Piegai, credo a torto, la testa e invitai Ramorino. Udito il disegno accettò. Statuimmo che l'invasione s'opererebbe da due colonne; che la prima moverebbe da Ginevra, e io ne assumeva l'ordinamento; la seconda da Lione dove Ramorino affermava d'aver influenza grandissima; e imprendeva egli a formarla. Ramorino mi chiese, per le spese necessarie all'ordinamento della colonna, 40,000 franchi; e li diedi. L'ottobre (1833) non doveva trascorrere senza vederci in azione. Ei partì sollecitamente. Io gli raccomandai come segretario un giovine modenese, fidatissimo nostro, che doveva invigilarlo e informarmi.
«Non molto prima della spedizione, sul finire del 1833[32], mi si presentò all'Albergo della Navigazione in Ginevra, una sera, un giovine ignoto. Era portatore d'un biglietto di L. A. Melegari, che mi raccomandava con parole più che calde l'amico suo, il quale era fermo di compiere un alto fatto e voleva intendersi meco. Il giovine era Antonio Gallenga. Veniva di Corsica. Era un affratellato della Giovine Italia.
«Mi disse che da quando erano cominciate le proscrizioni, egli aveva deciso di vendicare il sangue de' suoi fratelli e d'insegnare ai tiranni una volta per sempre che la colpa era seguita dall'espiazione: ch'ei si sentiva chiamato a spegnere in Carlo Alberto il traditore del 1821 e il carnefice de' suoi fratelli; ch'egli aveva nutrito l'idea nella solitudine della Corsica, finchè s'era fatta gigante e più forte di lui. E più altro.
«Obbiettai, come ho fatto sempre in simili casi: discussi, misi innanzi tutto ciò che poteva smuoverlo. Dissi ch'io stimava Carlo Alberto degno di morte, ma che la di lui morte non salverebbe l'Italia, che per assumersi un ministero di espiazione, bisognava sentirsi puro di ogni senso di povera vendetta e d'ogni altro che non fosse missione; che bisognava sentirsi capace di stringere, compito il fato, le mani al petto, e darsi vittima; che in ogni modo ei morrebbe nel tentativo, morrebbe infamato dagli uomini come assassino, e via così per un pezzo.
«Rispose a tutto; e gli occhi gli scintillavano mentr'ei parlava: non importargli la vita: non s'arretrerebbe d'un passo, compito l'atto: griderebbe viva l'Italia e aspetterebbe il suo fato: i tiranni osar troppo, perchè sicuri dell'altrui codardia, e bisognava rompere quel fascino: sentirsi destinato a quello. S'era tenuto in camera un ritratto di Carlo Alberto e il contemplarlo gli aveva fatto più sempre dominatrice l'idea. Finì per convincermi ch'egli era uno di quegli esseri le cui determinazioni stanno tra la coscienza e Dio e che la Provvidenza caccia da Armodio in poi di tempo in tempo sulla terra per insegnare ai despoti che sta in mano d'un uomo solo il termine della loro potenza. E gli chiesi che cosa volesse da me.
«Un passaporto e un po' di danaro.
«Gli diedi mille franchi e gli dissi che avrebbe un passaporto in Ticino.
«Fin là, ei non sapeva neanche che la madre di Jacopo Ruffini fosse in Ginevra e appunto nell'albergo ov'io era.
«Gallenga rimase la notte e parte del giorno dopo. Pranzò colla Ruffini e con me: non si disse verbo tra loro. Lasciai la Ruffini ignara delle intenzioni. Essa era generalmente ammutolita dal dolore e non mosse quasi parola.
«Nelle ore ch'ei passò meco, sospettai ch'ei fosse spronato più da una sfrenata ambizione di fama che non dal senso d'una missione espiatoria da compiersi. Mi ricordò sovente che da Lorenzino de' Medici in poi non s'era compiuto un simile fatto, e mi raccomandò ch'io scrivessi, dopo la sua morte alcune linee sui suoi motivi. Partì valicando il Gottardo, mi scrisse poche parole, piene d'entusiasmo: s'era prostrato sull'Alpi e avea nuovamente giurato all'Italia di compiere il fatto. Ebbe in Ticino un passaporto col nome di Mariotti.