Pur, nè calunnia sistematica di moderati nè altro può cancellare l'unico fatto che importi; ed è la difesa. La pagina gloriosa, iniziatrice, profetica, che Roma scrisse in quei due mesi di guerra rimarrà documento ai rinsaviti dagli errori dell'oggi di ciò che possono un principio e un nucleo d'uomini fermi in incarnarlo logicamente, intrepidamente nei fatti. Roma era città di vastissima cinta, non munita, pressochè aperta sulla sinistra del Tevere, ad ogni assalto nemico. Difettavamo d'artiglierie; eravamo sprovveduti di mortai: non preparati a guerra: mancanti, per fatto del vecchio governo, del nervo d'ogni resistenza, danaro; mancanti a segno che la notte della nostra elezione, raccolti noi Triumviri ad esaminare qual fosse la condizione finanziaria e guerresca della repubblica, ponemmo a voti se non dovessimo rassegnare la mattina dopo l'ufficio. La popolazione era, per lunghi secoli di schiavitù corruttrice, ignara, intorpidita, incerta, sospettosa d'ogni cosa e d'ogni uomo; e noi eravamo nuovi, ignoti i più, senza prestigio di nascita, di ricchezza, di tradizioni. Individui ch'erano stati a governo e rappresentavano l'elemento moderato costituzionale diffondevano, duce Mamiani, presagi sinistri sugli effetti della forma adottata e non s'arretravano dal cospirare col nemico straniero. Gaeta era fucina di raggiri, di turbamenti e congiure: di ribellione aperta sull'Ascolano. Fummo assaliti subitamente, prima d'ogni sospetto! assaliti da chi era potente in Italia per antichi affetti, tenuto per invincibile in guerra e ajutato dal prestigio d'una bandiera repubblicana come la nostra: poi dal re di Napoli, dagli Austriaci e dalla Spagna. E nondimeno fugammo, colle nostre nuove milizie, le truppe del re di Napoli, combattemmo l'Austria, resistemmo per due mesi all'armi francesi. Nella giornata del 30 aprile i nostri giovani volontari videro in rotta i vecchi soldati d'Oudinot; in quelle del 3 e del 30 giugno pugnarono in modo da meritare l'ammirazione del nemico. Il popolo, rifatto grande da un principio, partecipava alla difesa, affrontava con calma romana le privazioni, scherzava sotto le bombe. Popolo, Assemblea, Triumvirato ed esercito furono una cosa sola, s'afforzarono a vicenda d'illimitata fiducia. Governammo senza prigioni, senza processi: io potei mandare a dire a Mamiani, quando fui avvertito de' suoi colloqui notturni con Lesseps, che seguisse pure, non temesse del governo, badasse soltanto a sottrarre la conoscenza del fatto al popolo: sprezzammo le piccole cospirazioni e vedemmo il cavaliere Campana, convinto dopo lungo studio dell'impotenza d'ogni tentativo di fronte all'accordo dell'immensa maggioranza con noi, venire egli stesso spontaneo a denunziare i suoi complici. Queste cose furono dovute all'istituzione repubblicana, ai forti istinti del popolo ridesti dall'esistenza d'un governo suo, alla formola Dio e il popolo che diede subitamente a ciascuno coscienza del proprio dovere e del proprio diritto, alla nostra fiducia nelle moltitudini, alla fiducia delle moltitudini in noi. La monarchia non aveva saputo, con 45,000 soldati e col Piemonte a riserva, trovare in Milano altra via di salute che il tradimento. E mentr'io scrivo, la monarchia, con mezzo milione d'armati tra soldati regolari, volontari e guardie nazionali mobilizzabili—con un vasto materiale di guerra—con mezzi finanziari considerevoli—con ventidue milioni d'Italiani invocanti Venezia—esita ad assalire, sul terreno italiano, le forze austriache.
Viva la repubblica! Il sentimento repubblicano poteva solo ispirare tanto valore agli Italiani. Sono parole contenute nella relazione scritta a nove ore di sera del combattimento del 3 giugno da Luciano Manara.
Non so quanto i Romani ricordino oggi il 1849. Ma se le madri romane hanno, come dovevano, insegnato ai figli la riverenza ai martiri repubblicani, in quell'anno, della loro città—se additarono loro sovente il luogo ove cadde ferito a morte il giovine poeta del popolo, Goffredo Mameli—il luogo ove Masina, già indebolito da un colpo e con diciannove seguaci, avventò il cavallo contro una posizione difesa da 300 francesi e moriva—il luogo ove perivano senza ritrarsi, combattendo venti contro cento, Daverio e Ramorino—Villa Corsini—Villa Valentini—il Vascello—Villa Panfili—le pietre dei dintorni di Roma santificate quasi ciascuna dal sangue d'un caduto col sorriso sul volto, col grido repubblicano sul labbro—Roma non sarà, sorgendo, profanata—o nol sarà lungamente—dalla monarchia (1864).
La condotta di parte nostra, determinata dall'iniziativa altrui e da fatti che si svolsero indipendenti dalla nostra fede, risulterà chiara a chi vorrà esaminarla spassionatamente: noi ci limitammo a trarre il migliore partito possibile dagli eventi, perchè il paese se ne giovasse a tener sospesa sul capo agli uomini, che a noi sottentravano, la spada di Damocle della Rivoluzione; perch'essi inoltrassero a forza sulla via, non foss'altro dell'Unità Nazionale. Ma, in quel periodo di tempo tentammo una iniziativa, della quale giova parlare perchè generò, a mio credere, conseguenze importanti.
La Lombardia era, per colpe monarchiche, nuovamente dominio dell'Austria; ma aveva, con fatti, provato d'essere capace d'emanciparsi per virtù di popolo. Venezia era caduta, ma dopo lunghe eroiche prove e come chi vince. Roma era dei Francesi e del Papa, ma l'esito morale della battaglia era nostro: redenta davanti all'Italia, la sacra Città era per la terza volta centro e perno delle aspirazioni della Nazione. S'anche le anime nostre fossero state capaci di sconforto, non ne avevamo cagione.
Ci raccogliemmo, dopo la caduta di Roma, in Losanna, Aurelio Saffi, Carlo Pisacane, Mattia Montecchi ed io. Altri profughi ci raggiunsero, collocandosi nei paesetti fra Losanna e Ginevra. Imprendemmo senza indugio—settembre 1849—la pubblicazione dell'Italia del Popolo, collezione di scritti mensile, il cui programma era, com'io diceva, nella parola escita il 9 febbrajo da Roma, madre comune e centro d'Unità a tutte le popolazioni d'Italia e nella missione che all'Italia assegnano la tradizione e la coscienza popolare. Gli scritti ch'io v'inserii sono, da pochi in fuori, contenuti nel Vol. VII delle Opere. Ma i lavori che v'inserirono Aurelio Saffi, Carlo Pisacane, Filippo De Boni e altri, meriterebbero d'essere raccolti in un volume e gioverebbero perchè combattono vecchi errori, rinnovati in oggi e fatali. Ne pubblicammo sedici fascicoli sino al febbrajo 1851. Ma nel maggio 1850 l'Assemblea di Francia era chiamata a discutere una legge restrittiva del suffragio, che violava apertamente l'articolo 3.º della Costituzione e spianava la via alle mire usurpatrici di Luigi Napoleone. Pensai giunta l'occasione d'un moto decisivo in Parigi e, avventurandomi, mi vi recai. E questa mia assenza nocque naturalmente all'Italia del Popolo, ch'io dirigeva; e comunque dall'Inghilterra ov'io, dopo il soggiorno d'un mese incirca in Parigi, mi condussi, cercassi continuarle vita, non vi fu modo. Il Buonamici, editore, datosi al tristo, fuggì abbandonando moglie e negozio, in Australia. Il piccolo nucleo si sciolse. Saffi, Montecchi, Agostini mi raggiunsero in Londra.
In Parigi ebbi a confermarmi nelle idee, nudrite ed espresse fino dal 1835, che la Francia era per molti anni perduta e che l'iniziativa del moto Europeo era da trovarsi altrove. Vidi Lamennais, Flotte, Giulio Favre e quanti mi parevano all'uopo, fino al principe Napoleone Bonaparte, antico cospiratore con me finchè gli Orléans reggevano. Non v'era speranza. Gli animi erano travolti da gare di parte, da stolte paure, da rancori personali, e smarrivano il segno. M'affannai inutilmente a dimostrare a quanti vennero a segreto convegno con me, che il vero unico pericoloso nemico della Repubblica era il Presidente, e che importava anzi tutto togliergli forza di compier disegni, evidenti fin d'allora per me. La borghesia, impaurita dei pazzi sistemi che assalivano la proprietà, tremava d'un socialismo inverificabile e minaccioso soltanto a parole. I repubblicani avventati, o come li dicevano rossi, non vedevano pericoli alla repubblica fuorchè dai bianchi, dai monarchici dell'Assemblea, capaci di sviare e profanare l'Istituzione, incapaci, per difetto d'unità di consigli e d'audacia, d'abolirla. Tutti sprezzavano, errore dei più fatali, il nemico e mi dicevano, quand'io vaticinava il colpo di Stato, che se mai tentasse, il Presidente sarebbe quetamente condotto a Charenton, ospizio degli impazziti. Lasciai Parigi col presentimento della catastrofe.
Ma l'Italia? Era essa condannata a seguire, quasi satellite, i fati di Francia? Non poteva un popolo di ventisei milioni, ridesto a coscienza di libera vita dalle giornate di Milano e dalle eroiche difese di Venezia e Roma, raccogliere l'iniziativa tradita altrove? Padrone del proprio suolo e del proprio avvenire nel 1848, quel popolo non era caduto se non perchè aveva ceduto la direzione delle proprie forze e del moto a mani d'inetti e di tristi, a principi e cortigiani. Bisognava insegnargli che non esistono capi per diritto di nascita o di ricchezza: che soli capi legittimi d'una rivoluzione sono gli uomini che hanno più combattuto per essa: che un popolo non deve mai rinunziare al proprio diritto d'iniziativa, nè confidar ciecamente, nè allontanarsi dall'arena, nè dire a sè stesso: altri farà in vece mia. E per questo, il miglior partito era quello di condurre il popolo primo sul campo, tanto ch'esso imparasse in un tratto il proprio debito e la propria forza, e gli altri imparassero a rispettarlo e temerlo.
Questi pensieri mi diressero nel nuovo stadio d'agitazione che da Londra iniziai.
In Roma, io aveva lasciato, prima d'allontanarmene, le norme necessarie all'impianto d'una Associazione Nazionale segreta, che si ordinava rapidamente. In Londra fondai un Comitato Europeo e un Comitato Nazionale Italiano.