Accennerò soltanto rapidamente—chi mai potrebbe in questi giorni[51] diffondersi in particolari su cose passate?—come si preparasse e perchè fallisse l'impresa.
Mancavano all'Associazione le armi; mancava il denaro. Di denaro diedi quanto occorreva sul non molto raccolto dall'Imprestito Nazionale. Ma il contrabbando delle armi era difficilissimo e, scoperto, com'era probabile, avrebbe rivelato il disegno. Riescii ad introdurre in Milano un certo numero di projettili di nuova invenzione che non giovarono, dacchè le barricate, alla difesa delle quali erano destinati, non furono fatte; ma, quanto ai fucili, risposi che le insurrezioni erano avviamento alla guerra, non guerra; che l'armi dovevano e nelle città potevano sempre conquistarsi sul nemico; che a conquistarle bastavano animo deliberato davvero e coltella. Quei buoni popolani intesero, e dissotterrate, non so di dove, da circa cento pistole, arrugginite le più e inservibili, si diedero pel resto lietamente a raccogliere pugnali e temprare e immanicare grossi chiodi da barca, dove i pugnali mancavano.
Non v'è cosa alcuna che, nell'insorgere d'una città, non possa compiersi per sorpresa; soltanto è necessario, perchè le sorprese riescano, che siano tenute gelosamente segrete ai più, tra quelli stessi che devono compirle e siano eseguite a puntino e a scocco d'oriuolo. Fu architettato un numero di sorprese che dovevano dar Milano, senza grave lotta, in mano agli insorti. Le caserme, i corpi di guardia, il fortino, il Castello dovevano alla stessa ora, anzi allo stesso minuto, assalirsi a un tratto, invadersi, quando sprovveduti quasi di difensori, da squadre, apprestate a pochi passi, d'uomini armati d'arme corta e ignari essi medesimi, dai capi infuori, dell'operazione da compiersi, fino al momento in cui sarebbero stati raccolti al convegno. Da quella generale sorpresa dovevano escire a un tempo la disfatta della soldatesca e l'armarsi dei popolani. I luoghi occupati dal nemico erano stati minutamente studiati, nell'interno e negli approcci, dal capo militare preposto all'ordinamento e, sotto la di lui direzione, dai capi chiamati a guidare all'azione le squadre. S'era scelto per l'insurrezione il 6 febbrajo 1853, giorno detto del giovedì grasso, in cui i sollazzi carnevaleschi chiamano in piazza, senza ch'altri sospetti, tutto quanto il popolo di Milano. Alle due pomeridiane incirca, i soldati ricevevano la loro paga e si disperdevano per la città e nelle taverne a bere, giuocare e ballare. Contro i piccoli nuclei rimasti a guardia dei luoghi diversi, il subito assalto avrebbe avuto luogo alle cinque. Le truppe consegnate a quartiere o altri simili indizî avrebber rivelato il nemico essere avvertito e sulle difese; e il moto sarebbe stato quetamente, senza grave sconcerto, senza agitazione visibile, protratto a tempo più opportuno.
I tre punti che più importavano erano il Palazzo ove risiedeva il Comando Generale, il locale della così detta Grande Guardia, e il Castello.
Nel primo, custodito da soli venticinque uomini, si raccoglievano a pranzo, appunto alle cinque pomeridiane, Governatore, Generali, uffiziali componenti lo Stato Maggiore e altri; la sorpresa, comparativamente facile, di quel palazzo, bastava quindi a interromper ogni unità d'ordini e cacciar l'anarchia nella difesa. Cento e più risoluti popolani dovevano impadronirsene; ed erano stati affidati a un tale, ch'era noto sotto il nome di Fanfulla, era stato nel 1848 ufficiale nei lancieri di Garibaldi, ed era tenuto prode da tutta Milano. Il secondo, dov'erano centoventi uomini con tre ufficiali e due obici carichi a mitraglia, collocati davanti al portone, presentava più gravi difficoltà; ma il punto aveva per l'insurrezione importanza strategica, e s'era scelto a punto di concentramento per gl'insorti d'una larga sezione della città: il popolano—non ricordo il nome e men duole, ma trafficava carbone e teneva bottega—eletto a impadronirsene co' suoi, doveva, riuscendo, afforzarvisi, chiudendo ogni ingresso e lasciando aperta a metà quello soltanto dove erano gli obici destinati a proteggerlo. Il Castello era punto naturale di concentramento al nemico, minaccia temuta più del dovere dalla città e racchiudeva, oltre quei del presidio, 12,000 fucili: la sorpresa era dunque cosa vitale per noi e s'era accertata in modo da non ammettere, se ignaro il Governo, un'ombra di dubbio: diciotto uomini, scelti fra i più arrischiati e comandati dal Capo di tutto quanto l'ordinamento, dovevano avventarsi improvvisi col pugnale alla mano sui diciotto soldati messi a custodia della prima corte; e, a un segnale dato, due squadre di popolani, sommanti a trecento incirca, comandate una dall'Assi, l'altra da un falegname capo di bottega, il cui nome m'è ignoto, dovevano irrompere a corsa da tutti i luoghi dove, in vicinanza del Castello, i capi li avrebbero, poco prima della fazione, appostati. I pochi soldati rimasti, dispersi nei cameroni, inermi e côlti alla sprovveduta, non avrebbero di certo potuto resistere a quella piena. I fucili di deposito nei magazzeni erano nostri, in un batter d'occhio; i due armajuoli, che di tempo in tempo li ripulivano e riattavano, erano nostri, avevano le chiavi dei magazzini e dovevano in quel giorno, sotto un pretesto qualunque, tenerli aperti perchè l'operazione non incontrasse il menomo indugio; e attennero la promessa. Il Capo stesso, sprezzatore d'ogni rischio, s'introdusse, un'ora prima della prestabilita all'insorgere, nella piazza interna del Castello e li vide al lavoro. Riescito il colpo, un colpo di cannone e la bandiera tricolore inalzata dovevano essere segnale agli insorti d'accorrere ad armarsi.
Mentre si sarebbero compite quelle sorprese, duecento giovani dovevano correre a due a tre le strade della città e cogliere soldati e ufficiali che, avvertiti dal romore levato, avrebbero, uscendo dalle taverne, dai caffè, dalle abitazioni, tentato raggiungere isolati i varii punti di concentramento. Era un Vespro; e gli scribacchiatori moderati ci accusarono d'avere preparato armi non generose. Ma chi, da Dante a noi, non aveva registrato fra le glorie italiane il Vespro di Sicilia? Chi, fra gli ipocriti ai quali alludo, non avrebbe acclamato al tentativo dei popolani lombardi, se coronato dalla vittoria? A emancipare la patria dalla tirannide dello straniero ogni arme—se lunga o breve non monta—è santa; e se l'arbitrio sospettoso d'uomini, che a proteggere l'usurpazione di terre non loro si giovano dell'arme infame del patibolo non lascia ai cittadini altro ferro che quello delle loro croci, benedetto sia chi, a salvare la libertà dei corpi e dell'anime, svelle e aguzza ad offesa quel ferro!
A tutto s'era pensato, a tutto s'era, come meglio potevasi, provveduto. Ottanta terrazzani erano presti, forniti di picconi, pali di ferro e pale a inalzar barricate, ove si prolungasse, per incidenti non preveduti, la lotta. L'impresario dell'illuminazione a gas era nostro e s'era con lui d'intesa perchè l'illuminazione, occorrendo, non avesse luogo. S'erano tentati, e in parte con esito buono, gli Ungaresi che facevano parte del presidio: un ex-ufficiale inviato da Kossuth, allora in pieno accordo con me, avea secondato il lavoro e conquistato a noi un ufficiale di cavalleria; e molti bassi ufficiali, degli acquartierati in San Francesco, avevano dato solenne promessa d'unirsi ai nostri nell'azione, non sì tosto avessero ottenuto un primo successo. Klapka s'era recato, sui primi del febbrajo, da Ginevra a Lugano per entrare e assumere il comando de' suoi compatrioti il secondo giorno.
Costretti dall'assoluta necessità del segreto sulla natura del disegno che doveva tentarsi e certi di non poter evitare, in un vasto lavoro, inchieste e inquisizioni pericolose, ci eravamo, coll'altre città lombarde, limitati a far presentire, in un tempo non remoto, eventi supremi e a raccomandare si preparassero a profittarne. Soltanto coi giovani universitarî della vicina Pavia eravamo andati più oltre e si era stretto accordo perchè, a segnali di fiamma che si sarebbero inalzati dalla punta del Duomo, movessero rapidi alla volta di Milano; e, a intento siffatto, io aveva apprestato fucili sul Po, affidando la direzione d'ogni cosa riguardante quel punto all'Acerbi, prode e devoto esule mantovano. Per l'altre città tenevamo pronti corrieri a cavallo, che avrebbero recato l'annunzio del fatto e chiamato i più prossimi ad affrettarsi in ajuto a noi, tanto da avere, per la fine del 7, un forte nerbo d'armati, capace di resistere a ogni tentativo d'Austriaci, che volessero dalle vicinanze operare contro Milano. Noncurante del mortale pericolo, Aurelio Saffi, uomo d'indole nobilissima per intelletto e per cuore e rimasto, dal 1849 in poi, amico mio e non della ventura, s'era recato, fra gli Austriaci, in Bologna, per animare a preparativi quella valente città e le Romagne.
Perchè fallì il tentativo? Perchè da tanti apprestamenti non escì se non una breve sommossa?
Non mancò il popolo dei congiurati; mancarono al popolo i capi. Il segreto, cosa mirabile davvero se si pensi ai tanti che ne erano più o meno partecipi, era stato gelosamente serbato. Il Governo ignorava ogni cosa: avvertito da taluni di pericoli che sovrastavano, ma avvezzi a cercarli nelle classi agiate e a sprezzare il popolo come incapace d'iniziativa, aveva spiato attentamente le prime e, non vedendovi indizio d'ostili disegni, s'era rassicurato. Il 6 febbrajo, distribuite le paghe, i soldati s'erano, come al solito, dispersi per la città, lasciando presso che vuoti ed indifesi i luoghi contro i quali dovevano operarsi le sorprese. Ma il Fanfulla partì subitamente, nè s'arrestò se non a Stradella: l'Assi sparì; più altri capi lo imitarono: le squadre, non convocate e lasciate senza nuovi capi da chi non sapeva la diserzione dei primi, non si recarono ai luoghi di convegno: altre che si tenevano preste, non udendo d'assalto alcuno al Castello, assalto al quale—e fu nostro errore—s'erano subordinate parecchie sorprese, idearono tradimento o cangiamento di disegno e si sciolsero. Un solo fatto importante, l'occupazione della Grande Guardia, trovò capo e popolani esecutori fedeli, e riescì; se non che, immemori delle istruzioni che statuivano quel punto a punto di concentramento, gli occupatori, lieti di trovarsi armati e ansiosi d'azione, abbandonarono, dopo breve tempo, il luogo per correre le vie. Ed essi e i giovani armati di solo pugnale, scelti a operare indipendenti contro il nemico, bastarono a versare sugli austriaci un terrore, che non cessò se non sulla sera. Contro tutte le forze, spiegate allora dal Comando generale, quel pugno di popolani, abbandonati da tutti, tentò difendersi asseragliandosi, presso Porta Romana, nelle case e facendo fuoco dalle finestre; ma, e sopratutto, per difetto di munizioni, fu costretto, dopo un'ora di combattimento, a disperdersi. Perirono nel conflitto da cento cinquanta soldati nemici e due ufficiali superiori assaliti nel caffè della Scala[52].