Si trattava allora, non d'azione immediata, ma d'apostolato d'idee. Cercai quindi contatto cogli uomini che, nel Partito, rappresentavano sopratutto il Pensiero. Non serbai copia delle mie lettere nè le risposte; le mie mi parvero sempre inutili fuorchè all'intento immediato; e la vita errante, i pericoli ch'io corsi traversando spesso paesi appartenenti a governi nemici e l'aver talora smarrito, per singolare circostanze, carte date in custodia ad amici, mi suggerirono, a torto, di dare, ogniqualvolta io m'avventurava, alle fiamme le lettere altrui. Non m'avanza quindi vestigio di quella lunga attivissima corrispondenza con uomini di terre diverse, da una lettera infuori diretta a Lamennais e della quale un amico di quest'ultimo serbò copia. E la inserisco come indizio delle idee che mi dirigevano in quella molteplice corrispondenza.
«Signore.
«Ebbi la vostra del 14 settembre, io la serberò come ricordo prezioso, come uno di quei ricordi che confortano e ritemprano nelle ore senza nome che s'aggravano talora sull'anima con tutto il peso d'un passato e d'un presente incresciosi e le susurrano il dubbio sull'avvenire. Vi mando un esemplare della Giovine Italia. Là stanno in germe tutte le nostre idee, tutte le nostre credenze: senza lo sviluppo e le applicazioni che esigerebbero; ma pensammo che intendendo a mutare la base dalla quale move in Italia lo spirito rivoluzionario, importava d'insistere sui principî generali più che d'affaccendarci, a pericolo di smarrirci, intorno a una moltitudine di questioni secondarie. Tra noi, come altrove, arte, scienza, filosofia, Diritto, storia del Diritto, metodo storico, tutte cose insomma aspettano un rinnovamento, ma l'analisi ci ha troppo sviati perchè si possa da noi sperare di farla stromento all'impresa. Sola la sintesi crea i grandi moti rigeneratori che mutano i popoli e ne fanno Nazioni. È dunque anzi tutto necessario di suscitare le anime coll'azione d'un principio unitario; dato l'impulso, la logica, la forza delle cose e i popoli faranno il resto.
«Che vi dirò io, Signore, del timore espresso nella vostra lettera, che, movendo guerra al Papato, si nuoccia per noi alla fede e alla morale pratica? una lettera mal potrebbe trattare coi necessarî sviluppi una questione di tanta importanza. Occorrerebbero lunghe e intime conversazioni a spiegare i pensieri attraverso i quali s'è generato in noi il convincimento le cui conseguenze vi sembrano pericolose. Nondimeno, credetemi; non è irritazione di ribelle la mia. Tutte le tendenze individuali dell'animo mi spronano a contemplare rispettando ogni grande concetto unitario e organico; e non v'è illusione giovanile, non sogno d'avvenire ch'io non abbia una volta almeno versato su quella gigantesca rovina che racchiude la storia d'un mondo. Io, non foss'altro per amore della mia terra, avrei voluto che un raggio del sole sorgente della giovine Europa si posasse su quella rovina a redimerla e a ravvivare in essa lo spirito di vita che animava Gregorio VII, senza il pensiero dispotico proprio del suo, non del nostro tempo. Avrei desiderato che almeno le due grandi istituzioni del medio evo, l'impero ed il Papato, oggi cadenti a frantumi, senza gloria, senza onore, senza eredità, fossero state capaci di morire rappresentate da uomini inspirati, come chi sa d'aver compito sulla terra una missione sublime e trasmette a un tempo alle generazioni la formola dell'epoca dominata dal proprio concetto e la prima parola della nuova. Ma ciò non è. Quelle rovine non hanno più se non una sorgente di poesia, quella dell'espiazione. La condanna del Papato non vien da noi, ma da Dio: da Dio che chiama il popolo a sorgere e a fondare la nuova unità nelle due sfere del dominio spirituale e del temporale. Noi non facciamo che tradurre il pensiero dell'epoca. E l'epoca respinge ogni potenza intermedia tra sè e la sorgente della propria vita: essa si sente capace di collocarsi al cospetto di Dio e chiedergli, come Mosè sul Sinai, la legge dei proprî fati. L'epoca vi abbandona il papa per ricorrere al Concilio generale della chiesa, vale a dire di tutti i credenti: Concilio che sarà nello stesso tempo ciò ch'oggi chiamano costituente, perchè riunirà ciò che fu sempre finora diviso e fonderà quell'unità senza la quale non esiste fede nè morale pratica. Il papato deve perire, perchè ha falsato la propria missione e rinnegato padre e figli ad un tempo: e padre e figli gli maledicono. Il papato ha ucciso la fede sotto un materialismo più assai funesto e abbietto di quello del XVIII secolo, dacchè quest'ultimo aveva almeno il coraggio della negazione, mentre il materialismo papale procede ravvolto nel mantello gesuitico. Il papato ha soffocato l'amore in un mare di sangue. Il papato ha preteso schiacciare la libertà del mondo, e sarà schiacciato da essa. E quando, al primo grido d'un popolo, alla prima insurrezione veramente europea per concetto e per fine, tre secoli solleveranno le loro accuse contro un papato spirante, senza fede, senza forza, senza missione, e gli intimeranno di ritirarsi e sparire, dov'è la potenza umana che potrà salvarlo? Le grandi istituzioni non ricominciano la loro vita, perchè non sono interpreti all'umanità che d'una sola parola.
«Il papato e l'impero d'Austria sono destinati a perire: l'uno per avere impedito per tre secoli almeno la missione generale che Dio affidava all'umanità; l'altro per avere impedito per tre secoli egualmente l'adempimento della missione speciale che Dio affidava alle razze. L'umanità s'inalzerà sulle rovine dell'uno; la patria su quelle dell'altro. Pensateci, Signore. Non vi sorprenda l'ardita parola: essa deve indicarvi la potenza ch'io vedo in voi e la fiducia che m'inspirate. Dove andrebbe l'Europa se gli uomini di potenza e di fede, si ostinassero a gridarle nei momenti che precedono la crisi suprema: tu dovrai desumere dal papato le norme della morale pratica? Qual vincolo potrà congiungere in celeste armonia le due sorelle immortali che han nome patria e umanità, se alla vigilia della nuova creazione i credenti avranno insegnato ai popoli che soltanto nel Dio del medio evo vive il segreto dell'unità?
«E un altro pensiero contenuto nella vostra lettera mi diede dolore. Voi vi dichiarate convinto che nella sua condizione presente l'Italia è incapace d'emanciparsi politicamente colle proprie forze. E questa idea è quella appunto che, predicata e diffusa, ha tolto ogni forza ai nostri tentativi d'emancipazione. Voi condannate all'impotenza ventisei milioni d'uomini che hanno per basi di difesa le Alpi, l'Apennino ed il mare, ed hanno, per rialzarsi, tremila anni di grandi ricordi. Voi rapite all'Italia ogni missione sulla terra, dacchè senza spontaneità non esiste missione, senza coscienza di libertà non esiste libertà, senza conquista d'emancipazione con forze proprie non esiste coscienza di libertà.
«Non manca forza all'Italia, Signore: essa ne ha tanta da superare ostacoli due volte più gravi di quelli che abbiamo oggi a fronte. Manca all'Italia la fede; non la fede nella libertà, nell'eguaglianza e nell'amore—quella fede è manifestata nelle sue continue proteste—ma la fede nella possibile realizzazione di quelle idee, la fede in Dio protettore del diritto violato, la fede nella propria forza latente, nella propria spada. L'Italia non ha fede nelle proprie moltitudini che non furono chiamate mai sull'arena: non ha fede in quella unità di missione, di voti, di patimenti, che può fare d'una prima vittoria una leva potente a suscitare l'intera Penisola: non ha fede nel vigore ignoto finora dei principî, che non rifulsero mai sugli occhi del popolo, che non furono invocati mai e che dirigeranno, lo spero, la nostra prima impresa di libertà. Ma questa fede, unica cosa che manchi ad essa, albeggia, mentre noi ci scriviamo: sorge dalle lezioni del 1830 e del 1831 ch'essa, l'Italia, sta meditando: comincia a rivelarsi nei fatti, tra le file della gioventù illuminata, da dove scenderà a poco a poco sulle moltitudini; e progredirà, non dovete dubitarne, perch'essa veste i caratteri d'una credenza religiosa. Guardate, Signore, alle tendenze di spiritualismo che si ravvivano, ai rischi tremendi che s'affrontano per leggere ciò che scriviamo, all'entusiasmo destato dalle vostre calde, sublimi pagine, ai nostri tentativi ripetuti in onta al mal esito, ai nostri apostoli, ai nostri martiri. Ora questa fede sorgente, questa fede nell'azione che trae le sue forze dall'alto e tenta di scendere sulle moltitudini, mancò finora alla lotta, non pesò mai sulla bilancia dei fati rivoluzionarî d'Italia. Però che in Italia si more da secoli per un istinto d'indipendenza, di ribellione, d'avvenire mal definito; ma da due anni si more in Savoja, in Genova, in Torino, in Alessandria, in Napoli, per la Giovine Italia, per giuramenti prestati al popolo, per un convincimento che l'Italia può rigenerarsi con forze proprie. E quando questa fede, questo nuovo principio, splenderà sopra una bandiera nazionale a un tempo ed umanitaria, chi può dire ch'essa soccomberà?
«Non giudicate, Signore, del nostro avvenire dal nostro passato. È tra essi un abisso. Tutti i nostri tentativi rivoluzionari perirono; ma tutti furono opera d'una casta militare o aristocratica e intesi a pro' d'una casta: tutti s'arretrarono davanti alla parola generatrice delle grandi rivoluzioni: Dio e il Popolo: tutti sagrificarono a non so quali meschine speranze il dogma sublime dell'Eguaglianza: tutti furono, in sul nascere, soffocati dal tradimento. E quel tradimento, che allontanava il popolo e ricacciava la gioventù nello scetticismo, era inevitabile: l'avevano posto al sommo dell'edifizio, in un disegno diplomatico, in una promessa di principe, in una protezione straniera sostituita alle battaglie per una santa causa. Gli uomini erano tuttavia sotto il dominio d'una fredda scuola d'individualismo che agghiacciava in una analisi materialista tutti i nobili pensieri, tutti i grandi concetti di sintesi, d'entusiasmo, di sagrificio. E dato un falso principio, bisognava subirne tutte le conseguenze fatali. E in virtù di quel falso principio, tutti, amici e nemici, gridavano all'Italia: i tuoi figli non bastano a darti salute; nessuno osava dirle: levati potente d'energia e di devozione, però che tu non devi sperare che ne' tuoi figli e in Dio.
«La rigenerazione d'Italia non può compirsi per fatto altrui. La rigenerazione esige una fede: la fede vuole opere: e le opere devono essere sue, non imitazione dell'opere altrui. E d'altra parte, come può mettersi amore in una libertà non conquistata con sagrifici? Come può esistere libertà forte e durevole dove non è dignità d'individui e di popolo? E come può esistere dignità d'uomini o popoli dove la libertà porta sulla fronte il segno del benefizio altrui? L'azione crea l'azione. Un solo fatto d'iniziativa è più fecondo di progresso morale a un popolo decaduto, che non dieci insurrezioni determinate da una azione esterna o da mene di diplomazia.