Mentr'io m'agitava e presso a soccombere sotto quella croce, un amico, a poco stanze da me, rispondeva a una fanciulla che, insospettita del mio stato, lo esortava a rompere la mia solitudine: lasciatelo, ei sta cospirando e in quel suo elemento è felice. Ah! come poco indovinano gli uomini le condizioni dell'anima altrui, se non la illuminano—ed è raro—coi getti d'un amore profondo!
Un giorno, io mi destai coll'animo tranquillo, coll'intelletto rasserenato, come chi si sente salvo da un pericolo estremo. Il primo destarmi fu sempre momento di cupa tristezza per me, come di chi sa di riaffacciarsi a una esistenza più di dolori che d'altro: e in quei mesi mi compendiava in un subito tutte le ormai insopportabili lotte che avrei dovuto affrontare nella giornata. Ma quel mattino, la natura pareva sorridermi consolatrice e la luce rinfrescarmi, quasi benedizione, la vita nelle stanche vene. E il primo pensiero che mi balenò innanzi alla mente fu: questa tua è una tentazione dell'egoismo: tu fraintendi la Vita.
Riesaminai pacatamente, poi ch'io lo poteva, me stesso e le cose. Rifeci da capo l'intero edifizio della mia filosofia morale. Una definizione della Vita dominava infatti tutte le questioni che m'avevano suscitato dentro quell'uragano di dubbî e terrori, come una definizione della Vita è base prima, riconosciuta o no, d'ogni filosofia. L'antica religione dell'India aveva definito la Vita: contemplazione; e quindi l'inerzia, l'immobilità, il sommergersi in Dio delle famiglie Ariane. Il Cristianesimo l'avea definita espiazione: e quindi le sciagure terrestri considerate come prova da accettarsi rassegnatamente, lietamente, senza pur cercar di combatterle; la terra, guardata come soggiorno di pena; l'emancipazione dell'anima conquistata col disprezzo indifferente alle umane vicende. Il materialismo del XVIII secolo avea, retrocedendo di duemila anni, ripetuto la definizione pagana: la Vita è la ricerca del benessere; e quindi l'egoismo insinuatosi in noi tutti sotto le più pompose sembianze, l'esoso spettacolo d'intere classi che dopo aver dichiarato di voler combattere per il benessere di tutti, raggiunto il proprio, sostavano abbandonando i loro alleati, e l'incostanza nelle più generose passioni, i subiti mutamenti quando i danni della lotta pel bene superavano le speranze, i subiti sconforti nell'avversità, gli interessi materiali anteposti ai principî e altre molte tristissime conseguenze che durano tuttavia. M'avvidi che, comunque tutte le tendenze dell'anima mia si ribellassero a quella ignobile e funesta definizione, io non m'era tuttavia liberato radicalmente dalla sua influenza predominante sul secolo e nutrita tacitamente in me dai ricordi inconscî delle prime letture francesi, dall'ammirazione all'audacia emancipatrice dei predicatori di quella dottrina e da un naturale senso d'opposizione a caste e governi che negavano nelle moltitudini il diritto al benessere per mantenerle prostrate e schiave. Io avea combattuto il nemico in altrui, non abbastanza in me stesso. Quel falso concetto della Vita s'era spogliato, a sedurmi, d'ogni bassa impronta di desiderî materiali e s'era riconcentrato, come in santuario inviolabile, negli affetti. Io avrei dovuto guardare in essi come in benedizione di Dio accolta con riconoscenza qualunque volta scende a illuminare e incalorire la vita, non richiesta con esigenza a guisa di diritto o di premio; e aveva invece fatto d'essi una condizione al compimento dei miei doveri. Io non avea saputo raggiungere l'ideale dell'amore, l'amore senza speranza quaggiù. Io adorava dunque, non l'amore, ma le gioje dell'amore. Allo sparire di quelle gioje, io avea disperato d'ogni cosa, come se il piacere e il dolore côlti fra via mutassero il fine ch'io m'era proposto raggiungere, come se la pioggia o il sereno del cielo potessero mai mutare l'intento o la necessità del viaggio. Io rinegava la mia fede nell'immortalità della vita e nella serie delle esistenze che mutano i patimenti in disagi di chi sale un'erta faticosa in cima alla quale sta il bene, e sviluppano, inanellandosi, ciò che qui sulla terra non è se non germe e promessa: negava il Sole, perch'io non poteva, in questo breve stadio terrestre, accendere alle sue fiamme la mia povera lampada. Io era codardo senza avvedermene. Serviva all'egoismo pure illudendomi ad esserne immune, soltanto perch'io lo trasportava in una sfera meno volgare e levata più in alto che non quelle nelle quali lo adorano i più.
La Vita è Missione. Ogni altra definizione è falsa e travia chi l'accetta. Religione, Scienza, Filosofia, disgiunte ancora su molti punti, concordano oggimai in quest'uno: che ogni esistenza è un fine: dove no, a che il moto? a che il Progresso, nel quale cominciamo tutti, a credere come in Legge della Vita? E quel fine è uno: svolgere, porre in atto tutte quante le facoltà che costituiscono la natura umana, l'umanità, e dormono in essa, e far sì che convergano armonizzate verso la scoperta e l'applicazione pratica della Legge. Ma gli individui hanno, a seconda del tempo e dello spazio in cui vivono e della somma di facoltà date a ciascuno, fini secondarî diversi, tutti sulla direzione di quell'uno, tutti tendenti a svolgere e associare più sempre le facoltà collettive e le forze. Per l'uno è giovare al miglioramento morale e intellettuale dei pochi che gli vivono intorno; per un altro, dotato di facoltà più potenti o collocato in più favorevoli circostanze, è promovere la formazione d'una Nazionalità, la riforma delle condizioni sociali in un popolo, lo scioglimento d'una questione politica o religiosa. Il nostro Dante intendeva questo più di cinque secoli addietro, quand'ei parlava del gran Mare dell'Essere, sul quale tutte le esistenze erano portate dalla virtù divina a diversi porti. Noi siamo giovani ancora di scienza e virtù, e una incertezza tremenda pende tuttavia sulla determinazione dei fini singolari, verso i quali dobbiamo dirigerci. Basti nondimeno la certezza logica della loro esistenza; e basti il sapere che parte di ciascun di noi, perchè la vita sia tale e non pura esistenza vegetativa o animale, è il trasformare più o meno, o tentare di trasformare, negli anni che ci sono dati sulla terra, l'elemento, il mezzo, nel quale viviamo, verso quell'unico fine.
La Vita è Missione; e quindi il Dovere è la sua legge suprema. Nell'intendere quella missione e nel compiere quel dovere sta per noi il mezzo d'ogni progresso futuro, sta il segreto dello stadio di vita al quale, dopo questa umana, saremo iniziati. La Vita è immortale: ma il modo e il tempo delle evoluzioni attraverso le quali essa progredirà è in nostre mani. Ciascuno di noi deve purificare, come tempio, la propria anima d'ogni egoismo, collocarsi di fronte, con un senso religioso dell'importanza decisiva della ricerca, al problema della propria vita, studiare qual sia il più rilevante, il più urgente bisogno degli uomini che gli stanno intorno, poi interrogare le proprie facoltà e adoperarle risolutamente, incessantemente, col pensiero, coll'azione, per tutte le vie che gli sono possibili, al soddisfacimento di quel bisogno. E quell'esame non è da imprendersi coll'analisi che non può mai rivelar la vita ed è impotente a ogni cosa se non quando è ministra a una sintesi predominante, ma ascoltando le voci del proprio core, concentrando a getto sul punto dato tutte le facoltà della mente, coll'intuizione insomma dell'anima amante compresa della solennità della vita. Quando l'anima vostra, o giovani fratelli miei, ha intravveduto la propria missione, seguitela e nulla v'arresti: seguitela fin dove le vostre forze vi danno: seguitela accolti dai vostri contemporanei o fraintesi, benedetti d'amore o visitati dall'odio, forti d'associazione con altri o nella tristissima solitudine che si stende quasi sempre intorno ai Martiri del Pensiero. La via v'è dimostra: siete codardi e tradite il vostro futuro, se non sapete, per delusioni o sciagure, correrla intera.
Fortem posce animum, mortis terrore carentem,
Qui spatium vitæ extremum inter munera ponat
Naturæ, qui ferre queat quoscumque labores,
Nesciat irasci, cupiat nihil. . . . . . . . . . . . .
Son versi di Giovenale, che compendiano ciò che noi dovremmo invocare sempre da Dio, ciò che fece Roma signora e benefattrice del mondo. È più filosofia della vita in quei quattro versi d'un nostro antico che non in cinquanta volumi di quei sofisti che da mezzo secolo inorpellano, traviandoli, con formole d'analisi e nomenclature di facoltà la troppo arrendevole gioventù.
Ricordo un brano di Krasinski, potente scrittore polacco ignoto all'Italia, nel quale Dio dice al poeta: «Va e abbi fede nel nome mio. Non ti calga della tua gloria, ma del bene di quelli ch'io ti confido. Sii tranquillo davanti all'orgoglio, all'oppressione, e al disprezzo degli ingiusti. Essi passeranno, ma il mio pensiero e tu non passerete.... Va e ti sia vita l'azione! Quand'anche il core ti si disseccasse nel petto, quand'anche tu dovessi dubitare de' tuoi fratelli, quand'anche tu disperassi del mio soccorso, vivi nell'azione, nell'azione continua e senza riposo. E tu sopravviverai a tutti i nudriti di vanità, a tutti i felici, a tutti gli illustri; tu risusciterai non nelle sterili illusioni, ma nel lavoro dei secoli, e diventerai uno tra i liberi figli del cielo.»
È poesia bella e vera quant'altra mai. E nondimeno—forse perchè il poeta cattolico, non potè sprigionarsi dalle dottrine date dalla fede cattolica per intento alla vita—spira attraverso a quelle linee un senso di mal represso individualismo, una promessa di premio ch'io vorrei sbandita dall'anima sacra al Bene. Il premio verrà, assegnato da Dio: ma noi non dovremmo preoccuparcene. La religione del futuro dirà al credente: salva l'anima altrui e lascia cura a Dio della tua. La fede, che dovrebbe guidarci splende, parmi più pura, nelle poche parole di un altro polacco, Skarga, anche più ignoto di Krasinski, ch'io ho ripetuto sovente a me stesso: «Il ferro ci splende minaccioso sugli occhi: la miseria ci aspetta al di fuori; e nondimeno, il Signore ha detto: andate, andate senza riposo. Ma dove andremo noi, o Signore? Andate a morire voi che dovete morire: andate a soffrire voi che dovete soffrire!»