«Siciliani, fratelli! Vi sentite voi forti per riassumere in voi soli la vita, quale un giorno sarà, dell'Italia, maturi per balzare d'un salto all'ideale che affatica l'anime nostre e costituirvi a un tratto con ordini di governo superiori a quanti esistono in oggi, nucleo e insegnamento vivo della nazione? In quell'unico caso, cesserebbe in me, cesserebbe in noi tutti, il diritto di scongiurarvi all'unione cogli Stati di terra-ferma. Ma se voi sentite prematuro il disegno, se tra voi e Napoli non corrono in oggi se non questioni di forme, d'istituzioni divergenti soltanto nei particolari, di maggiore o minore emancipazione locale, ascoltate la parola d'un fratello vostro che ama, dopo Dio, la patria comune e ha logorato in quell'amore la vita: è parola, oso dirlo, di tutta Italia. Ponete quel santo nome di nazione sulla bilancia, non date l'esempio d'uno smembramento ai fratelli che guardano in voi. Rimanete uniti ai vostri concittadini della penisola: uniti per combattere insieme ad essi le battaglie della libertà, per combattere fra non molto insieme a noi tutti le battaglie dell'indipendenza: uniti per confortarci del vostro aspetto e della vostra parola autorevole nei nostri parlamenti, nelle nostre adunanze: uniti perchè i fratelli, schiavi tuttora, si inanimiscano alla guerra sacra; uniti perchè lo straniero senta la virtù del sacrificio nell'anime nostre e ammiri; uniti perchè i fati dell'Italia si compiano, mercè vostra, più rapidi e l'umanità si rallegri e Dio protegga bella di potenza e d'amore la terra sua prediletta.»
Londra, 20 febbrajo 1848.
Poco dopo, nel programma dell'Associazione nazionale italiana ch'io fondai, nel mio breve soggiorno in Parigi, il 5 marzo, io diceva:
«. . . . . . . . . . . . Qualunque sia, nelle nostre menti il concetto del progresso futuro, qualunque la forma che lo rivelerà alle nazioni europee, noi tutti sappiamo che fummo grandi—che vogliamo e dobbiamo esser grandi, più grandi che mai non fummo pel bene della patria e dell'umanità—e che nol possiamo se non vivendo d'una vita comune, ordinandoci forti e compatti sotto una sola bandiera, affratellandoci in un solo patto d'amore, sommando in una tutte quante le facoltà, le forze, le aspirazioni del core e del senno italiano. Sappiamo che tra noi e quel patto d'amore fraterno ed uno sta l'Austria—che all'Austria soggiacciono molti milioni d'Italiani fratelli nostri—che prima della loro emancipazione noi non possiamo aver patria—che vita, libertà, forza, unità, securità di progresso, saranno menzogna per noi, finchè non avremo con guerra aperta, ostinata, irreconciliabile, cacciato oltre le ultime Alpi lo straniero che contamina le nostre contrade. Sappiamo che fintantochè un solo Italiano avrà chiuso il labbro e compresso il pensiero dalla forza brutale straniera, tutto sarà per noi provvisorio e incerto; e a fronte dei nostri patti, dei nostri imperfetti progressi quell'Italiano potrà sorgere e dire: io pure nacqui sul vostro terreno: a me pure Dio rivelava parte dell'idea che l'Italia è chiamata a rappresentare nel mondo: e il mio labbro fu muto e il mio senno e il mio cuore non ebbero parte nei vostri consigli, nei decreti ai quali voi volete ch'io, non consultato, soggiaccia.
«Rappresentare questo pensiero, questa comune credenza è l'intento dell'Associazione in nome della quale parliamo. L'Associazione non è toscana, piemontese o napoletana; è italiana: non tende a discutere questioni d'interessi locali; tende ad armonizzarli, a unificarli nel grande concetto nazionale: non prefigge a' suoi sforzi il trionfo predeterminato d'una o d'altra forma governativa; ma li consacra a promuovere, con tutti i mezzi possibili e in accordo colle ispirazioni progressivamente manifestate dal popolo italiano lo sviluppo del sentimento nazionale; li consacra ad affrettare col consiglio e coll'opera, collo studio accurato dei voti dei più e coll'esercizio del diritto di suggerimento fraterno, il momento in cui il popolo italiano fatto nazione, libero indipendente, forte della coscienza de' proprî diritti e della propria missione, santo dell'amore che annoda in bella eguaglianza i credenti in comuni doveri, potrà dar voto solenne intorno alle forme di viver civile che meglio gli converranno, intorno alle condizioni politiche, sociali, economiche che ne costituiranno l'essenza.
«È questo un momento solenne: momento di crisi suprema, di nuova vita europea. Qui d'onde scriviamo, un popolo glorioso tra quanti mai furono, ha provato l'onnipotenza della volontà nazionale e rovesciando in poche ore un edifizio a cui gli eserciti, le corruttele, le false dottrine e le diplomazie promettevano lunga durata, ha iniziato un nuovo diritto europeo. Ma a noi rimane intatta una grande missione: cancellare dal mondo europeo un'antica ingiustizia e sostituire sulla Carta d'Europa, coll'esempio della nostra emancipazione, una libera federazione di nuove nazioni a un impero fattizio, colpevole d'avere negato per secoli la santa legge di progresso che Dio prefiggeva all'umanità. . . . . . »
E il 22 marzo, in un indirizzo al governo repubblicano di Francia, io definiva nuovamente in questi termini il fine dell'Associazione.
«. . . . . . . . Il suo scopo, signori, è quello che fu annunziato o preveduto da tutti i grandi italiani, da Arnaldo da Brescia fino a Machiavelli, da Dante fino a Napoleone, che appartiene a voi come a noi: l'unificazione politica della penisola; l'emancipazione dal mare all'Alpi di questo suolo dal quale esciva due volte la parola d'ordine dell'unità europea; la fondazione d'una nazionalità forte e compatta che possa pel bene del mondo collocarsi nella confederazione dei popoli e apportare al lavoro comune le ispirazioni e il sagrificio, il pensiero e l'azione di venticinque milioni d'uomini liberi, fratelli e uniti in una sola fede nazionale: Dio e il Popolo in una sola fede internazionale: Dio e l'Umanità.
«Questa fede, signori, è, malgrado gli sforzi fatti per oscurarla, la fede dei nostri padri. Dalla scuola pitagorica dell'Italia meridionale sino ai filosofi pensatori del secolo XVII—fra le torture che invano tentavano d'annientare l'idea sociale di Campanella e le palle che troncavano sulle labbra dei fratelli Bandiera il loro ultimo grido di viva l'Italia! il genio italiano ha sempre dichiarato, con una serie non interrotta di proteste individuali che sua tradizione nazionale era Unità e Libertà: unità come pegno della missione, libertà come pegno di progresso.