«Ove sono quelle lettere? in Parigi? le sequestrava il Governo di Francia? furono esse comunicate all'accusato? Somministrano la mia condotta, i miei atti, le mie corrispondenze prove che convalidino l'affermazione dell'essere le lettere scritte da me? No. Le citazioni delle lettere spettano alla polizia Sarda; gli originali stanno, dicono, ne' suoi archivî; il ministro di Francia non le cita che a brani, sull'altrui fede. Soltanto, ei crede che le altrui relazioni meritino fede da lui. Perchè? Come? esiste un solo ragguaglio di polizia francese che mi dimostri cospiratore contro il Governo di Francia? Fui io mai colpevole di ribellione? o sorpreso nelle file della sommossa?
«In condizione siffatta di cose, che mai posso io fare?
«È possibile dimostrare le falsità d'un fatto speciale, definito; non è possibile dimostrar quella d'un fatto generale che può abbracciare gli atti e i pensieri di tutta una vita: non è possibile difendersi da una accusa che non s'appoggia su prova alcuna.
«Io chiesi che mi fossero comunicate le lettere ministeriali; ed ebbi rifiuto. Non mi rimaneva che la facoltà di negare il fatto siccome falso, e lo feci. Negai l'esistenza nelle mie lettere delle linee in corsivo che sole accennerebbero a un intendimento comune tra me e il partito repubblicano di Francia. Quelle linee sono una interpolazione. Altro non esprimono che osservazioni e giudizî intorno a fatti recenti, e non possono formare argomento d'accusa.
«Io dissi queste cose al Ministro in una mia lettera del 1.º agosto. Smentii quelle linee, sfidando la polizia francese e la sarda a provarne l'autenticità. Chiesi inchiesta, processo e giudizio. Il Ministro non condiscese a rispondermi.
«Il prefetto di Marsiglia, che m'aveva promesso d'aspettare la risposta del signor di Montalivet, m'intimò a un tratto un secondo ordine di partenza. E mi fu forza cedere.
«Son questi i fatti.
«Uomini del Potere, che cosa sperate? che la vostra vergognosa sommessione ai voleri della Santa Alleanza c'induca a tradire i nostri doveri verso la Patria? o che le vostre insistenti persecuzioni possano mai sconfortarci e stancarci di quella santa libertà che voi rinegaste saliti appena al potere? Pensate di riuscire con una serie di atti arbitrarî nella missione retrograda che v'assumeste di far germogliare la diffidenza dove il vincolo di fratellanza va più sempre stringendosi? o d'infondere un senso di riazione nei patrioti di tutte contrade contro quella Francia alla quale voi soli contendete fati e missione?
«O credete, uomini abbiettamente codardi, cancellarvi di sulla fronte il marchio meritato d'infamia, allontanando gli uomini che voi spingeste sull'orlo dell'abisso per abbandonarli al pericolo, gli uomini la cui presenza sul suolo francese è un sanguinoso rimprovero, un perenne rimorso per voi? Non lo sperate. Quella macchia è incancellabile; ogni giorno della vostra dominazione la fa più profonda; ogni giorno solleva una voce di proscritto per maledirvi e gridarvi:
«Seguite, seguite! Voi ci rapiste libertà, patria, esistenza: rapiteci or, se potete, anche la parola: rapiteci l'alito che ci reca un profumo della nostra terra: rapite al proscritto la sola gioja ch'ei serbi sul suolo straniero, quella d'affondare lontano sul mare lo sguardo dicendo a sè stesso: là è l'Italia! Seguite, seguite! D'una in altra umiliazione trascinatevi ai piedi dello Czar, del Papa o di Metternich; supplicate perchè vi si concedano ancora alcuni giorni d'esistenza, offrendo in ricambio oggi la libertà d'un patriota, domani la di lui testa. Seguite, seguite! Spingetevi più sempre innanzi sulla via che attraverso il disonore conduce a rovina. È necessario, perchè i popoli raggiungano salute, che voi possiate rivelarvi in tutta la nudità d'un sistema d'inganno e di bassezza nuovo in Europa. È necessario, perchè la santa causa trionfi, che si dimostri innegabilmente per voi l'impossibilità d'una alleanza tra la causa dei re e quella dei popoli.