Non dirò com'io mi fossi, a quell'accalcarsi di nuove funeste, nell'animo mio: scrivo appunti di fatti, non la storia delle mie sensazioni. Parve bensì a me e agli amici miei che durasse in ogni modo per noi la necessità di tentare un fatto. Era visibile, nelle incertezze dei cospiratori dell'interno, quello squilibrio tra il pensiero e l'azione che anch'oggi, in grado minore, inceppa l'andamento del nostro risorgere. I principî di rivoluzione che predicavamo erano accolti; la necessità d'operare a seconda non era abbastanza sentita. Bisognava moralizzare il Partito: provargli col fatto che quando uomini d'una fede, e che si stanno mallevadori della salute o della rovina altrui, hanno promesso di fare, devono fare e non lasciarsi sviare da nuovi ostacoli o da cagioni individuali, comunque nobili e generose. Noi pure, capi al di fuori, avevamo promesso, e toccava a noi, insegnatori, di mantener le promesse. Avevamo d'altra parte, se ci veniva fatto d'operare sollecitamente, probabilità di successo. I più tra i nostri elementi non erano stati scoperti: sgominati, incerti e senza unità di capi o disegno, duravano pure potenti di numero, e una ardita iniziativa da parte nostra li avrebbe senz'altro raggranellati all'azione. Il fremito suscitato dalle crudeltà delle quali accennai era universale, e trapiantando rapidamente l'iniziativa dall'interno in noi, eravamo quasi certi di dar moto a una riscossa in Italia. Le nostre speranze erano talmente fondate che—per accennar qui di volo un tentativo intorno al quale non occorre spendere lunghe parole—il solo annunzio della nostra decisione bastò a raccogliere gli elementi dispersi di Genova e risuscitare il disegno. Sul finire dell'anno, un moto era nuovamente preparato in quella città, e non fallì se non per l'inesperienza dei capi, buoni, ma giovanissimi e ignoti ai più. Giuseppe Garibaldi fu parte di quel secondo tentativo e si salvò colla fuga[31].
Deliberammo adunque di fare. Lasciai Marsiglia e mi recai in Ginevra.
Studiai il terreno dal quale dovevamo operare. Come ogni Governo, il Ginevrino doveva opporsi a ogni tentativo d'irruzione armata in un paese finitimo; ma venuto a contatto coi cittadini influenti, tra i quali era Fazy, allora amicissimo mio, poscia, fatto capo di Governo, nemico, m'avvidi che l'opposizione sarebbe stata fiacca e che avremmo avuto il favore del popolo. Strinsi lega con quanti avrebbero potuto all'uopo giovarci; ajutai l'impianto d'un giornale, l'Europe Centrale, destinato a diffondere l'idea dell'emancipazione della Savoja; trovai gli uomini capaci di mantenere sicure le corrispondenze segrete con quella Provincia: feci insomma quant'era in me per accertare che avremmo potuto, anche a dispetto del Governo, operare.
La Savoja era oppressa, malcontenta, disposta a insorgere. Ebbi abboccamenti con cittadini di Chambery, d'Annecy, di Thonon, di Bonneville, d'Evian, d'altri punti. Si concertarono le basi del moto. A chi mi chiedeva quali erano le sorti serbate, in caso di riuscita, al paese, io rispondeva: che sarebbe lasciato al voto della popolazione di serbarsi all'Italia o dichiararsi Francese o congiungersi alla Confederazione Svizzera; e che, quanto a me, avrei desiderato si scegliesse il terzo partito. Ed era in fatti ed è tuttavia mia opinione che nel riparto futuro d'Europa, la Federazione Svizzera, mutata in Federazione Alpina, e fatta barriera tra Francia, Italia e Germania, dovrebbe stendersi da un lato alla Savoja, dall'altro al Tirolo Tedesco, e più oltre. La Lega delle popolazioni Alpine è indicata dalle condizioni geografiche, dalle tendenze più o meno uniformi degli abitatori dei monti, e dalla missione speciale a pro della pace Europea che quella zona intermedia, fatta più forte ch'oggi non è, sarebbe chiamata a compire. E credo che, quando la Svizzera, smembrata fra la Germania, la Francia e noi, non sia cancellata dalla Carta d'Europa, sarà quello il futuro. Soltanto la politica funesta di Cavour ha seminato difficoltà tremende dove non erano, come ha cacciato, colla cessione di Nizza, il germe d'una guerra nell'avvenire tra due nazioni, chiamate ad amarsi e procedere unite.
Gli elementi non mancavano all'azione ideata. E avremmo potuto raccoglierli tutti fra li esuli italiani; se non che il chiamarli dai diversi luoghi di deposito in Francia avrebbe, oltre al suscitar l'attenzione, importato gravissima spesa. Altri elementi erano stati accumulati dalle circostanze in Isvizzera: esuli tedeschi in conseguenza del tentativo fatto in Hambach; esuli polacchi cacciati per insubordinazione ai regolamenti o per altro dalla Francia. Ed erano, agglomerati, i primi nei cantoni di Berna e Zurigo, i secondi in quei di Neuchâtel, Friburgo, Vaud e Ginevra. Noi potevamo dunque ordinarli e giovarne l'impresa senza rivelare, con subite traslocazioni, il disegno ai Governi. A me sorrideva l'idea d'inanellare colla causa di Italia quella d'altre nazioni oppresse, e d'impiantare sulle nostre Alpi una bandiera di fratellanza Europea. La Giovine Europa era nella mia mente uno sviluppo logico del pensiero che informava la Giovine Italia. E il ridestarsi d'Italia doveva essere a un tempo un atto di iniziativa, una consecrazione dell'alto ufficio che le spettò nel passato, e le spetterà, confido, nell'avvenire. La Federazione dei Popoli doveva trovare il suo germe nella nostra Legione.
Il pensiero comunicato da me ai migliori tra gli esuli delle due nazioni, fu accolto con entusiasmo. Si fondarono comitati: si lavorò all'ordinamento pratico militare dei diversi nuclei che dovevano essere chiamati all'azione. M'ajutavano in questo lavoro alcuni militari, tra i quali era primo Carlo Bianco che s'era con Gentilini, Scovazzi e altri collocato in Nyon. Intorno a me, nell'albergo della Navigazione, ai Pâquis, s'erano raccolti Giovanni e Agostino Ruffini di Genova, Giambattista Ruffini di Modena, oggi Maggiore, Celeste Menotti, Nicola Fabrizi, Angelo Usilio, Giuseppe Lamberti, Gustavo Modena, Paolo Pallia e altri parecchi. L'albergo era tutto nostro e fatto inaccessibile alla vigilanza delle polizie. Giacomo Ciani lavorava operoso a conquistare al disegno i facoltosi lombardi, sparsi qua e là per la Svizzera: operoso egli pure, un Gaspare Belcredi di Bergamo, valente medico, noncurante di fama o d'ogni altra cosa fuorchè del fine e ch'io cito perchè fra i pochissimi che non mutarono mai, e mi sono ancora, mentr'io scrivo, amicissimi. Raccogliemmo nuovi mezzi in danaro, segnatamente da Gaspare Rosales, gentiluomo lombardo, raro per unità di pensiero e d'azione, d'indole generosa, leale, cavalleresca. Provvedemmo da Saint-Etienne e dal Belgio armi in buon numero: preparammo cartucce e quanto occorreva. Lavoravamo tutti concordi e lietamente instancabili.
Tutto andava a seconda. Se non che, come dissi, importava agire rapidamente; e da una esigenza dei comitati dell'interno e degli uomini che ajutavano con danaro l'impresa, sorse un ostacolo che dovea condannarla a indugi indefiniti e a rovina. Chiedevano un nome. Volevano messo a capo dell'invasione un uomo militare, di grado superiore, e che alla capacità aggiungesse il fascino della rinomanza. E indicavano il Generale Ramorino.
Mandato, dal Comitato degli amici della Polonia in Parigi, a Varsavia, durando l'insurrezione nazionale Polacca, Ramorino, legato colla frazione capitanata dal Principe Czartoriski e dall'aristocrazia del paese, s'era condotto, negli ultimi tempi della guerra, in modo giudicato severamente dai migliori patrioti. Ma, tornato in Francia, era stato salutato d'ovazioni da quanti nello straniero soldato volontario in Polonia vedevano rappresentato il principio della fratellanza dei popoli, e da quanti, dando plauso a ogni uomo che avesse combattuto in Polonia, intendevano onorare non tanto lui quanto le lotte d'una nazione oppressa dal numero ma destinata a rivivere. Il nome di Ramorino era inoltre popolare in Savoja dov'egli, credo, era nato, in Genova dove viveva la di lui madre, e generalmente in Italia dove l'orgoglio dei caduti in fondo era accarezzato dagli omaggi profusi a un Italiano. E nessuno badava più oltre. Ebbi intimazione solenne di dovermi porre in contatto con lui e offrirgli il comando della fazione.
Protestai quanto seppi.—Affratellato coi migliori tra gli esuli della Polonia io aveva, dalle loro conversazioni come dall'attento esame delle operazioni militari di Ramorino, ritratto giudicio diverso da quello dei Comitati. Ricordai loro che avevamo tutti predicato il principio: a cose nuove uomini nuovi; che nelle grandi rivoluzioni le imprese avevano creato i nomi, non i nomi, le imprese; che in ogni modo, nel duplice stadio dell'iniziativa e della guerra che terrebbe dietro, sarebbe stato più cauto lasciare il primo agli ordinatorî del moto, e affidare al Generale il secondo, quando i primi successi avrebbero già fatto securo il programma e vincolerebbero il Capo qualunque ei si fosse. Non valse, il prestigio d'un nome era pur troppo allora—ed è tuttavia—più assai potente che non il principio. Mi fu dichiarato che senza Ramorino non s'agirebbe. E m'avvidi che s'interpretava il dissenso mio come istinto di chi ambiva essere capo civile e militare ad un tempo. Vive tuttavia chi mi vide prorompere in lungo ed amaro pianto convulso al primo allacciarsi di quella accusa: io la meritava sì poco che non aveva mai sospettato potesse sorgere. E m'era tremenda rivelazione dell'avvenire di sospetti, di diffidenze e calunnie serbato agli uomini che con un'anima pura e piena di fiducia in altrui si consacrano a una grande impresa. Quella rivelazione s'adempì tristissima sulla mia vita.