L'impianto e gli Atti del Comitato Nazionale trovarono favorevole accoglimento in Italia. Gli animi si riconfortarono a speranza e lavoro. Adesioni e promesse vennero pressochè unanimi dagli uomini che, nei fatti di Venezia e di Roma, avevano conquistato nome e influenza. Comunque, per diverse cagioni, il risultato pratico dell'Imprestito dovesse, in ultima analisi, come dirò, riuscire meschino, le nostre cedole erano su quei primi tempi ricercatissime. L'ordinamento segreto si estendeva rapidamente. Nella Lombardia, in Toscana, in Roma, la stampa clandestina s'iniziava operosa, ardita, irreperibile. Un Comitato Siciliano si costituiva fin dalla prima metà del 1851 nell'Isola, e un altro Comitato d'esuli Siciliani in Parigi stava anello intermedio fra quello e noi. Tra il 1850 e il 1851 si fondavano in Piemonte e nella Liguria le prime Associazioni Operaie, paghe del modesto fine del mutuo soccorso, ma pronte a cogliere ogni opportunità di dichiarare la loro devozione alla Patria. In Genova, dove, giovandosi della semi-libertà concessa dallo Statuto, il popolo s'accalcava a pubbliche manifestazioni, anche l'elemento militare s'affratellava: un sergente di bersaglieri prorompeva, in un banchetto d'oltre a duecento individui, in quel grido che dovrebbe suonare per tutto l'esercito nazionale: anche la truppa è popolo, e Francesco Quetand, della Brigata Savoja, parlando per tutti i suoi commilitoni, osava proferire il mio nome e quello di Garibaldi, e conchiudeva: le nostre armi non si tingeranno mai del vostro sangue ch'è nostro sangue, perchè noi non abbiamo che una madre[49]. E in Roma, l'Associazione alla quale accennai s'era, in un anno, fatta potente di tanto, che dichiarava a mezzo il 1851 compito il lavoro preparatorio e scioglieva, entrando in un secondo periodo, il suo Comitato, per istituire una Direzione Centrale, incaricata di studiare i modi e le opportunità dell'azione. A quella Direzione, affidata a un uomo singolare per intelletto, per fede, per cuore e per illimitato spirito di sagrificio, era mia mente d'accentrare a poco a poco tutti gli elementi nostri in Italia.
E da tutto quel lavoro sorgeva spontanea una parola: Repubblica. La stampa clandestina milanese saettava continuamente i tentativi dei monarchici lombardi ricoverati in Piemonte. Il Comitato Siciliano scriveva in fronte ai suoi Atti la formula: Dio e il Popolo. Repubblicano si chiariva il Comitato dei Siciliani in Parigi. Repubblicana era la stampa segreta toscana. Di Roma non occorre ch'io dica. Ma in Genova, quando l'11 giugno 1850, in un pubblico convito, l'avv. Brofferio avventurava parole, che a torto o ragione furono interpretate come favorevoli alla federazione e alla monarchia, un grido unanime gli rispose: Viva Roma, capitale della Repubblica Italiana! Noi non avevamo provocato l'espressione di quella tendenza; ma dovevamo raccoglierla e movere un passo innanzi. Non potevamo pretendere di guidare con bandiera neutra un lavoro generale, che inalberava la bandiera repubblicana.
Come membro del Comitato Europeo, apposi, nell'agosto del 1851, il mio nome a un suo Atto, che s'indirizzava agli Italiani e additava loro come sola via di salute l'istituzione repubblicana. Per quel fatto, Giuseppe Sirtori c'intimò, con parole dissennatamente irritate, di protestare, come Comitato Nazionale, contro quell'Atto o d'accettare la di lui dimissione. Accettammo la dimissione, dichiarando «che il Manifesto del Comitato Europeo non racchiudeva contradizione alcuna col nostro e che il consiglio dato agli Italiani d'attenersi, pel moto futuro, al simbolo repubblicano, era conseguenza logica del principio di Sovranità Nazionale da noi sancito.»
Di mezzo a quel fervore d'apostolato, io guardavo sempre all'Italia e alla possibilità di ridestarla all'azione. E l'opportunità non tardò a rivelarsi.
S'era formata, spontanea, ignota a noi tutti, nel 1852, in Milano, una Fratellanza segreta di popolani, repubblicana di fede e con animo deliberato di preparare l'insurrezione e compirla. Non s'era rivolta per ajuti e consigli ad abbienti o letterati; non aveva cercato contatto con noi: aveva prima voluto esser forte. Uomini di popolo erano suoi capi: influente fra tutti, un tintore, Assi di nome, assiduo di cure nell'ordinamento e largo in quell'opera d'un po' di fortuna che gli era venuta dal lavoro: lo chiamavano il Ciceruacchio di Milano. La Fratellanza v'era divisa in nuclei contrassegnati dalle lettere dell'alfabeto: abbracciava ogni ramo di lavoro, e con quel senso pratico ch'è facoltà prominente degli operai, s'era giovato del facile accesso ai luoghi più vigilati, per raccogliere quante nozioni di fatto potevano, in un momento dato, agevolare una impresa. E nel silenzio, senza che l'esistenza ne fosse sospettata, non dirò dal nemico, ma dagli uomini appartenenti nell'altre classi al simbolo nazionale, aveva raggiunta la cifra di parecchie migliaja d'affratellati.
Allora soltanto l'Associazione, sentendosi forte e vogliosa di fare, cercò contatto con me. Offriva azione immediata, e chiedeva istruzioni, direzione, ajuti in armi e danaro.
Come sintomo, il fatto che mi si rivelava era di una importanza vitale, e additava innegabile l'incarnazione del lungo nostro apostolato nel popolo.
Come avviamento all'azione, era incerto: pendeva dalla somma di mezzi, richiesta a porre in moto quell'elemento e, più ch'altro, dalla risposta a una questione difficile: sarebbe l'energia del popolo nell'azione eguale alla costanza spiegata nel preparare? Scelsi un uomo militare non noto, prudente, avveduto, d'abitudini atte a cattivarsi la fiducia dei popolani e a studiarli; e lo mandai verificatore in Milano.
Una serie di relazioni che mi venne da lui, confermò tutte le affermazioni degli artigiani milanesi sulle forze e sulla disciplina della Fratellanza. Accolto siccome capo e in contatto continuo coll'Assi e con quanti stavano alla direzione dei nuclei, ei mi giurava che potevano e volevano. Quanto mi adoprai a raccogliere per altre vie raffermava le relazioni dell'inviato.
Non mi dilungherò a spiegare com'io accettassi l'ipotesi dell'azione: ne parlo in uno scritto da trovarsi poco oltre; e del resto, chi ha letto i miei volumi, sa ch'io credeva—e dacchè la nostra Rivoluzione Nazionale non è compita, credo—unica via all'educazione politica del paese l'Azione. L'Italia era per ogni dove solcata di lavori nostri; e dopo i fatti del 1848 io mi sentiva convinto che una sconfitta all'Austria in Milano avrebbe dato moto all'insurrezione lombarda dapprima, poco dopo a quella di tutta Italia. E nondimeno, la decisione del movere non fu mia. Inferociti pei supplizî di Mantova[50], gli influenti fra i congiurati, raccolti una notte in numero di sessanta a convegno, decretarono sul finire dell'anno che si moverebbero e m'inviarono dichiarazione solenne che, s'anche il Comitato Nazionale ricusasse assenso ed ajuto, farebbero, anzichè soggiacere a uno a uno alle persecuzioni dell'Austria, in ogni modo e da sè. Vivono tuttavia gli uomini che potrebbero, ov'io non dicessi il vero, smentirmi.