Lasciai, disperata ogni cosa in Lombardia, la Svizzera e m'avviai, per Francia, verso Toscana.

Il papa era intanto fuggito. Roma era fatta libera di governarsi a suo modo. Venezia prometteva lunghe difese. La rivoluzione viveva tuttavia in Toscana, governata da uomini, un tempo, di fede nostra. La cessione di Milano lasciava screditata la monarchia, irritati gli animi e disposti ad accettare il principio contrario. L'impresa nazionale, caduta nel nord, potea risorgere dal centro. Da Roma dovea escire la parola iniziatrice; e forse, uscendo senza indugio, mentre durava il fremito universale e Napoli non s'era peranco rassegnata alla schiavitù, sarebbe stata più feconda di conseguenze che non fu dopo quattro mesi. Convinto di questo e libero oggimai di seguire apertamente la fede mia, indirizzai il 5 novembre la seguente lettera a' miei amici romani[46].

«. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Tendo l'orecchio a udire se mai venisse dalla città vostra un'eco di parola maschia, libera, degna di Roma, un suono di popolo ridesto all'antica grandezza; e non odo che le solite evirate vocine d'Arcadi parlamentari che ricantano alla culla d'una nazione le nenie mortuarie delle spiranti monarchie costituzionali. Scorro avidamente coll'occhio le colonne del vostro Contemporaneo, sperando ogni giorno trovarvi un di quei decreti che ingigantiscono chi li legge; e dopo il famoso autografo nel quale il papa raccomanda, in cattivo italiano, non il ministero, ma i proprî palazzi, non vi trovo, a consolazione del mondo cattolico, se non che Roma è tranquilla. Tranquilla sta bene; anche il Signore riposava tranquillo il settimo giorno, ma dopo d'avere creato un mondo.

«E voi potete, volendo, creare un mondo civile. Voi avete in pugno le sorti d'Italia e le sorti d'Italia son quelle del mondo. Voi non conoscete, o immemori, la potenza ch'esercita l'accozzamento di quattro lettere che forma il nome della vostra città; voi non sapete che ciò che altrove è parola, da Roma è un fatto, un decreto imperatorio: urbi et orbi. Perdio! Che i vostri monumenti, i vostri ricordi storici non mandino una sola ispirazione all'anima degli uomini che reggono le cose vostre! Io, nella mia religione romana, m'andava confortando dello spettacolo di meschinità e d'impotenza che pur troppo ci danno finora le nostre città col pensiero che toccava a Roma, che il Verbo non poteva uscire se non dalla Città Eterna: ma comincio a temere d'essermi illuso. Roma così com'è, colle sedute ch'io leggo è una ironia, una cosa, perdonatemi, tra il ridicolo e il lacrimevole.

«Io non credo che la provvidenza abbia mai detto così chiaramente ad una nazione: tu non avrai altro Dio che Dio, nè altro interprete della sua legge che il popolo. E non credo che sia al mondo una gente più ostinata della nostra a non vedere nè intendere. La provvidenza ha fatto dei nostri principi una razza d'inetti e di traditori, e noi vogliamo andare innanzi a rigenerarci con essi. La provvidenza, quasi a insegnarci guerra di popolo, ha fatto sconfiggere un re in una impresa già quasi vinta, e noi non vogliamo far guerra se non con quel re. La provvidenza ha fatto del Borbone di Napoli un commento vivo dei ricordi di Samuele agli Israeliti che chiedevano un re, e la Sicilia, liberata di quello, bussa alle porte delle sale regie in cerca d'un altro. La provvidenza vi fa d'un papa un fuggiasco spontaneo: vi toglie, come una madre al bambino, ogni inciampo di sulla via; e voi, ingrati, rimanete in forse e come se non aveste mente, nè cuore, nè storia, nè esperienza che basti, nè avvenire, nè l'Italia in fermento d'intorno a voi, nè l'Europa in fermento d'intorno all'Italia, nè la Francia repubblicana allato, nè la Svizzera repubblicana di fronte, nè venti altre cagioni di decisione, andate ingegnandovi a governarvi coll'autografo dei palazzi. Carlo XII, prigioniero dei Russi, mandava un suo stivale a governare lo Stato; ma son parecchi anni e Carlo XII non era fuggito e la metropoli svedese non era Roma.

«Io vivo, voi lo sapete, irrequieto per l'unità d'Italia messa a pericolo dai guastamestieri, non per la repubblica immancabile, inevitabile, non solamente in Italia, ma in pressochè tutta Europa. E aspetto come ho detto, scritto e stampato, devoto e sommesso che la volontà dell'Italia si manifesti solennemente. Ma parmi di potervi dire senz'essere agitatore: quando la forma repubblicana, senz'opera vostra, senza violenza, senza usurpazione di minorità, v'è messa davanti, pigliatela; non fate vedere all'Italia e all'Europa che voi, repubblicani nati, la rifiutate senza perchè. Voi non avete più governo; non potere, malgrado l'autografo, che sia legittimo. Pio IX è fuggito: la fuga è un'abdicazione: principe elettivo, egli non lascia dietro sè dinastia. Voi siete dunque, di fatto, repubblica, perchè non esiste per voi, dal popolo in fuori, sorgente d'autorità. Uomini logici ed energici ringrazierebbero il cielo del consiglio ispirato a Pio IX e direbbero laconicamente: il papa ha abbandonato il suo posto: noi facciamo appello dal papa a Dio convocando un Concilio. Il principe ha disertato, tradito: noi facciamo appello dal principe al popolo. Roma è, per volontà di provvidenza, repubblica. La Costituente italiana, quando queste mura l'accoglieranno, confermerà, muterà o amplierà questo fatto. E scelto dal popolo un governo, s'accoglierebbe in Roma, poichè i popoli d'Italia non son liberi tutti sinora, il nucleo iniziatore e precursore della Costituente italiana futura; e questo nucleo d'uomini noti, mandati dalla Toscana, dalla Sicilia, da Venezia, dall'emigrazione lombarda, dai circoli, dalle associazioni, presterebbe appoggio efficace al governo; e quel governo, con pochi atti nazionali davvero, diventerebbe governo morale di tutta Italia in brev'ora. Dio che ajuta i volenti e ama Roma farebbe il resto.

«Perchè non abbiate fatto questo nelle prime ventiquattr'ore, perchè non lo facciate ora, m'è arcano. So che così non potete stare; e che tra il seguir questa via e il mandar deputati supplichevoli a Pio IX e dirgli: tornate onnipotente, cancelliamo ogni traccia della giornata del 16, non è via di mezzo. Taluni mi scrivono che li trattiene il timore d'essere invasi. Invasi? E nol sarete voi a ogni modo? Non vedete che la questione sta fra il concedere la iniziativa e la scelta del tempo e del come al nemico o l'assumerla voi, averne tutti i vantaggi e sconvolgere i disegni dell'invasore? Non vedete che in una ipotesi cadrete derisi perchè nessuno moverà in ajuto d'un ministero tiepido e senza nome; nell'altra inizierete quello a che tutti in Italia tendono, quello a che sarete trascinati inevitabilmente un dì o l'altro, ma coi traditori nel campo?

«Nè sarete soli a combattere...»

Giunsi in Livorno l'8 febbrajo 1849, quando appunto giungeva al governatore Pigli l'annunzio della fuga del duca. E fui pregato d'annunziarla io stesso al popolo, che s'era raccolto per festeggiarmi, dacchè temevano non si trascorresse a violenze contro i fautori noti del fuggiasco principe. Era timore mal fondato. Il popolo livornese è popolo d'alti spiriti, tenerissimo di libertà e presto sempre a virilmente conquistarla o difenderla: facile appunto per questo a guidarsi sulle vie del bene, purchè additate da chi abbia fiducia in esso e ispiri ad esso fiducia. Annunziai il fatto come buona nuova e dicendo quanto importasse ai cittadini di provare a tutti che potevano vivere più che mai concordi e amorevoli senza principe. Nè vidi mai città più lieta e ordinata. A taluni che parlarono d'atterrare una statua del duca, bastò suggerire che la velassero. Livorno è città repubblicana e onorerà tra le prime l'Italia futura.

Il 9 febbrajo, la repubblica era proclamata in Roma.