Sento tutta quanta la responsabilità che trascina con sè l'ultimo proclama del Comitato Nazionale, scritto da me e firmato da uno solo de' miei colleghi—e non la rifiuto.

Scriverò con tutta quella sollecitudine che consentono le condizioni in ch'io verso, le cagioni per le quali io l'assumo, volenteroso ed altero. Scenderò, poichè amici tiepidi e irreconciliabili nemici lo esigono, a parlare di me.

Chiedo—non agli uomini che hanno per tutta dottrina il vae victis!—non ai gazzettieri che vendono per trecento franchi mensili la coscienza e la penna a un'aristocrazia prima morta che nata—non ai consci o inconsci colpevoli che diseredano l'Italia d'una potenza d'iniziativa, fatto oggimai evidente dai martirî eroici e dalle eroiche audacie degli ultimi quattro anni—ma agli Italiani che amano davvero la loro patria e sentono altamente de' suoi fati e fremono e combattono per compirli, pochi giorni d'indugio nei loro giudizî.

Ho l'anima amara, ma di dolore, non di rimorso. La fede che scaldava, ventiquattr'anni addietro, di un sorriso d'entusiasmo la mia giovinezza, splende or più che mai, stella eterna dell'anima, davanti a' miei occhi. Non la rinneghino i giovani. Non la rinnegherà un popolo che, fatto superiore ai mezzi intelletti d'una classe che dovrebbe guidare e dissolve, assale nell'inerzia comune, colla sola arme che l'Austria non può rapire al cittadino, cannoni e Castello in Milano.

22 febbrajo.Vostro

Giuseppe Mazzini.


AGLI ITALIANI

Marzo, 1853.

. . . . . Come da me si suole,
Liberi sensi in semplici parole.