Com'io giungessi a farmi giaculatoria di quelle parole—per quali vie di lavoro intellettuale io riuscissi a riconfermarmi nella prima fede e deliberassi di lavorare sino all'ultimo della mia vita, quali pur fossero i patimenti e il biasimo che m'assalirebbero, al fine balenatomi innanzi nelle carceri di Savona, l'Unità Repubblicana della mia Patria—non posso or dirlo nè giova. Io vergai in quei giorni il racconto delle prove interne durate e dei pensieri che mi salvarono, in lunghi frammenti d'un libro foggiato, quanto alla forma, sull'Ortis, ch'io intendeva pubblicare anonimo sotto il titolo di Reliquie d'un Ignoto. Portai meco, ricopiato a caratteri minutissimi e in carta sottile, quello scritto a Roma e lo smarrii, non so come, attraversando la Francia al ritorno. Oggi, s'io tentassi riscrivere le mie impressioni d'allora, non riuscirei.
Rinsavii da per me, senza ajuto altrui, mercè una idea religiosa ch'io verificai nella storia. Scesi dalla nozione di Dio a quella del Progresso; da quella del Progresso a un concetto della Vita, alla fede in una missione, alla conseguenza logica del dovere, norma suprema; e giunto a quel punto, giurai a me stesso che nessuna cosa al mondo avrebbe ormai potuto farmi dubitare e sviarmene. Fu, come dice Dante, un viaggio dal martirio alla pace[42]: pace violenta e disperata nol nego, perch'io m'affratellai col dolore e mi ravvolsi in esso, come pellegrino nel suo mantello; pur pace, dacchè imparai a soffrire senza ribellarmi e fui d'allora in poi in tranquilla concordia coll'anima mia. Diedi un lungo tristissimo addio a tutte le gioje, a tutte le speranze di vita individuale per me sulla terra. Scavai colle mie mani la fossa, non agli affetti—Dio m'è testimone ch'io li sento oggi canuto come nei primi giorni della mia giovinezza—ma ai desiderî, alle esigenze, ai conforti ineffabili degli affetti, e calcai la terra su quella fossa, sì ch'altri ignorasse l'io che vi stava sepolto. Per cagioni, parecchie visibili, altre ignote, la mia vita fu, è e durerebbe, s'anche non fosse presso a compirsi, infelice; ma non ho pensato mai, da quei giorni in poi, un istante che l'infelicità dovesse influir sulle azioni. Benedico riverente Dio padre per qualche consolazione d'affetti—non conosco consolazioni da quelle infuori—ch'egli ha voluto, sugli ultimi anni, mandarmi, e v'attingo forza a combattere il tedio dell'esistenza che talora mi si riaffaccia; ma s'anche quelle consolazioni non fossero, credo sarei quale io sono. Splenda il cielo serenamente azzurro come in un bel mattino d'Italia o si stenda uniformemente plumbeo e color di morte come tra le brume del settentrione, non vedo che il Dovere muti per noi. Dio è al disopra del cielo terrestre e le sante stelle della fede e dell'avvenire splendono nell'anima nostra, quand'anche la loro luce si consumi senza riflesso come lampada in sepoltura.—(1862).
I primi tempi del mio soggiorno in Londra non corsero propizî al lavoro politico. Alla crisi morale durata nella Svizzera sottentrò—conseguenza in parte d'obblighi da me contratti per le cose d'Italia e ai quali io dovea consecrare il denaro destinato alla vita, in parte di danaro speso per altri—una crisi d'assoluta miseria che si prolungò per tutto l'anno 1837 e metà del 1838. Avrei potuto vincerla svelando le mie condizioni: mia madre e mio padre avrebbero trovato lieve ogni sagrifizio per me; ma essi avevano sagrificato già troppo e mi parve debito tacere con essi. Lottai nel silenzio. Impegnai, senza possibilità di riscatto, quanti rari ricordi io aveva avuto da mia madre e da altri; poi gli oggetti minori, finchè un sabato io fui costretto a portare, per vivere la domenica, in una di quelle botteghe, nelle quali s'accalca la sera la gente povera e la perduta, un pajo di stivali e una vecchia giubba. Mi trascinai, mallevadori taluni fra' miei compatrioti, d'una in altra di quelle società d'imprestiti che rubano al bisognoso l'ultima goccia di sangue—e talora l'ultimo pudore dell'anima—sottraendogli il trenta o quaranta per cento su poche lire da restituirsi di settimana in settimana, a ore determinate, in uffici tenuti, fra malviventi e briachi, nei public houses o luoghi di vendita di birra e bevande spiritose. Attraversai a una a una tutte quelle prove che, dure in sè, lo diventano più sempre quando chi le incontra vive solitario, inavvertito, perduto in una immensa moltitudine d'uomini ignoti a lui e in una terra dove la miseria, segnatamente nello straniero, è argomento di diffidenze sovente ingiuste, talora atroci. Io non ne patii più che tanto nè mi sentii un solo istante avvilito o scaduto. Nè ricorderei quelle prove durate. Ma ad altri condannato a durarle e che si crede per esse da meno, può giovare l'esempio mio. Io vorrei che le madri pensassero come nessuno sia, nelle condizioni presenti d'Europa, arbitro della propria fortuna o di quella dei proprî cari, e si convincessero che, educando austeramente e in ogni modo di vita i figli, provvedono forse meglio al loro avvenire, alla loro felicità e all'anima loro che non colmandoli d'agi e conforti e snervandone l'indole che dovrebbe agguerrirsi fin dai primi anni contro le privazioni e gli stenti. Io vidi giovani italiani, chiamati dalla natura alla bella vita, travolgersi miseramente nel delitto o ricovrarsi sdegnosi nel suicidio per prove ch'io varcai sorridendo, e accusati mallevadrici le madri. La mia—benedetta sia la di lei memoria—m'aveva preparato, con quell'amore che pensa all'avvenire possibile, tetragono ad ogni sventura.
Uscito da quelle angustie, mi feci via colle lettere. Conobbi e fui noto. Ammesso a lavorare nelle Riviste—taluna delle quali mi retribuiva una lira sterlina per ogni pagina—scrissi quanto era necessario per equilibrare la modesta rendita colle spese maggiori in Inghilterra che non altrove. I più tra quei lavori di critica letteraria sono compresi in questa edizione, e i lettori possono giudicarne i demeriti o i meriti. A me, pei soggetti direttamente italiani o per le frequenti allusioni alle vere condizioni della nostra terra, furono scala a richiamare l'attenzione degli Inglesi sulla nostra questione nazionale interamente negletta, e preparare il terreno a quell'apostolato deliberatamente politico che avviai in Inghilterra dopo il 1845 e che vi fruttò, credo, gran parte delle attuali tendenze a pro della nostra unità.
In Inghilterra, paese dove la lunga libertà educatrice ha generato un'alta coscienza della dignità e del rispetto dell'individuo, le amicizie crescono difficili e lente, ma più che altrove sincere e tenaci. E più che altrove è visibile negli individui quella unità del pensiero e dell'azione ch'è pegno d'ogni vera grandezza. Non so quale tendenza esclusivamente analitica, ingenita nelle tribù anglo-sassoni e fortificata dal protestantismo, insospettisce gli animi d'ogni nuovo e fecondo principio sintetico e indugia la nazione sulle vie del progresso filosofico e sociale; ma in virtù di quella unità della vita alla quale accenno, ogni miglioramento, conquistato una volta che sia, è conquistato per sempre; ogni idea accettata dall'intelletto è certa di trapassare rapidamente nella sfera dei fatti: ogni concetto, anche non accettato è accolto con tolleranza rispettosa, purchè le azioni di chi lo professa ne attestino la sincerità. E le amicizie s'annodano profonde e devote a fatti più che a parole anche tra uomini che dissentono sovr'una o altra questione. Molte delle mie idee sembravano allora talune, sembrano tuttavia, inattendibili o pericolose agli Inglesi; ma la sincerità innegabile di convinzioni immedesimate con me e logicamente rappresentate dalla mia vita, bastò ad affratellarmi parecchie tra le migliori anime di quest'isola. Nè io mai le dimenticherò finch'io viva, nè mai proferirò senza un palpito di core riconoscente il nome di questa terra ov'io scrivo, che mi fu quasi seconda patria e nella quale trovai non fugace conforto d'affetti a una vita affaticata di delusioni e vuota di gioje. Appagherei l'animo mio citando molti nomi di donne e d'uomini, s'io scrivessi ricordi di vita individuale più che di cose connesse col nostro moto politico; ma non posso a meno di segnare in questa mia pagina il nome della famiglia Ashurst, cara, buona e santa famiglia, che mi circondò di cure amorevoli tanto da farmi talora dimenticare—se la memoria de' miei, morti senza avermi allato, lo consentisse—l'esilio.
Il consorzio d'uomini letterati e lo scrivere intorno al moto intellettuale d'Italia ridestarono in me, in quei primi tempi di soggiorno in Inghilterra, il desiderio lungamente nudrito di crescere più sempre fama ad uno scrittore, al quale più che ad ogni altro, se eccettui l'Alfieri, l'Italia deve quanto ha di virile la sua letteratura degli ultimi sessanta anni. Parlo d'Ugo Foscolo, negletto anch'oggi affettatamente dai professori di lettere, pur maestro di tutti noi, non nelle idee mutate dai tempi, ma nel sentire degnamente e altamente dell'arte, nell'indole ritemprata dello stile e nell'affetto a quel grande nome di patria dimenticato da quanti a' suoi tempi scrivevano—ed erano i più—in nome di principi, d'accademie o di mecenati. Io sapeva che dei molti lavori impresi da lui nell'esilio parecchi erano stati soltanto in parte compiti, altri erano, per la morte che lo colpì povero e abbandonato, andati dispersi. Mi diedi a rintracciar gli uni e gli altri. E dopo lunghe infruttuose ricerche, trovai, oltre diverse lettere a Edgar Taylor—oggi contenute pressochè tutte nell'edizione ch'io pure ajutai, di Lemonnier—quanto egli aveva compito del suo lavoro sul poema di Dante, e in foglietti di prove, due terzi a un dipresso della Lettera apologetica ignota allora intieramente all'Italia. Quest'ultima scoperta fu una vera gioia per me. Quelle pagine, senza titolo o nome dell'autore, stavano cacciate alla rinfusa con altri scritti laceri, e condannati visibilmente a perire, in un angolo d'una stanzuccia del librajo Pickering. Come nessuno fra i tanti Italiani stabiliti in Londra o viaggiatori a diporto andasse in cerca di quelle carte quando tutte potevano senza alcun dubbio ricuperarsi, e toccasse a un altro esule, fra le strette egli pure della miseria, la ventura di restituirne, undici anni dopo la morte di Foscolo, parte non foss'altro al paese, è memoria fra le tante di noncuranza e d'ingratitudine, vizî frequenti nei popoli inserviliti. Ma oggi che gli Italiani millantano d'essere liberi, perchè, a espiar quell'oblìo non sorge una voce che dica: «Invece di mandar doni a principesse che nulla fanno o faranno mai pel paese, e inalzar monumenti a ministri che nocquero ad esso, ponete, in nome della riconoscenza, una pietra che ricordi chi serbò inviolata l'anima propria e la dignità delle lettere italiane, quando tutti o quasi le prostituivano?» Se non che forse, meglio così. L'Italia d'oggi serva atterrita e ipocrita del Nipote, mal potrebbe consolare l'ombra dell'uomo che stette solo giudice inesorabile e incontaminato dell'ambiziosa tirannide dello Zio.
Comunque, rinvenni io quelle carte; e lo dico perchè altri, non so se a caso o a studio, ne tacque. Ma il librajo, ignaro in sulle prime di quel che valessero e sprezzante, poi fatto ingordo dalla mia premura, ricusava cederle s'io non comprava il lavoro sul testo dantesco—e ne chiedeva quattrocento lire sterline. Io era povero e non avrei potuto in quei giorni disporre di quattrocento soldi inglesi. Scrissi a Quirina Magiotti, rara donna e rarissima amica, perchè m'ajutasse a riscattar le reliquie dell'uomo ch'essa aveva amato e stimato più ch'altri nel mondo: e lo fece; ma il librajo insisteva per cedere indivisi i due lavori o nessuno, ed essa non poteva dar tutto. Com'io, dopo molte inutili prove, riuscissi a convincere Pietro Rolandi, librajo italiano in Londra e che m'era amorevole, d'assumersi il versamento di quella somma e per giunta le spese dell'edizione, davvero nol so. Fu miracolo d'una fermissima volontà di riuscire da parte mia sopra un uomo calcolatore, trepido per abitudine e necessità, ma tenero in fondo del core delle glorie del paese più che i librai generalmente non sono.
Altre pagine del prezioso libretto, connesse appunto colle racquistate da me, furono poco dopo trovate in un baule di carte foscoliane sottratto alla dispersione dal canonico Riego, unico che vegliasse, nell'ultima malattia, al letto dell'esule, acquistato poi da Enrico Mayer e altri amici in Livorno, ma non esaminato fino a quei tempi. La scoperta dei frammenti smarriti ridestò in essi tutti un ardore di ricerca che fruttò all'Italia dapprima il volume di scritti politici d'Ugo Foscolo ch'io pubblicai in Lugano, poi l'edizione fiorentina delle opere diretta con intelletto d'amore dall'Orlandini. Manca una vita ch'io m'era assunto di stendere e che pur troppo mi fu vietata dalle circostanze e da cure diverse. Unico avrebbe potuto—e dovuto—scriverla degnamente G. B. Niccolini; ed è morto, e aspetta tuttavia anch'egli la sua.
Ma, l'edizione del Dante Foscoliano mi costò ben altre fatiche. M'offersi, com'era debito mio verso il generoso editore, di dirigere tutto il lavoro e corregger le prove. Ora, strozzato dalla miseria e dalla malattia, Foscolo non aveva compito l'ufficio suo fuorchè per tutta la prima cantica. Il Purgatorio e il Paradiso non consistevano che delle pagine della volgata alle quali stavano appiccicate liste di carta preste a ricevere l'indicazione delle varianti, ma le varianti mancavano e mancava ogni indizio di scelta o di correzione del testo. Rimasi gran tempo in forse s'io non fossi in debito di dichiarare ogni cosa al Rolandi; ma Pickering era inesorabile a vendere tutto o nulla, e il librajo italiano non avrebbe probabilmente consentito a sborsare quella somma per sola una cantica. A me intanto sembrava obbligo sacro verso Foscolo e la letteratura dantesca di non lasciare che andasse perduta la parte di lavoro compita; e parevami di sentirmi capace di compirlo io stesso seguendo le norme additate da Foscolo nella correzione della prima cantica e immedesimandomi col suo metodo, l'unico, secondo me, che riscattando il poema dalla servitù alle influenze di municipio, toscane o friulane non monta, renda ad esso il suo carattere profondamente italiano. Tacqui dunque e impresi io stesso la difficile scelta delle varianti e la correzione ortografica del testo. Feci quel lavoro quanto più coscienziosamente mi fu possibile e tremante d'essere per desiderio di sollecitudine irriverente al genio di Dante e all'ingegno di Foscolo. Consultai religiosamente i due codici ignoti all'Italia di Mazzucchelli e di Roscoe. Per sei mesi il mio letto—dacchè io non aveva che una stanza—fu coperto dalle edizioni del poema attraverso le quali io rintracciava le varie lezioni che la mancanza d'un testo originale, l'ignoranza dei tardi copisti e le borie locali accumularono per secoli su quasi ogni verso. Oggi, credo mio debito dir tutto il vero e separare il mio lavoro da quello di Foscolo[43].—(1863).