Le varie diplomazie, dalla Francia ai governucci italiani, dalla Russia all'Austria e ai governucci Germanici intimarono al fiacco e illiberale governo elvetico d'imporre fine al nostro apostolato e disperdere l'associazione. E a rendere la turpe concessione possibile, s'adoperarono i soliti modi: false accuse e agenti provocatori. Sul cadavere d'un Lessing accoltellato da mano ignota e per cagione ignota presso Zurigo, architettarono tutto un edificio di società segreta all'antica, di giuramenti terribili, di tribunali vehmici e di condanne mortali pronunziate dalla Giovine Germania. Su qualche parola avventata, espressione d'un desiderio inefficace, composero lunghe e minute rivelazioni di disegni, ordini, armi raccolte per invadere un punto o l'altro della frontiera Germanica. E a far nota di parole imprudenti e provocarle ove non escivano volontarie, seminarono le nostre file d'incitatori e di spie. Un Giulio Schmidt, sassone, trovò modo, fingendosi agli estremi di povertà e supplicando lavoro, d'introdursi nella nostra stamperia. Un Altinger, israelita, che assumeva il nome di barone Eib, si diede a promuovere, con un segreto che voleva esser tradito, arrolamenti fra gli operai tedeschi. Una circolare fu coniata in mio nome nell'ambasciata francese diretta allora dal duca di Montebello e diramata a parecchi tra gli esuli cacciati di Svizzera dopo la spedizione di Savoja e soggiornanti in varie città della Francia, a invitarli a Grenchen ov'io era per irrompere di là nel Badese. Potrei citar venti fatti di questo genere, ma si riassumono tutti, nei loro caratteri di profonda immoralità e di perfidia, in quel di Conseil che or ora ricorderò.
Le accuse segrete appoggiavano le Note pubbliche. E la guerra diplomatica inspirata e iniziata dall'Austria, dalla Prussia e dalla Russia, finì per concentrarsi sotto la direzione della Francia. Fu sempre abitudine della Francia monarchica di fare il male per impedire ad altri di farlo; e le monarchie dispotiche si valsero di quella vecchia tendenza per ottenere il fine voluto e rovesciarne i tristi effetti sulla monarchia costituzionale sospetta ad esse e temuta: minacciarono intervento perchè la Francia s'affrettasse ad intervenire; e riuscirono. Era anima del ministero francese Thiers. E' s'assunse di capitanare l'ignobile impresa.
Intanto, il governo centrale (vorort), credulo alle pazze denunzie, cominciava la codarda persecuzione contro gli esuli repubblicani. Il 20 maggio ebbi avviso da un ingegnere amico in Soletta che si distribuivano cartucce alla piccola guarnigione della città prima d'avviarla a una spedizione pericolosa. Alcune ore dopo duecento soldati e una mano di gendarmi circondavano e invadevano lo stabilimento dei Bagni. V'eravamo in tre, io e i due fratelli Ruffini; ma tra l'avviso e l'arrivo, era giunto, inaspettato, dalla Francia Harro Haring: gli era stata mandata la circolare apocrifa di convocazione, ed egli avea creduto, accorrendo, di compiere il debito suo. Era munito di passaporto inglese e lo ammonii di mostrarsi ignoto a noi; se non che quand'egli udì il capo di quella forza a intimarmi di seguirlo a Soletta, ei disse il proprio nome e fu imprigionato con noi.
Condotti nel carcere di Soletta, fummo, senza esame di sorta, lasciati liberi dopo ventiquattr'ore: la gioventù della città minacciava liberarci da sè. La lunga perquisizione nei Bagni di Grenchen non aveva scoperto un fucile, un proclama, una circolare, un solo indizio della pretesa spedizione germanica. Ci fu nondimeno intimato d'escir dal Cantone. Varcammo il limite e ci ricovrammo nel primo paesetto al di là, Langenau nel Bernese, in casa d'un ministro protestante, che ci accolse come apostoli d'una fede proscritta, ma santa e destinata al trionfo.
Non per questo la persecuzione si rallentò. Il governo centrale avea, nelle sue inquisizioni, trovato, rimpiattati in uno o in un altro Cantone, parecchi tra i cacciati del 1834, e a rabbonire i governi stranieri decretò che sarebbero ricondotti alla frontiera. Un dispaccio sommesso annunziava il 22 giugno all'ambasciatore francese la decisione, e chiedeva l'ammessione dei cacciati sul territorio di Francia: aggiungeva, pegno di devozione, la lista dei condannati e di quei ch'erano fra noi più sospetti. Ogni concessione codarda imbaldanzisce a insolenza il nemico, e, mercè i suoi ministri, l'Italia d'oggi lo sa. Il duca di Montebello rispose il 18 luglio colla Nota la più minacciosamente oltraggiosa possibile. Invocava, esigeva un sistema di mezzi coercitivi a danno degli esuli e annunziava che se la Svizzera non ponesse fine a ogni tolleranza contro gli incorreggibili nemici del riposo dei governi, la Francia provvederebbe da sè.
Era un guanto di sfida cacciato, senz'ombra di pretesto, all'indipendenza della Svizzera, nella quale Luigi Filippo aveva ne' suoi anni di sventura, trovato asilo. E a creare quell'ombra, s'adoprò un mezzo siffattamente immorale che giova ricordarlo a insegnamento del fin dove scendano le monarchie costituzionali dell'oggi, e a conforto dei repubblicani, contro i quali nessuno può sollevare accusa siffatta.
Sui primi del luglio di quell'anno 1836, un Augusto Conseil, affiliato alla polizia parigina, era stato chiamato al ministero dell'interno e spedito in Isvizzera con una missione riguardante gli esuli. Ei doveva, prima di tutto, tentare ogni via di contatto con noi, rappresentarsi come complice d'Alibaud, che aveva tentato poco innanzi di uccidere il re, e conquistarsi così la nostra fiducia: poi, cacciati noi, accompagnarci in Inghilterra e rimanerci vicino, denunziatore perenne: intanto, la sua presenza tra noi convaliderebbe davanti al governo svizzero le accuse di disegni regicidî che si movevano nelle Note. E a far sì ch'ei fosse creduto ciecamente da noi, l'ambasciata francese in Berna dovea ricevere da Parigi denunzia formale che lo indicherebbe partecipe dei tentativi di Fieschi e Alibaud e incarico di chiederne al governo elvetico la consegna o la cacciata. Per tal modo egli avrebbe potuto seguirci. Gli fu dato danaro, un passaporto col nome di Napoleone Cheli, e un indirizzo per corrispondere. Ei partì il 4 luglio alla nostra volta. La denunzia fu spedita poco dopo e trasmessa il 19 luglio dal Montebello al Direttorio svizzero. Conseil era in Berna dal 10.
Là, ei trovò modo d'affiatarsi con due esuli italiani, Boschi e Primavesi, poi con un Aurelio Bertola, preteso conte di Rimini, avventuriero tristissimo e truffatore, ch'io feci qualche anno dopo imprigionare a Londra, ma che trovava allora suo pro' nel recitare la parte di patriota perseguitato; e mentr'ei cercava d'ascriverli alla società segreta francese delle famiglie onde ne stendessero le fila in Berna, parlò loro delle sue relazioni coi regicidî, annunziò nuovi tentativi e chiese un abboccamento per rivelazioni importanti con me. Avvertito, fiutai la spia: un complice d'Alibaud non si sarebbe svelato mai a uomini ignoti a lui, e trovati a caso per via o in un caffè. Ricusai l'abboccamento e consigliai si costringesse impaurito a cedere le proprie carte. Ma prima che ciò si facesse, egli, sviato dalla polizia Bernese, ripartiva per Besançon, in cerca di nuove istruzioni da Parigi, di danaro e d'un altro passaporto.
Gli fu spedita ogni cosa e istruzione di tornare a Berna e presentarsi per consigli all'ambasciatore francese, fatto complice della trama egli pure. Tornò, sotto il nome di Pietro Corelli, il 6 agosto. Ebbe un abboccamento la sera col duca di Montebello. Il 7, Boschi, Primavesi, Migliari e Bertola che l'avevano incontrato nell'albergo del Selvaggio, seguirono il mio consiglio e minacciandolo, ebbero le sue carte e confessione esplicita d'ogni cosa.
Importava dimostrare più sempre la complicità dell'ambasciatore. Conseil fu quindi indotto a ripresentarglisi, seguito da lungi, la sera. V'andò; nol vide; ma vide in sua vece il segretario Belleval e n'ebbe danaro, un altro passaporto col nome d'Hermann e una lista d'esuli da invigilarsi: la lista conteneva, s'intende, il mio nome, quello dei fratelli Ruffini, e poi altri d'esuli tedeschi e francesi.