«Ma quando la misura sarà colma, quando la campana a stormo dei popoli suonerà l'ora della libertà, e la Francia in armi vi chiederà: come usaste il potere ch'io v'affidai? guai a voi! popoli e re vi respingeranno ad un'ora. Voi consegnaste la patria senza difesa alle insidie dei despoti; cacciaste a piene mani il disonore sovr'essa; faceste quasi retrocedere d'un passo l'associazione universale; per voi la libertà delle nazioni fu data in pasto alla Santa Alleanza; per voi s'invelenirono l'anime, s'annebbiarono di diffidenza i generosi pensieri, s'interruppe il nobile moto di fratellanza che le giornate del Luglio avevano iniziato. Poi, quando le vittime della vostra diplomazia, dei vostri perfidi protocolli, vennero, siccome spettri, a chiedervi asilo, voi le respingeste, le abbeveraste d'oltraggi, e cancellaste dai vostri codici i diritti inviolabili della sciagura e il dovere ospitale.
«Quanto a noi, uomini d'azione, minorità sacra alla sventura, sentinelle perdute della rivoluzione, diemmo, il dì che giurammo alla causa degli oppressi, un addio solenne alla vita, alle sue gioje, a' suoi conforti. Non entri in noi ira ingiusta o diffidenza fatale. La fazione ch'oggi governa nulla ha di comune coi popoli che gemono conculcati come noi gemiamo. Serbiamoci uniti, e stringiamo le file. L'ora della giustizia verrà per noi tutti[14].»
24 agosto 1832.Giuseppe Mazzini.
Dopo la Protesta, rincrudirono, com'era da aspettarsi, le persecuzioni. Irritato della nostra ostinazione e sollecitato senza posa dagli agenti dei nostri Governi, il Ministro Francese tentò tutte le vie per sopprimere la Giovine Italia: intimò lo sfratto a parecchi tra i nostri operai compositori e a taluni fra quei ch'egli supponeva collaboratori: s'adoprò a impaurire il pubblicatore: minacciò di sequestri: moltiplicò le ricerche per avermi in mano. Noi sostenemmo virilmente la lotta: agli operai cacciati sostituimmo operai francesi: un cittadino di Marsiglia, Vittore Vian, si fece gerente: i nostri si dispersero nei piccoli paesi vicini al centro del nostro lavoro: provvedemmo a trafugare le copie degli scritti appena escite dal nostro torchio; e quanto a me, cominciai allora quel modo di vita che mi tenne ventidue anni su trenta prigioniero volontario, fra le quattro pareti d'una stanzuccia. Non mi rinvennero. Gli accorgimenti coi quali mi sottrassi—le doppie spie che servivano, a un tempo, per poco danaro, al prefetto e a me, inviandomi lo stesso giorno copia delle informazioni date sul mio conto alle Autorità—il comico modo col quale, scoperto un giorno il mio asilo, persuasi al Prefetto di lasciarmi partire, invigilato da' suoi agenti, senza scandali e chiassi, poi mandai in mia vece a Ginevra un amico che m'era somigliante della persona, mentr'io passava tra i birri in uniforme di guardia nazionale—non entrano in questo racconto che non mira a pascere la curiosità dei lettori sfaccendati, ma a giovare d'indicazioni storiche e d'esempî il paese. Basti ch'io rimasi per tutto un anno in Marsiglia, scrivendo, correggendo prove, corrispondendo, abboccandomi a mezzo la notte con uomini del Partito che venivano d'Italia e con taluni fra i capi repubblicani di Francia.
Ed ebbe allora cominciamento, da una atroce calunnia, quella turpe guerra sleale d'accuse non provate mai nè fondate, d'insinuazioni impossibili a confutarsi, di sospetti introdotti in una pubblicazione per giovarsene poi in un'altra, di congetture gesuitiche sulle intenzioni, di frasi strappate all'insieme d'uno scritto e mutilate e isolate e tormentate a farne escire un senso contrario alla mente dello scrittore, che la polizia francese dei tempi di Luigi Filippo insegnò alle polizie dei tirannucci italiani e che, continuata con insistenza sistematica da storici, uomini in ufficio, gazzettieri anonimi, scribacchiatori d'opuscoli e aspiranti a impieghi o sussidî, e spie e trafficatori di parte moderata per tutta Italia, ci seguì, come i corvi gli eserciti, per oltre a trent'anni di vita; m'assalì sui fianchi, alle spalle, raro o senza nome di fronte, latra anch'oggi e ringhia e urla contro ogni mio atto vero o inventato di pianta, e riuscì, colla plebe dei creduli e di quanti, irati nel segreto dell'anima alla propria impotenza, abborrono, come i gufi la luce, chi fa o tenta di fare, ad accumulare nella mia patria, e qui dov'io scrivo, le taccie di comunista, e socialista settario, d'uom di sangue e di terrorista, d'ambizioso intollerante esclusivo e di cospiratore codardo contro me che confutai stampando le sette socialistiche a una a una, chiamai il terrorismo francese delitto d'uomini tremanti per sè, sagrificai, non curando il biasimo de' miei più cari, la predicazione delle mie credenze a ogni probabilità che si facesse l'Italia per altra via, diedi lietamente l'opera mia nel silenzio anche a uomini di parte avversa purchè giovassero, strinsi, immemore di me stesso, la mano che avea scritto mortali e false accuse sul conto mio quando m'apparve liberatrice, e affrontai con indifferenza serena ogni sorta di pericoli, mentre gli accusatori non sognarono mai di pericolo nella vita fuorchè di spiacere ai padroni. Guerra di tristi bassamente e crudeli, perchè non paga di perseguitare colla forza chi dissente da essi, tenta d'uccidere l'anima e l'onore dell'avversario: guerra di vili, perchè combatte senza rischio e di sotto allo scudo del potente, sopprime le difese colla violenza e si giova financo del silenzio sdegnoso del calunniato a convalidar la calunnia: guerra fatale ai popoli che non le impongono fine, perchè mette nella loro vita il tarlo d'una immoralità che ne rode la fama al di fuori e la maschia energia dell'azione al di dentro. E per questo ne parlo e mi toccherà riparlarne.
L'accusa alla quale io alludo m'apponeva un assassinio e peggio, dacchè un decreto d'assassinio è colpa peggiore. Il Governo Francese, irritato del non potere trovarmi, pensò che infamandomi reo di delitto volgare, avrebbe allontanato da me la stima e l'affetto che mi procacciavano asilo. Però, raccolse dalle mani d'un agente di polizia un documento storico al quale l'impostore aveva apposto il mio nome, e lo inserì, pur sapendolo opera di falsario, nel Monitore.
Il 20 ottobre 1832 un Emiliani era stato assalito sulla strada e ferito non mortalmente in Rodez, dipartimento delle Aveyron, da parecchi esuli italiani. Il 31 maggio 1833, poco dopo pronunciata sentenza di cinque anni di prigione contro i feritori, l'Emiliani e un Lazzareschi di lui compagno, furono, in un caffè, mortalmente feriti da un giovine Gavioli, esule del 1831. Ambi erano, a quanto poi seppi, spie del duca di Modena e tenuti per tali dai loro compagni di proscrizione. Al tempo dei tristi fatti io non sapea che esistessero; e m'erano egualmente ignoti i loro aggressori.
Già pochi giorni dopo il primo ferimento, il Giornale dell'Aveyron avea preparato il terreno all'accusa, e m'avea suggerito la protesta seguente:
Al Direttore della Tribune.
«Signore,