«Fra i ceppi, fra le corruttele figlie del dispotismo, sotto la bajonetta straniera che minacciava ogni battito del suo core, dal fondo delle segrete, dall'alto dei patiboli, il genio italiano gridò sempre alle attente nazioni: l'Italia non è morta; essa sta trasformandosi, e la sua grande idea escirà pura, com'oro dal crogiolo, dai suoi trecento anni di schiavitù, quando l'opera di fusione sarà compita quando le popolazioni italiane si stringeranno in un amplesso unanime intorno alla santa bandiera della patria comune per dare all'Europa, dopo l'Italia degli imperatori e l'Italia dei papi, l'immenso spettacolo dell'Italia del popolo.
«Questo momento, signori, noi lo crediamo vicino.»
Con queste idee, con questo programma, io mi recai in Milano. E le prime parole indirizzate ai Bresciani, i quali si querelavano, per non so quale faccenda interna, di Milano, furono di concordia e di pace. «Oggi l'uomo—io diceva—non è che l'incarnazione d'un dovere. Troppo grandi cose avete da fare, perchè vi sia lecito pensare alle locali vertenze. Avete in mira, voi come Milano, come tutte le altre città dello Stato, i destini di venticinque milioni d'uomini che vi sono fratelli, il rinnovamento della terra che v'ha dato vita la creazione d'un popolo, gran parte dei fati europei, però che i fati europei dipendono essenzialmente da noi. E a compiere i vostri doveri, avete d'uopo di miracoli d'amore; avete d'uopo di sorridere come a gioja suprema, ad ogni sagrificio d'individualità, che le circostanze vi chieggano. Ho sentito ieri, vedendo sfilare i soldati del reggimento Ceccopieri tornati alla bandiera della patria, un bisogno prepotente d'abbracciar con amore il mio primo nemico, un bisogno di qualche grande sagrificio pel bene comune, per farmi degno della mia contrada. Voi tutti sentite com'io sento...» Nè queste idee furono tradite mai da me e da' miei amici. Le mantenemmo fedelmente, tra diffidenze, calunnie e minacce, per tutto il periodo della guerra regia. Forse, se tutti gli uomini di parte nostra si fossero schierati risolutamente con noi intorno al programma: Guerra e Costituente Nazionale dopo la guerra, che poggiava su promesse solenni date da Carlo Alberto e dal governo provvisorio, la lotta contro l'Austria avrebbe avuto esito diverso. Ma i più tra i nostri si diedero, come dissi, senza patti. La monarchia rimase incondizionatamente padrona.
Il giorno istesso in cui doveva, in seno al governo, discutersi il malaugurato decreto della fusione, comparve inaspettato nella mia stanza Cesare Correnti, seguito da Anselmo Guerrieri, e mi parlò, com'uomo che v'intravvede rovina, della proposta. Dissi a lui e al Guerrieri ciò ch'io avea detto poche ore prima a un altro membro del governo, Durini, che m'aveva inutilmente tentato perch'io aderissi. La fusione subitamente richiesta e con aperta violazione dei patti, dal re era indizio certo ch'ei sentiva le sorti della guerra corrergli avverse e premeditava ritrarsi, ma con un documento di signoria da dissotterrarsi quando che fosse in futuro. L'adesione intanto persuaderebbe la Lombardia del contrario e infondendole più sempre fede nella determinazione del re, l'addormenterebbe a stimarsi secura e difesa quando appunto importava risuscitarne l'energia e prepararla a salvarsi da sè. Le promesse tradite irriterebbero i partiti che si erano persuasi per amor di patria a tacere. L'ingrandimento della monarchia di Savoja, non più sospetto ma fatto, darebbe a tutti gli altri principi d'Italia il pretesto, da lungo cercato, per separarsi da una guerra senza speranza per essi. Il re, soddisfatto d'avere conquistato un diritto alle terre lombarde, si rassegnerebbe più facilmente a differirne l'attuazione e cedere per allora il campo all'Austriaco. La Lombardia, non più alleata ma suddita, perderebbe ogni opportunità di preparare la propria difesa, e perderebbe, soggiacendo, anche l'unico vanto, prezioso per l'educazione e per l'avvenire d'Italia, d'aver mirato a fondare, anzichè un misero regno del Nord, l'unità nazionale. Queste e altre cagioni trovavano assenso nei due, i quali si dichiaravano deliberati in ogni modo d'opporsi e chiedevano d'intendersi con me sul come. Proposi che s'intendessero con Pompeo Litta e coll'Anelli di Lodi—unico per fede, onestà incontaminata e senno antiveggente in quel gregge di servi—poi, esaurito ogni argomento, protestassero uniti contro il voto della maggioranza, si ritirassero dal governo e pubblicassero, esponendone le cagioni, dimissioni e protesta: lasciassero il resto a noi. Noi avremmo con una manifestazione popolare costretto il governo a dimettersi; ma invece di sostituire all'elemento monarchico il nostro e ad evitare ogni pericolo d'aperto contrasto col re, avremmo acclamato i quattro oppositori e senza rompere interamente la tradizione legale raccolto intorno a quel nucleo d'antichi governanti altri nuovi non repubblicani, ma consapevoli dei pericoli che s'addensavano e capaci di scongiurarlo o tentarlo. La proposta fu accettata e promisero: Correnti più assai concitatamente dell'altro; e poco mancò, tanto pareva fremente e melodrammatico, ch'ei non giurasse sul pugnaletto che aveva a fianco.
Il giorno dopo, i primi nomi che mi ferirono l'occhio in calce al decreto furono quei di Correnti e Guerrieri. Seppi che quest'ultimo, natura buona ma debole, s'era lasciato travolgere dal compagno e ne ebbe per molti giorni rimorso vivissimo.
Rividi, caduta Milano, Correnti. Io era nel giardino Ciani in Lugano con Carlo Cattaneo e altri, quando Pezzotti—uno de' migliori nostri e che morì suicida nelle prigioni dell'Austria—venne a dirmi che Correnti chiedeva vedermi. Ricordo ancora il volto di pentito e l'accento di supplichevole con cui, fisso l'occhio al suolo, ei mi disse: non parlarmi del passato, ma usciere, sentinella, ufficiale, fatemi ciò che volete, pur ch'io giovi al paese. Riferii quelle parole agli amici: diffidavano tutti. Pensai nondimeno che s'egli avea male operato, i casi di Milano erano tali da guarire radicalmente chi non fosse profondamente corrotto. E divisai d'avviarlo a Venezia, dove il popolo teneva levata in alto la bandiera tradita dalla monarchia. In Lombardia, Garibaldi errava tuttavia in armi tra Como e Varese. Migliaja d'esuli s'accalcavano nel Cantone Ticino e potevano, se una opportunità s'affacciasse, rivarcare la frontiera. Gli spiriti duravano in fermento nelle valli bergamasche e bresciane, importava dare un centro visibile, una bandiera, una direzione semi-legale all'agitazione e mi pareva che dovesse trovarsi in Venezia. Manin v'era l'anima della difesa. Deliberai dunque d'inviargli Correnti a dirgli le nostre forze, le nostre speranze e persuaderlo che concentrasse in sè la direzione del moto, additasse il dovere alla Lombardia e dicesse: Venezia, emancipata dal tradimento, combatte non per sè, ma per tutti: stringetevi tutti intorno alla sua bandiera repubblicana. Il pentito accettò la proposta festante: ebbe lettere e danaro da noi; e partì, accompagnato da un fidatissimo nostro, Ercole Porro.
Non so che cosa ei dicesse a Manin: so che Manin nulla fece di quanto era debito suo; ch'ei, Correnti, non si fece mai vivo con noi; e che lo udimmo poco dopo in Torino, faccendiere di quella inetta, assurda, aristocratica congrega che s'intitolava Consulta e accoglieva Casati e quanti altri avevano con lui rovinato il paese.
Ho citato fra i tanti quest'incidente perch'altri indovini quale storia io potrei tessere dei moderati di quel periodo—perchè gl'Italiani v'imparino a non fidarsi, fino a vittoria compiuta, di subiti pentimenti—e perchè i giovani vedano come le tendenze scettiche possano travolgere a bassa e sleale condotta le menti più svegliate e chiamate ad altro.
Tentammo il possibile per ricominciare popolarmente la lotta e la iniziammo in Val d'Intelvi. Ma da un lato gare inaspettate fra d'Apice e Arcioni, capi militari dell'impresa, dall'altro la potenza del pregiudizio monarchico che immobilizza la leva dell'azione nella capitale e, quella caduta, sconforta dall'osare le città di provincia, fecero inutile ogni tentativo. Di tutto quello splendido moto di popolazioni, non rimase se non un potente insegnamento, ch'io sperai fosse allora raccolto e non fu. Tutte quelle migliaja d'esuli d'ogni condizione e d'ogni colore che giuravano non commetterebbero più mai le sorti della patria a un principe e applaudivano freneticamente agli ultimi versi della Clarina di Berchet recitati da Gustavo Modena, sagrificavano come prima servili, pochi anni dopo, alla monarchia.