«Voi avevate ancora forza nei generosi della milizia che pugnavano mentre voi stendevate il decreto fatale; nel popolo che fremeva battaglia; nelle barricate cittadine; nell'influenza esercitata dal vostro consesso sulle provincie. Nè popolo nè milizia vi domandavano di cedere: la città era tuttavia irta di barricate ordinate da voi come solenne promessa che Roma si sarebbe, esauriti i modi della milizia, popolarmente difesa. E nondimeno voi decretaste impossibile la difesa e la rendeste tale pronunciando l'esosa parola. Voi dichiaraste che l'Assemblea stava al suo posto. Ma il posto dell'Assemblea era l'ultimo angolo di terreno italiano dove potesse tenersi eretta, anche un giorno di più, la bandiera della repubblica; e voi, confinando l'esecuzione del mandato per entro le mura del Campidoglio, uccidevate sotto la morta lettera lo spirito del decreto.
«Voi sapevate, per insegnamento di storia e di logica, che nessuna Assemblea può durar libera un momento solo colle bajonette nemiche alle porte; e che la repubblica cadrebbe il giorno in cui un soldato francese porrebbe piede dentro le mura di Roma. Voi dunque, decretando che l'Assemblea repubblicana starebbe in Roma, decretavate a un tempo e inevitabilmente la morte della repubblica e dell'Assemblea. E decretando che l'esercito repubblicano escirebbe di Roma senza voi, senza il governo, senza la rappresentanza legale della repubblica, decretavate, senza avvedervene, la prima manifestazione di dissenso tra quei ch'erano stati fortissimi nell'unione e, Dio nol voglia, lo scioglimento d'un nucleo sul quale riposavano tutte le più care speranze d'Italia.
«Voi dovevate decretare l'impossibilità del contatto, fuorchè di guerra, fra gli uomini chiamati a rappresentar la repubblica e gli uomini venuti a distruggerla—ricordarvi che Roma era, non una città, ma l'Italia, il simbolo del pensiero italiano, e grande appunto perchè, mentre tutti cadevano disperando, aveva detto: io non dispero, ma sorgo—ricordarvi che Roma non era in Roma, ma dappertutto dove anime romane, santificate dal pensiero italiano, erano raccolte a combattere e soffrire per l'onore d'Italia—ricordarvi che terra italiana si stendeva d'intorno a voi e trasportare governo, Assemblea, ogni elemento rappresentante il pensiero e i buoni armati del popolo in seno all'esercito, portando di terreno in terreno, finchè tutti vi fossero chiusi, il palladio della fede e della missione di Roma. A confortarvi della speranza che il fatto frutterebbe, sorgevano ricordi antichi e il ricordo moderno dell'Ungheria. Ma dov'anche nessun esempio vi confortasse, voi, fatti apostoli della terza vita d'Italia, dovevate essere primi a dare spettacolo di nuova indomita costanza all'Europa. Queste cose vi furono dette: non le accettaste; e io, rappresentante del popolo, protesto solennemente in faccia a voi, al popolo, a Dio contro il rifiuto e le sue conseguenze immediate.
«Roma è destinata dalla provvidenza a compiere grandi cose per la salute dell'Italia e del mondo. La difesa di Roma ha iniziato queste grandi cose e scritto la prima linea d'un immenso poema che si compirà checchè avvenga. La storia terrà registro della iniziativa e della parte che voi tutti, generosi d'intenzioni, v'aveste. Ma dirà pure—e gemo, per affetto violato a un tratto, scrivendo—che nei supremi momenti nei quali voi dovevate ingigantirvi maggiori dei fati, falliste alla vostra missione e tradiste, non volendo, il concetto italiano di Roma.
«Possa l'avvenire trovarci uniti a riscattar questa colpa!»
3 luglio 1849.
Entrati i Francesi e rientrata con essi la coorte di preti nemici che s'era accentrata cospiratrice in Gaeta, io rimasi una settimana pubblicamente in Roma. Le ciarle delle gazzette francesi e cattoliche sul terrore esercitato da me in Roma durante l'assedio m'invogliavano di provare a tutti la falsità dell'accusa, offrendomi vittima facile a ogni offeso che volesse vendicarsi e ottenerne guiderdone dalla setta dominatrice. Poi, non mi dava il cuore di staccarmi da Roma. Vidi, col senso di chi assiste alle esequie della persona più cara, i membri dell'Assemblea, del governo, dei ministeri, avviarsi tutti all'esilio; invasi gli ospedali dove giacevano, più dolenti del fato della città che non del proprio, i nostri feriti; le fresche sepolture dei nostri prodi calpestate, profanate dal piede del conquistatore straniero. Io errava al cader del sole, con Scipione Pistrucci e Gustavo Modena, ambi ora morti, per le vie di Roma quando appunto i Francesi movendo lentamente, colle bajonette in testa; fra un popolo cupo, irritato, intimavano lo sgombro delle contrade, fremente di sdegno e ribollente di pensieri di lotta. Parvemi che gli occupatori si fossero collocati in modo sì incauto da prestare opportunità a una serie di sorprese e m'affrettai a chiedere al generale Roselli e a' suoi dello stato maggiore se, dove un leva leva di popolo capitanato da me, che non aveva vincolo di patti con anima viva, avesse luogo, ajuterebbero, ed assentirono: ma era tardi: i capi-popolo erano in fuga e ogni tentativo fallì. Suggerii al Roselli di chiedere al generale Oudinot, sotto colore d'evitare collisioni probabili, la distribuzione del piccolo esercito romano in accantonamenti fuori della città: là, i nostri militi si sarebbero riavuti dall'esaurimento della lunga lotta: avremmo potuto riequipaggiarli: io mi sarei tenuto celato e prossimo ad essi; poi, forse, avremmo potuto cogliere un momento propizio per gittarci a sorpresa sul nemico di Roma. Ma quel disegno, sulle prime accettato, tornò pure inutile: la partenza in armi di Garibaldi insospettì l'Oudinot: fu intimato che l'artiglieria romana rimanesse in città: i nostri militi, convinti che il nemico era capace d'ogni iniquo procedere, s'insospettirono alla volta loro che si volesse collocarli senza mezzi di difesa tra i Francesi e gli Austriaci e farne macello; il piccolo esercito si smembrò e poco dopo fu sciolto. Pazzi e rovinosi consigli; ma in quei giorni tutte le potenze dell'anima mia non vivevano che d'una idea: ribellione a ogni patto contro la forza brutale che, in nome d'una repubblica, annientava, non provocata, un'altra repubblica.
Perchè preti e Francesi non si giovassero allora dell'occasione ch'io offriva per avermi morto o prigione, m'è tuttavia arcano. Ricordo come la povera Margherita Fuller e la cara venerata amica mia Giulia Modena mi supplicassero di ritrarmi e serbarmi, com'esse dicevano, a tempi migliori. Ma s'io avessi potuto antivedere i nuovi disinganni e le ingratitudini e il fallirmi d'antichi amici che m'aspettavano e non avessi pensato che al mio individuo, avrei detto loro: lasciatemi, se mi amate, morire con Roma.
Comunque, partii. Partii senza passaporto e mi recai in Civitavecchia. Di là mandai a chiederne uno all'ambasciata americana, e l'ebbi, ma non contrassegnato, come si richiedea per l'escita, dalle autorità francesi, inutile quindi. Stava in Civitavecchia un vaporuccio, il Corriere Côrso, presto a salpare. Il capitano, parmi un De-Cristofori; côrso egli pure, m'era ignoto: m'avventurai nondimeno a chiedergli se volesse, a suo rischio, accogliermi senza carte, ed ebbi inaspettato assenso da lui. M'imbarcai. Il vapore moveva verso Marsiglia, toccando Livorno, allora tenuta dagli Austriaci. Trovai sul bordo, ingrato spettacolo, una deputazione di Romani tra gli avversi a noi che s'avviava a quest'ultimo porto per risalparne e recarsi a implorare Pio IX in Gaeta. Non li guardai. Ma essi mi conoscevano e il capitano temeva ch'essi, scendendo in Livorno, denunziassero la mia presenza agli Austriaci. Nol fecero e giunsi in Marsiglia. Non importa ai lettori sapere com'io, sprovveduto di passaporto, v'entrassi e come mi venisse fatto di recarmi, attraverso le terre del nemico, in Ginevra. Ma ho notato queste cose di me, perchè gli storici e i gazzettieri di parte moderata, menzogneri per calcolo, ciarlarono allora e riciarlerebbero, occorrendo, oggi, dei miei tre passaporti, degli appoggi inglesi ch'io m'era procacciati anzi tratto e della prudenza colla quale io provvedeva alla mia salvezza.