«Giunto in Torino, s'abboccò con un membro del Comitato dell'Associazione del quale egli aveva avuto il nome da me. Fu accolta l'offerta. Furono presi concerti. Il fatto doveva compirsi in un lungo adito in Corte, pel quale il re passava ogni domenica recandosi alla cappella regia. S'ammettevano taluni a vedere il re con un biglietto privilegiato. Il comitato potè provvedersi d'uno. Gallenga andò con quello, senz'armi, a studiare il luogo. Vide il re e più fermo che mai: lo diceva almeno. Fu statuito che la domenica successiva sarebbe il giorno del fatto. Allora, impauriti del procacciarsi, in quei momenti di terrore organizzato, un'arme in Torino, mandarono un membro del Comitato, Sciandra, commerciante, oggi morto, per la via di Chambery a Ginevra, a chiedermi l'arme e avvertirmi del giorno.

«Un pugnaletto con manico di lapislazzuli che m'era dono carissimo, stava sul mio tavolino: accennai a quello, Sciandra lo prese e partì.

«Ma intanto, non considerando quel fatto come parte del lavoro d'insurrezione ch'io dirigeva, e non facendone calcolo, io mandava per cose nostre in Torino un Angelini nostro sotto altro nome. L'Angelini, ignaro del Gallenga e d'ogni cosa, prese alloggio appunto nella via dove stava in una cameretta quest'ultimo. Poi, commettendo imprudenze di condotta, fu preso a sospetto; tornando a casa, la vide invasa dai carabinieri: tirò di lungo e si pose in salvo.

«Ma il Comitato, udito che a due porte da quella del regicida erano scesi i carabinieri, e non sapendo cosa alcuna dell'Angelini, argomentò che il Governo avesse avuto avviso del progetto e fosse in cerca del Gallenga. Perciò lo fece uscir di città, lo avviò a una casa di campagna fuor di Torino, dicendogli che non si poteva tentare quella domenica, ma che se le cose si vedessero in quiete, lo richiamerebbero per un'altra delle successive.

«Una o due domeniche dopo, mandarono per lui: non lo trovarono più. Era partito ed io lo rividi in Isvizzera.

«Rimanemmo legati: ma si sviluppò in lui un'indole più che orgogliosa, vana, una tendenza d'egoismo, uno scetticismo insanabile, uno sprezzo d'ogni fede politica, fuorchè l'unica dell'Indipendenza Italiana. Lavorò meco, nondimeno: fu membro del nostro Comitato Centrale e firmò, come Segretario, un appello stampato agli Svizzeri contro la tratta de' soldati sgherri che facevano. Poi s'astenne e si diede a scrivere articoli di Riviste e libri. Disse e misdisse degli Italiani, degli amici, e di me. Prima del 1848 si riaccostò e fece parte d'un nucleo che s'ordinò sotto nome nostro. Venne il 1848. Io partiva; mi chiese di partire con me. In Milano si separò, dicendomi ch'egli era uomo di fatti, e voleva recarsi al campo. Invece d'andare al campo andò in Parma, dove congregato il popolo in piazza, cominciò a predicare quella malaugurata fusione che fu la rovina del moto. Diventò segretario d'una Società Federativa presieduta da Gioberti, del quale egli aveva scritto plagas nei suoi articoli inglesi sulle cose d'Italia; sottoscrisse circolari destinate a magnificare la monarchia piemontese; e fu scelto dal Governo a non so quale piccola ambasciata in Germania.

«Lo incontrai nuovamente dopo la caduta di Roma, in Ginevra. Mi parlò; e indifferente a biasimo o lode, gli parlai. Egli accusava i lombardi di non avere secondato il re; io gli narrai quelle storie di dolore ch'io avea veduto svolgersi, egli no: gli provai la falsità dell'accusa. Parve convinto e insistè perch'io scrivessi su quell'argomento. Dopo un certo tempo, tornato in Londra, trovai ch'egli, giuntovi appena, avea pubblicato un libello contro i milanesi dov'egli li chiamava persino codardi. Nauseato e dolendomi di vedere così calunniato da un Italiano, tra stranieri, un popolo di prodi traditi, deliberai di non più vederlo e non lo vidi mai più.»

Quando questa mia rivelazione fu letta in Torino, si levò tale una tempesta contro il Gallenga ch'ei s'avvilì. Scrisse lettere sommesse e pentimenti del trascorso giovanile: diede la sua dimissione di Deputato: rimandò non so qual croce che gli avevano appiccata al petto, sì come indegno di farne mostra, e dichiarò solennemente nel Risorgimento del novembre 1856 ch'ei rinunziava d'allora in poi ad ogni atto e scritto politico. Poi, mendicò di bel nuovo ad un collegio di ignari la Deputazione e si fece corrispondente pagato, per le cose d'Italia del Times, nelle cui colonne egli versa due volte la settimana oltraggio e calunnie sui volontari Garibaldini, sull'esercito meridionale, sugli artigiani associati, sul Partito d'Azione e su me. È decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?

Sui primi d'ottobre, ogni cosa era pronta da parte mia: non così da parte del generale Ramorino, al quale io scriveva e riscriveva senza ottenere risposta: mi giungevano bensì dal giovane segretario ragguagli tristissimi che m'additavano Ramorino perduto nella passione del gioco, indebitato e vôlto a tutt'altro che ad ordinar la colonna. Passò l'ottobre. Gli mandai viaggiatori, tra i quali ricordo Celeste Menotti che dovè raggiungerlo in Parigi, dov'ei s'era, senza scopo apparente, ridotto. Spronato, rimproverato, ei chiese tempo, allegando ostacoli impreveduti al lavoro. Gli concedemmo, riluttanti, il novembre. E il novembre anch'esso passò. Sul cominciare di dicembre, ei finalmente mi dichiarò che gli riusciva impossibile d'ordinare anche cento sui mille uomini promessi; che la polizia parigina informata, l'aveva interrogato sul disegno; ch'ei s'era valentemente schermito, ma che invigilato, adocchiato in ogni suo passo, ei non poteva ormai più adempiere alle sue promesse—e mi rimandava 10,000 sui 40,000 franchi affidatigli. Più tardi seppi ch'egli, cedendo a minacce e promesse di pagamento dei debiti, s'era messo in accordo col Governo francese, vincolandosi, non a tradire sul campo, ma a impedire che v'entrassimo mai.

Intanto, l'opportunità della mossa andava sfumando. Il partito all'interno, decimato, impaurito, sviato, cadeva nell'anarchia e nella impotenza. Al di fuori, il segreto dell'impresa, fidato a centinaja di uomini italiani, polacchi, francesi, svizzeri, si svelava a tutte le polizie. I loro agenti convenuti da ogni lato di Ginevra, spiavano ogni nostro passo, accumulavano ostacoli, insistevano colle autorità Ginevrine perchè disperdessero gli esuli agglomerati nel Cantone. Li disseminammo come meglio si poteva, a sviar l'attenzione e i sospetti; ma rimossi dalla vigilanza del Centro, lasciati alle loro inspirazioni individuali, scorati, e diffidenti pei lunghi indugi e per le promesse ripetute e sempre fallite perdevano ogni senso di disciplina, partivano, tornavano, s'allontanavano senza dir dove, in cerca d'occupazione: altri molti, privi di mezzi, ricorrevano alla Cassa Centrale ed esaurivano i mezzi serbati all'azione. Deputazioni incessanti venivano dai più impazienti fra i proscritti stranieri a lagnarsi, a chiedere quando si farebbe, ed assegnare termini perentorî all'azione, minacciando taluni di sciogliersi, altri d'operare rovinosamente da sè. L'ambasciata Francese offriva ai polacchi cacciati poco innanzi da Besançon oblio, passaporti, danaro, ogni cosa purchè vi tornassero; e i comitati Svizzeri, informati di quelle offerte, ricusavano più oltre soccorrerli. Bisognava, a trattenerli, dar loro paga regolare. L'indugio era una vera rovina.