14. Ovunque il privilegio, l'arbitrio, l'egoismo s'introducono nella costituzione sociale, è dovere d'ogni uomo, che intende la propria missione, di combattere contr'essi con tutti i mezzi che stanno in sua mano.
15. Ciò ch'è vero d'ogni individuo in riguardo agli altri individui che fanno parte della Società alla quale egli appartiene, è vero egualmente d'ogni popolo per riguardo all'Umanità.
16. Per Legge data da Dio all'Umanità, tutti i popoli sono liberi, eguali, fratelli.
17. Ogni Popolo ha una missione speciale che coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. Quella missione costituisce la sua Nazionalità. La Nazionalità è sacra.
18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto d'egoismo esercitato a danno d'un Popolo è violazione della libertà, dell'eguaglianza, della fratellanza dei Popoli. Tutti i Popoli devono prestarsi ajuto perchè sparisca.
19. L'Umanità non sarà veramente costituita se non quando tutti i Popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro sovranità, saranno associati in una federazione repubblicana per dirigersi, sotto l'impero d'una dichiarazione di principî e d'un patto comune, allo stesso fine: scoperta e applicazione della Legge morale universale.»
Firmarono quei due atti, per gli Italiani, L. A. Melegari, Giacomo Ciani, Gaspare Rosalez, Ruffini e Ghiglione con me: altri pei Polacchi e pei Tedeschi. Poi, parecchi tra noi s'allontanarono per varie direzioni. Rosales partì pei Grigioni, Ciani per Lugano, Melegari per Losanna, Campanella per Francia[37], attivi tutti nel diffondere l'Associazione. Tedeschi e Polacchi rimasero, i più almeno, in Isvizzera, ma separati e in Cantoni diversi. Gustavo Modena durò nel Bernese dove qualche tempo dopo contrasse amore con Giulia Calame, oggi di lui vedova, donna mirabile, come per bellezza, per sentir profondo, per devozione e costanza d'affetti e per amore alla sua seconda patria, che corse più tardi ogni pericolo di guerra accanto al marito nel veneto e ch'io imparai a conoscere nel 1849 durante l'assedio di Roma. I due Ruffini, Ghiglione e io ci ricovrammo nel Cantone di Soletta, in Grenchen, nello Stabilimento di Bagni tenuto dai Girard, ottima famiglia d'amici, nella quale uomini e donne gareggiavano verso noi di cure protettrici e gentili. Così dispersi, riuscivamo ad allontanare la tempesta e scemare terrori e noje al Governo Centrale.
L'ideale della Giovine Europa era l'ordinamento federativo della Democrazia Europea sotto un'unica direzione, tanto che l'insurrezione d'una Nazione trovasse l'altre preste a secondarla con fatti, o non foss'altro con una potente azione morale che impedisse l'intervento ai Governi. Però statuimmo che in tutte si cercasse di costituire un Comitato Nazionale al quale si concentrerebbero a poco a poco tutti gli elementi di progresso repubblicano, e che tutti questi Comitati s'inanellassero per via di corrispondenza a noi come a Comitato Centrale Provvisorio dell'Associazione; diramammo norme segrete per le affiliazioni: determinammo le formole di giuramento per gli iniziati: scegliemmo—ed era una fogliuzza d'ellera—un simbolo comune a tutti; prendemmo insomma tutti quei provvedimenti che sono necessarî all'andamento d'una associazione segreta. Bensì, io non poteva illudermi sul suo diffondersi regolarmente o sul suo raggiungere mai un grado di forza compatta e capace d'azione. La sfera dell'Associazione era troppo vasta per poter ottenere risultati pratici; e il bisogno d'una vera Fratellanza Europea richiedeva tempo e lezioni severe per maturarsi fra i popoli. Io non tendeva che a costituire un apostolato d'idee diverse da quelle che allora correvano, lasciando che fruttasse dove e come potrebbe.
Buchez dichiarava allora nell'Européen che quell'Atto racchiudeva una dottrina affatto nuova; e soltanto aggiungeva, per obbligo di settario monopolizzatore, parergli evidente che gli uomini dai quali scendeva ne avessero desunto le inspirazioni da lavori e comunicazioni orali della sua scuola[38]. La scuola di Buchez—più inoltrata, per quanto riguarda la parte morale e la sostituzione dell'idea Dovere a quella del nudo diritto di quelle che avevano voga tra gli uomini di parte repubblicana—tentava, credo più per tattica che non per convincimento profondo, un'opera allora e sempre impossibile, la conciliazione del dogma cristiano colla nuova fede nella Legge del Progresso; e professava riverenza al Papato come a istituzione che le predicazioni della Democrazia religiosa avrebbero ravvivata e ricostituita iniziatrice d'ogni futuro sviluppo. La scuola ch'io cercava promovere e ch'era in germe nella Giovine Europa respingeva fin dalle primo linee: un solo Dio; un solo padrone, la Legge di Dio; un solo interprete della Legge, l'Umanità, ogni dottrina di Rivelazione esterna, immediata, finale, per sostituirle la lenta, continua, indefinita rivelazione del disegno Provvidenziale attraverso la Vita collettiva dell'Umanità; e sopprimeva deliberatamente tra gli uomini e Dio ogni sorgente intermedia di Vero che non fosse il Genio affratellato colla Virtù, ogni potere, esistente in virtù d'un preteso diritto divino, Monarca o Papa. Nuove a ogni modo, non nella sfera del pensiero, ma nelle Associazioni politiche che s'agitavano allora in Europa, erano di certo le idee della Nazionalità considerata come segno d'una missione da compiersi a pro' dell'Umanità—della Legge morale suprema sovra ogni Potere e quindi dell'unità destinata a cancellare un giorno il dualismo fra le due potestà, spirituale e temporale—della Libertà politica definita in modo da escludere da un lato l'assurda teorica della sovranità dell'individuo, dall'altro i pericoli dell'anarchia—e altre accennate nei due documenti. E forse, ripetute e diffuse dai moltissimi affratellati, giovarono in parte a promovere nelle file della Democrazia quella trasformazione di tendenze e dottrine visibile in oggi, e senza la quale sono possibili sommosse più o meno importanti, non rivoluzioni durevoli. Parlo delle tendenze che mirano a farci escire dalla ribellione d'un materialismo che nega e non edifica per assumere carattere di missione religiosa, positiva, organica e capace di sostituire una Autorità vera e liberamente consentita alle menzogne d'autorità che signoreggiano anch'oggi in Europa.
Fondammo il Patto della Giovane Europa sei giorni dopo l'insurrezione Lionese, tre dopo la sconfitta, e mentre ogni speranza di moto Francese sfumava. Era la nostra risposta alla vittoria conseguita dalla monarchia repubblicana sul popolo che s'era illuso a credere in essa. Era, com'io l'intendeva, una dichiarazione della Democrazia ch'essa viveva di vita propria, collettiva, europea e non dell'iniziativa d'un solo popolo, Francese o altro. Anche sotto quell'aspetto, credo che la nuova istituzione giovasse. L'idea, che le Nazionalità contrastate potrebbero impossessarsi un giorno dell'iniziativa perduta e ricominciare sotto la loro bandiera il moto d'Europa, cominciò d'allora a diffondersi.