Tasso.
Io mando queste pagine ai giovani ignoti d'Italia, ai quali è fede l'unità della patria comune, speranza il popolo in armi, virtù l'azione, norma di giudicio sugli uomini e sulle cose l'esame spassionato dei fatti non travisati e delle intenzioni non calunniate.
Pei gazzettieri che mercanteggiano accuse e opinioni a beneplacito di monarchie cadaveriche o aristocrazie brulicanti su quei cadaveri:—pei miseri, quali essi siano, che in faccia a un paese schiavo e fremente, non trovano ispirazioni fuorchè per dissolvere e accusano d'ambizione chi fa o tenta fare, rosi essi medesimi d'ambizioncelle impotenti, che non fanno nè faranno mai cosa alcuna:—per gli stolti, che, in una guerra nella quale, da un lato stanno palesemente, regolarmente ordinati, eserciti, tesori, uffici di polizia; dall'altro, tutto dall'invio d'una lettera fino alla compra di un'arme, è forzatamente segreto, non applicano ai fatti altra dottrina che quella del barbaro: guai ai vinti!:—pei tiepidi, ai quali il terrore di qualche sacrificio da compiersi suggerisce leghe ideali di principi, disegni coperti di monarchie due volte sconfitte, o guerra tra vecchi e nascenti imperi, da sostituirsi all'unico metodo che conquisti libertà alle nazioni, l'insurrezione:—per gli uomini, prodi di braccio, ma fiacchi di mente e d'anima, che nei fatti di Milano, Venezia e Roma, nel 1848 e nel 1849, non hanno saputo imparare che l'Italia non solamente deve, ma può emanciparsi, e la condannano a giacersi serva derisa finchè ad altri non piaccia esser libero—io non ho che disprezzo o compianto. Gli uni non vogliono intendere: gli altri non sanno. Nè io scenderei per essi a parole dilucidatrici o a difese.
Ma ai giovani—maggioranza nel Partito Nazionale e speranza dell'avvenire—che non rinegano per disavventure la santa tradizione di martirio e di lotta incessante segnata dai migliori fra i nostri: ai giovani, che non hanno imbastardita la mente italiana tra sofismi di sette straniere, nè immiserita la potenza dell'intuizione rivoluzionaria tra le strategiche delle guerre regolari governative, nè sfrondato il core d'ogni riverenza all'entusiasmo, alla costanza, alle grandi audacie e alle grandi idee, che sole rifanno i popoli, io debbo conto delle cagioni che promossero il recente tentativo popolare in Milano, delle principali che lo sconfissero.
Il Comitato Nazionale è disciolto; disciolto dopo un proclama d'insurrezione, ch'io scrissi, e che due soli de' miei colleghi firmarono. Di questo fatto io debbo pur conto al paese.
E parmi ch'io debba oggimai parlare al paese anche di me, delle idee che dettarono la mia condotta, delle norme che mi diressero. È la prima e sarà l'ultima volta. Ma le accuse e le calunnie vibrate al mio nome mirano a ferire tutto intero il partito d'azione; e non mi è concesso negligerle. Fors'anche il perpetuo silenzio da parte mia potrebbe generare dubbî e incertezze nell'animo di quei che mi richiesero, in questi ultimi anni, di consiglio e di direzione. E importa ch'essi mi sappiano deluso e tradito ne' miei calcoli e nella mia fiducia, non reo d'avventatezza sistematica, o di spregio delle altrui vite o d'orgoglio insensato, che vuol moto a ogni patto e senza speranza.
Giuseppe Mazzini.
I.
Roma era caduta; ma come chi deve infallibilmente risorgere. I Francesi occupavano le mura e le vie della città e cancellavano le insegne e la sacra formola della Repubblica; ma non potevano cancellare due grandi fatti, conseguenza dell'eroica difesa: il Papato moralmente spento e l'unità italiana moralmente fondata. Il Papa, rimesso in seggio da una gente materialista, affogava nel sangue dei martiri d'una nuova fede; e l'Italia aveva trovato il suo centro. Parvemi che la conquista fosse tale da non doversi commettere alle incertezze, all'anarchia del partito, e che fosse pensiero degno del luogo il cacciare nel terreno della sconfitta il germe della vittoria futura. E prima di ritrarmi, ultimo fra i noti, da Roma, lasciai fondata l'Associazione Nazionale. Il Comitato Nazionale doveva esserne il centro visibile.
Quale era il mio intento, quale era il nostro, dacchè allora eravamo tutti concordi? L'azione: l'azione fisica, diretta, insurrezionale. Riordinando l'Associazione, noi intendevamo ordinare il partito all'azione. Il Comitato Nazionale doveva condurlo fino al punto in cui l'azione fosse possibile; poi sparire tra le file del popolo combattente.