«La prima specie di cosmopoliti occorre pur troppo frequente per ogni dove, e fu spesso rappresentata in teatro: la seconda esiste fra gli scrittori, segnatamente Francesi. Tutti quei pretesi cosmopoliti che negano la missione delle razze e guardano disdegnosi al concetto o all'amore della Nazionalità, collocano—appena si tratti di fare, e quindi della necessità d'un ordinamento—il centro del moto nella propria Patria, nella propria città. Non distruggono le Nazionalità; le confiscano a prò d'una sola. Un popolo eletto, un popolo-Napoleone è l'ultima parola dei loro sistemi; e tutte le loro negazioni covano un nazionalismo invadente, se non coll'armi—ciò che è difficile in oggi—con una iniziativa, morale e intellettuale, permanente, esclusiva, che racchiuderebbe, pei popoli abbastanza deboli per accettarla, gli stessi pericoli[34].

«Gli avversi all'idea nazionale servono, inconscî, a un pregiudizio ch'io intendo senza dividerlo. Essi derivano la definizione della parola nazionalità dalla storia del passato. Quindi le obbiezioni e i sospetti.

«Or noi, credenti nella vita collettiva dell'Umanità, respingiamo il passato. Parlando di nazionalità, parliamo di quella che soli i popoli liberi, fratelli, associati, definiranno. La Nazionalità dei Popoli non ha finora esistenza: spetta al futuro. Nel passato, noi non troviamo nazionalità fuorchè definita dai re e da trattati tra famiglie privilegiate. Quei re non guardavano che ai loro interessi personali; quei trattati furono stesi da individui senza missione, nel segreto delle Cancellerie, senza il menomo intervento popolare, senza la menoma inspirazione d'Umanità. Che poteva escirne di santo?

«Patria dei re era la loro famiglia, la loro razza, la dinastia. Il loro fine era il proprio ingrandimento a spese d'altrui, l'usurpazione sugli altrui diritti. Tutta la loro dottrina si compendiava in una proposizione: indebolimento di tutti per securità o giovamento dei proprî interessi. I loro Trattati non erano se non transazioni concesse alla necessità: le loro paci erano semplici tregue: il loro equilibrio era un tentativo diretto unicamente dall'antiveggenza di combattimenti possibili, da una diffidenza ostile e perenne. Quella diffidenza trapela attraverso tutte le mene diplomatiche di quel tempo, determina le alleanze, regna sovrana in quel Trattato di Vestfalia, ch'è parte anche oggi del diritto pubblico Europeo e il cui pensiero fondamentale è la legittimità delle razze regali dichiarata e tutelata. Come mai l'Europa dei re avrebbe potuto concepire e verificare un pensiero d'associazione e un ordinamento pacifico delle Nazioni? Essa non riconosceva principio superiore agli interessi secondarî e parziali nè credenza comune che potesse essere base e pegno di stabilità a' suoi atti. La dottrina delle razze regali legittime consacrava solo arbitro del futuro il diritto degli individui. E ne usciva un misero nazionalismo, che non è se non parodìa di ciò che il santo nome di Nazionalità suona oggi per noi.

«E allora, conseguenza dello spirito del Cristianesimo che non voleva sulla terra nemici, conseguenza pure della legge del Progresso che preparava le vie all'associazione, cominciò una grande inevitabile opposizione all'idea travisata della Nazione. La filosofia e l'economia politica introdussero il cosmopolitismo tra noi. Il cosmopolitismo predicò l'eguaglianza dei diritti per ogni uomo, qualunque ne fosse la patria: predicò la libertà del commercio: ebbe interpreti politici in Anacarsi Clootz e altri oratori nella Convenzione: creò una Letteratura col romanticismo; e fece in ogni cosa ciò che fanno generalmente le opposizioni: esagerò le conseguenze d'un principio giusto in sè, e non vedendosi intorno che nazionalità regie e patrie senza popoli, negò Patria e Nazione: non ammise che la terra e l'uomo.

«D'allora in poi, il popolo entrò sull'arena.

«Oggi, di fronte a quel nuovo elemento di vita, tutto è mutato. Il romanticismo, il mercantilismo, il cosmopolitismo, sono passati, come ogni cosa che ha compito la propria missione. La nazionalità dei re non ha più sostegno che nella cieca forza e rovinerà inevitabilmente un dì o l'altro. Il nazionalismo dei popoli va rapidamente spegnendosi condannato dall'esperienza e dalle severe lezioni che i tentativi di rigenerazione, impresi isolatamente e governati dall'egoismo locale, fruttarono. Il primo popolo che si leverà, in nome della nuova vita, non ammetterà conquista fuorchè dell'esempio e dell'apostolato del vero. Il periodo del cosmopolitismo è ovunque compito: comincia il periodo dell'Umanità.

«Or l'Umanità è l'associazione delle Patrie: l'Umanità è l'alleanza delle Nazioni per compire, in pace e amore, la loro missione sulla terra: l'ordinamento dei Popoli, liberi ed uguali, per movere senza inciampi, porgendosi ajuto reciproco e giovandosi ciascuno del lavoro degli altri, allo sviluppo progressivo di quella linea del pensiero di Dio ch'egli scrisse sulla loro culla, nel loro passato, nei loro idiomi nazionali e sul loro volto. E in questo progresso, in questo pellegrinaggio che Dio governa, non avrà luogo nimicizia o conquista, perchè non esisterà uomo-re o popolo-re, ma solamente una associazione di popoli fratelli con fini e interessi omogenei. La legge del Dovere accettata e confessata sottentrerà a quella tendenza usurpatrice dell'altrui diritto che signoreggiò finora le relazioni fra popolo e popolo e non è se non l'antiveggenza della paura. Il principio dominatore del diritto pubblico non sarà più indebolimento d'altrui, ma miglioramento di tutti per opera di tutti, progresso di ciascuno a pro' d'altri. È questo il futuro probabile e a questo devono ormai tendere tutti i nostri lavori.

«Ma pretendere di cancellare il sentimento della Patria nel core dei popoli—di sopprimere in un subito le nazionalità—di confondere le missioni speciali assegnate da Dio alle diverse tribù dell'umana famiglia—di curvare sotto il livello di non so quale cosmopolitismo le varie associazioni schierate a gerarchia nel disegno provvidenziale, e romper la scala per la quale l'Umanità va salendo all'Ideale—è un pretendere l'impossibile. I lavori diretti a quel fine sarebbero lavori perduti; non riuscirebbero a falsare il carattere dell'Epoca che ha per missione d'armonizzare la Patria coll'Umanità, ma ritarderebbero la vittoria. Il patto dell'Umanità non può essere segnato da individui, ma da popoli liberi, eguali, con nome, coscienza di vita propria e bandiera. Parlate loro di Patria, se volete ch'essi diventino tali, e stampate a caratteri splendidi sulla loro fronte il segno della loro esistenza, il battesimo della Nazione. I popoli non entrano sull'arena dell'iniziativa se non con una parte definita, assegnata a ciascun d'essi. Voi non potete compire il lavoro e rompere lo stromento: non potete usare con efficacia la leva sottraendole il punto d'appoggio. Le nazioni non muojono prima d'aver compita la loro missione. Voi non le uccidete negandola, ma ne ritardate l'ordinamento e l'attività.»

Erano queste le idee che dovevano, a quanto parevami, dirigere il nostro lavoro. E il mio modo d'intender la Storia le convalidava. Io vedeva la serie delle Epoche, attraverso le quali si compie lentamente il progresso dell'Umanità, quasi equazione a più incognite, e ogni Epoca svincolarne, come dicono gli algebristi, una, per aggiungerla alle quantità cognite collocate nell'altro membro dell'equazione. L'incognita dell'Epoca Cristiana conchiusa dalla Rivoluzione Francese era per me l'individuo; l'incognita dell'Epoca nuova era l'Umanità collettiva; e quindi l'associazione. La leva era l'Europa. L'ordinamento politico Europeo doveva necessariamente precedere ogni altro lavoro. E quell'ordinamento non poteva farsi che per popoli: per popoli che liberamente affratellati in una fede, credenti tutti in un fine comune, avessero ciascuno una parte definita, una missione speciale nell'impresa. Perchè l'Europa potesse inoltrare davvero, raggiungere una nuova sintesi e consecrare a svolgerla tutte le forze ch'oggi si consumano in lotte interne, bisognava rifarne la Carta. La questione delle Nazionalità era ed è per me, e dovrebb'essere per tutti noi, ben altra cosa che non un tributo pagato al diritto o all'orgoglio locale: dovrebbe essere la divisione del lavoro Europeo.