne salvi quei che verranno.
Il contrabbando delle nostre stampe in Italia era faccenda vitale per l'Associazione e grave per noi. Un giovane Montanari che viaggiava sui vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morì poi di colèra nel Mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovavano mirabilmente. E finchè l'ira dei Governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per Genova, un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via così: sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi dall'affratellato sul battello, finchè i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremendo agli introduttori—quando la guerra inferocì per modo che Carlo Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pensa, Barbaroux, Lascaréne, intimò a chi non denunzierebbe, due anni di prigione e una ammenda, promettendo al delatore metà della somma e il segreto—cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci o dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti commerciali ignari a commissionarî egualmente ignari nei luoghi diversi, dove taluno dei nostri avvertito dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo ideando.
Avevamo del resto ai contrabbandi l'ajuto di qualche repubblicano francese e segnatamente della marineria dei legni mercantili italiani, buona allora com'oggi, e verso la quale avevamo con attività grande diretto il nostro lavoro. Primi fra i migliori erano gli uomini di Lerici, e ricordo con affetto e ammirazione come ad esempio un tipo mirabile di popolano, Ambrogio Giacopello, che perdè nave e ogni cosa per averci contrabbandato sulle coste liguri duecento fucili, e mi rimase amico devoto. Credo ch'ei viva tuttavia in Marsiglia, e vorrei che potessero cadergli sott'occhio queste mie linee. So ch'egli sarebbe lieto del mio ricordo. Non ho mai trovato ingratitudine e oblio nei popolani d'Italia.
Incapace d'impedire la circolazione dei nostri scritti all'interno, i Governi d'Italia tentarono di soffocare la nostra voce in Marsiglia, e si rivolsero al Governo Francese. E il Governo Francese che, riconosciuto da tutti, non aveva più cagione d'impaurire il dispotismo Europeo, annuì alle richieste. Ma quella persecuzione non impedì menomamente il progresso del nostro lavoro. L'ordinamento si diffuse rapidamente da Genova alle Riviere, a parecchie località del Piemonte e a Milano, dalla Toscana alle Romagne. I Comitati si moltiplicarono. Le comunicazioni segrete si stabilirono regolari e possibilmente sicure fino alle frontiere napoletane. I viaggiatori da una provincia all'altra corsero frequenti a infervorare gli animi e trasmettere le nostre istruzioni. La sete di stampati fu tale che, non bastando i nostri, stamperie clandestine s'impiantarono su due o tre punti d'Italia: ristampavano cose nostre o diramavano brevi pubblicazioni inspirate dalle circostanze locali. La Giovine Italia, accettata con entusiasmo, diventava in meno d'un anno associazione dominatrice su tutte l'altre in Italia.
Era il trionfo dei principî. Il nudo fatto che in così breve tempo pochi giovani, ignoti, sprovveduti di mezzi, esciti dal popolo, avversi pubblicamente nelle dottrine e nelle opere a quanti avevano, per voto di popolo e influenza riconosciuta, capitanato fin allora il moto politico, si trovassero capi d'una associazione potente tanto da concitarsi contro la trepida persecuzione di sette Governi, bastava, parmi, a provare che la bandiera inalzata era la bandiera del vero—(1861).
Il decreto ministeriale che, per compiacere ai governi dispotici d'Italia, m'esiliava di Francia, mi colse nell'agosto del 1832. Importava continuare in Marsiglia, dov'erano ordinate le vie di comunicazione coll'Italia, la pubblicazione dei nostri scritti. Però determinai di non ubbidire e mi celai, lasciando credere ch'io partiva.