«Cerco diffondere, per tutte le vie possibili, la mia credenza. Incontro ostacoli gravi, ma non mi sconforto. Da parecchi anni ho rinunziato a quanto versa un'ombra, non foss'altro, di felicità sulla vita terrestre. Lontano da mia madre, dalle mie sorelle, da quanto m'è caro, perduto nelle prigioni il migliore amico de' miei primi anni giovanili, e per altre cagioni note a me solo, ho disperato della vita dell'individuo, e detto a me stesso: tu morrai perseguitato e frainteso a mezzo la via. Ma non avrei di certo trovato in me forza per vincere la tempesta e rassegnarmi, se questa grande idea della rigenerazione italiana compita con forze proprie non m'avesse dato il battesimo d'una fede. Distruggetela; e per che o per chi lotterei? A che affaticarci, se l'Italia non può sorgere che dopo una grande insurrezione francese?

«Io ho provato, Signore, un profondo dolore, quando, dopo d'avere pianto e sorriso sugli ultimi versi del vostro capo XVIII—e detto a me stesso: ecco l'uomo che c'intenderà—e scritto a voi l'animo mio coll'entusiasmo e colla franchezza d'una fiducia senza confini—ho udito dal vostro labbro, invece della confortatrice parola ch'io sperava mandereste ai miei fratelli di patria, il freddo consiglio che m'è toccato d'intender più volte dai diplomatici e dai falsi profeti: rimanetevi inerti e aspettate; forse, la libertà vi verrà dal nord, forse, dall'ovest della Germania o dalla Penisola Iberica. Ma io lessi nelle vostre pagine inspirate, che la libertà splenderebbe su noi, quando ciascuno di noi avrà detto a sè stesso: voglio esser libero; quando per diventarlo ciascuno di noi sarà pronto a sacrificare e soffrire ogni cosa. Dirò io che noi non siamo finora pronti a sacrificare e patire quanto dovremmo? Lo so; ma perchè oggi ancora l'anima nostra è ravviluppata di dubbio, non avremo certezza mai? Perchè la fede or ci manca, dobbiamo disperare dell'avvenire? Io non vi chiedeva di darci il segnale della battaglia: vi chiedeva per l'Italia ciò che avete dato alla Polonia, un commento al consiglio che ho citato dal vostro libro. Rimproverateci, come profeta, i nostri vizî, la nostra fiacchezza, le nostre divisioni, la nostra mancanza d'ardire; ma diteci a un tempo: il giorno in cui vi sarete fatti migliori e fratelli tutti, sarà il giorno della vostra emancipazione. Quando vorrete davvero, voi non dovrete più temere i vostri nemici nè esigere, per vincere, cosa alcuna dai vostri amici.

«Addio, Signore. Credete alla mia immensa stima. Senz'essa io non avrei osato parlarvi, aperto il mio cuore.

«Giuseppe Mazzini.»

Negli ultimi mesi del 1834 impiantai l'Associazione della Giovine Svizzera: e s'ordinarono Comitati nel Bernese, nei Cantoni di Ginevra e di Vaud, nel Vallese, nel Cantone di Neufchâtel e altrove.

La Svizzera era ed è paese importante non solamente per sè ma e segnatamente per l'Italia. Dal 1.º gennajo 1338 quel piccolo popolo non ha padrone nè re. Per esso, da oltre a cinque secoli, unica in Europa, ricinta di monarchie gelose e conquistatrici, una bandiera repubblicana splende, quasi incitamento e presagio a noi tutti, sull'alto della regione Alpina. Carlo V, Luigi XIV, Napoleone passarono: quella bandiera rimase immobile e sacra. È in quel fatto una promessa di vita, un pegno di Nazionalità non destinata, com'altri pensa, a sparire. I trentatrè pastori del Grütli che, eguali tutti e rappresentanti popolazioni sorelle, inalzarono, oltre a cinque secoli addietro, contro la dominazione di casa d'Austria, quella bandiera, furono di certo interpreti, allora inconsci, d'un programma che Dio, segnando col dito la gigantesca curva dell'Alpi, affidava alla forte razza disseminata, quasi a difenderle, alle loro falde. Lungo quell'Alpi si stende una fratellanza di tradizioni popolari, di leggende, d'abitudini indipendenti e di costumanze che accenna a una missione speciale. Nel riparto territoriale futuro d'Europa, la Confederazione Elvetica dovrebbe trasformarsi in Federazione dell'Alpi, e affratellandosi da un lato la Savoja, dall'altro il Tirolo Tedesco e possibilmente altre terre, stendere una zona di difesa tra Francia, Germania e l'Alpi Elvetiche e nostre. È l'idea ch'io cercai di diffondere e che, dovrebbe, parmi, dirigere quanti guardano con ingegno severo all'avvenire delle Nazioni. Oggi, gli uomini della monarchia l'hanno fatta, cedendo la Savoja alla Francia, retrocedere d'un passo. Nondimeno chi sa gli eventi tenuti in serbo dalla crisi trasformatrice che i tempi inevitabilmente e rapidamente maturano?

Ma quando si fondava la Giovine Svizzera, la Nazione conservatrice in Europa della forma repubblicana, era infiacchita, anneghittita dal difetto di coesione interna, e quindi da un senso di debolezza servile che la condannava, verso l'Europa dei re, a una politica ignominiosa e suicida di concessioni, della quale dovevamo non molto dopo sperimentare gli effetti. Lasciando da banda le cause morali che intiepidendo negli animi ogni fede collettiva e il concetto del Dovere che ha base in essa, li sospinge oggi su tutta quanta l'Europa a ravvilupparsi più o meno in un manto d'indifferenza atea fra il bene e il male, quel senso di debolezza era conseguenza diretta del vizio fondamentale mantenuto ostinatamente nella Costituzione Svizzera; la mancanza di Rappresentanza della Nazione.

Il concetto d'una Repubblica Federativa racchiude l'idea d'una doppia serie di doveri e diritti: la prima spettante a ciascuno degli Stati che formano la Federazione; la seconda, all'insieme: la prima destinata a circoscrivere e definire la sfera d'attività degli individui, come cittadini dei diversi Stati, l'interesse locale; la seconda destinata a definire quella degli stessi individui come cittadini dell'intera Nazione, l'interesse generale: la prima determinata dai delegati di ciascuno degli Stati componenti la Federazione; la seconda determinata dai delegati di tutto il paese. Or, nella Svizzera, questo concetto è violato. Gli Stati o Cantoni sono rappresentati, governati da autorità che più o meno direttamente, più o meno democraticamente, emanano dal popolo dei Cantoni: la Dieta, o Governo centrale, è composta dei delegati di ciascun Cantone scelti dai grandi Consigli dei Cantoni medesimi; la Svizzera non ha quindi rappresentanti proprî, e il Potere Nazionale non è che un secondo esercizio della Sovranità Cantonale. In questa Dieta scelta sotto l'inspirazione degli interessi locali, ogni Cantone, qualunque ne sia l'importanza, l'estensione, la popolazione—e sebbene gli oneri ne siano determinati dal numero de' suoi abitanti—ha un voto. Un voto è dato a Zurigo che, popolato di circa 225,000 abitanti, versa nell'esercito federale un contingente di circa 4,000 uomini e nell'erario tra i settanta e gli ottanta mila franchi: un voto a Zug che ha da 14,000 abitanti e contribuisce di 250 soldati e di 2,500 franchi al paese. Un voto rappresenta i 355,000 abitanti di Berna e i 13,000 d'Uri. Ove i piccoli Cantoni s'uniscano in un intento, una minoranza di mezzo milione o poco più tiene fronte a una maggioranza di due milioni incirca di Svizzeri. E quasi a evitare la possibilità che una inspirazione nazionale sorga efficacemente nel core d'uno o d'altro Delegato, un mandato imperativo cancella in lui ogni spontaneità di coscienza. I rappresentanti sono vincolati da istruzioni precise date dai grandi Consigli Cantonali, e le questioni, comunque urgenti, che sorgono inaspettate, non possono sciogliersi se non interrogando nuovamente quelle sorgenti d'autorità.

Mercè condizione siffatta di cose, i Gabinetti stranieri riescono facilmente dominatori sulla mal connessa Confederazione. Essi mal potrebbero tentare d'atterrire o corrompere un popolo di due milioni e mezzo di repubblicani; ma possono, indirizzandosi separatamente ai piccoli Cantoni, giovandosi delle loro tendenze aristocratiche e della loro ignoranza, o accarezzando di speranze e di piccole concessioni un Cantone a danno dell'altro, conquistarsi una minoranza legalmente potente a equilibrare le tendenze della maggioranza del popolo. E quelle seduzioni alternate colla minaccia perenne e temuta a torto dalla Svizzera di ridurre a nulla quella mallevadoria di neutralità che crea non securità ma dipendenza al paese, riescono a perpetuare nella Confederazione una debolezza che ordinamenti migliori cancellerebbero. L'assetto pubblico non tende, come dovrebbe, a porre in armonia verso un fine comune le esistenze Cantonali, ma soltanto a proteggerne la quasi assoluta indipendenza. L'autorità Federale manca di relazione diretta coi cittadini, e di forza per costringere i violatori de' suoi Decreti. Il sistema aristocratico, assurdo, di rappresentanza mantiene un principio funesto d'ineguaglianza nel core della Nazione, e semina rancori e gelosia tra Cantone e Cantone. La Confederazione non ha coscienza d'unità Nazionale. I Cantoni si toccano, non s'associano. Il diritto civile, la legislazione penale, la fede politica, si mantengono troppo diversi. E se non fosse il vigore che spetta naturalmente all'istituzione repubblicana, la Svizzera, mercè l'arti dei Governi che la circondano, sarebbe da lungo caduta nell'anarchia o nell'agonia lenta e disonorevole dell'impotenza.

Ho accennato queste cose per rendere ragione a un tempo dell'intento e del diritto della Giovine Svizzera. Congiurare per congiurare fu in passato vezzo di molti, non mio. Frammischiarsi deliberatamente nelle faccende interne d'una Nazione straniera è materia grave e pericolosa. Ma quando un vizio politico genera conseguenze Europee come le capitolazioni militari a servizio del dispotismo, concessioni ecclesiastiche a Roma papale, potenza all'ordine de' Gesuiti e violazioni perenni del Diritto d'Asilo, ogni uomo che crede potersi inframmettere utilmente a combatterlo, deve farlo. La libertà è diritto Europeo. L'arbitrio, la tirannide, l'ineguaglianza non possono esistere in una Nazione senza nuocere alle altre. I Governi lo sanno, ed è tempo che noi lo impariamo.