II.
Credo, nella sfera dei principî, ogni giudizio di morte—se applicato dalla società o dall'individuo non monta—delitto; se n'avessi potere, stimerei debito mio abolirne la facoltà. Non ch'io creda, come altri, la vita sacra e inviolabile: la santità della vita non comincia coi moti organici o coll'agitarsi d'una esistenza fisiologica che abbiamo comune cogli animali; bensì coi doveri compiti, coll'intelletto della missione della vita stessa; e finchè sarà santa la guerra per la libertà della Patria, o la protezione armata del debole contro il tiranno potente che lo calpesta, o la difesa a ogni patto del fratello su cui pende il ferro dell'assassino, l'inviolabilità assoluta della vita è menzogna. Ma noi tutti, società e individui, abbiamo, dalla missione della madre fino a quella del legislatore, un primo e sommo dovere: educare, sviluppare per quanto è in noi, tentarlo almeno, i germi di progresso che Dio ha messo nel core di ogni uomo. E non s'educa spegnendo. Inoltre, l'infallibilità non è retaggio di giudizî umani; e per uomini, non ciarlatori di moralità, ma morali, il solo pensiero che un innocente può essere quando che sia gettato al carnefice col marchio del colpevole in fronte, dovrebbe bastare a rovesciare per sempre la feroce instituzione del patibolo.
Credo dunque l'abolizione della pena di morte dovere assoluto di ogni popolo libero. E perchè io credo in questo dovere, quando in Roma la Commissione militare m'affacciò, per ottenerne conferma, una sentenza di morte contro un milite dichiarato reo di ladroneccio domestico, respinsi il foglio e salvai la vita a quel misero. A voi, ministri di monarchia, che attingete ai legislatori dei tempi dispotico-feudali, o a De Maistre, teoriche crudeli di espiazione o di vendetta sociale, firmare, fra un trionfo parlamentare e la cena, una condanna nel capo, pare atto normale governativo; a me, repubblicano, pareva ch'io non avrei mai più riposato sonni tranquilli, se avessi, mentre i mezzi di difesa sociale abbondavano, rapito per sempre ad una famiglia ogni speranza di gioja, a un mio simile la possibilità di ravvedersi quaggiù.
E quello ch'io credo della società, lo credo dell'individuo; tanto più quanto più mancano all'intelletto solitario d'un uomo gli elementi che la società possiede abbondanti per accertare i gradi di colpa di chi è segno al giudizio, e l'efficacia del colpo che vuol vibrarsi. I due primi, che nel 1848 annunziarono al popolo di Milano che il patto di dedizione era firmato, che Carlo Alberto, mentre giurava di voler sotterrar sè e i suoi figli sotto le rovine della città, apprestava celatamente la fuga, furono spenti da chi li giudicava agenti prezzolati dell'Austria, ed erano patrioti ed avevano parlato il vero. I traviati che nel 1849, instigati dall'ambizione delusa di un tristo, uccidevano in Ancona gli uomini noti per appartenere alla parte dispotica, credevano salvar la repubblica, e la minavano coll'anarchia, la deturpavano davanti all'Europa, e schiudevano la via alle infinite calunnie che oggi trovano, o signore, un'ultima eco sulle vostre labbra. I miseri che, oppressi, angariati, irritati in mille modi dai satelliti del papato e dallo straniero, e abbandonati, illusi, delusi perennemente dai vostri fautori, sfogano l'ira trucidando birri e spie, non alleviano d'un atomo i proprî mali, non giovano menomamente la causa della Nazione, alla quale solo un ardito sforzo collettivo può dar salute. E gli sconsigliati che dissanguavano, nel 1793, sistematicamente la Francia, ordinando, suprema riazione delle loro stesse paure, il terrore contro i sospetti, non impedivano, affrettavano la caduta della Repubblica; non salvavano il paese dalla tirannide gloriosa di Napoleone, nè dalle due monarchie Borboniche, nè dal volgare dispotismo dell'oggi; somministravano bensì pretesto, vivo tuttavia contro l'avvenire repubblicano, alle diffidenze borghesi e alle ripugnanze dei poveri ingannati coltivatori del suolo francese. Però, io abomino egualmente—e non lo tacqui mai scrivendo o parlando—il terrore eretto a sistema, ogni teoria di pugnale, e i giudizî di morte, e l'idea, fondamento anche oggi a tutte le vostre legislazioni, che a noi, società o individui non monta, spetti mai un ministero di vendetta, d'espiazione o castigo. Noi non abbiamo che un diritto di difesa, e il dovere di tentare la riforma, il miglioramento, l'educazione del colpevole. Ogni sistema penale che non mova da questo principio è reliquia di barbarie più o meno mascherata e fatale.
E queste credenze ch'io ho predicate sempre ad amici e nemici, e mantenute in Roma tra i fautori nostri dei partiti estremi e gli uomini che cospiravano, pur mandandomi dichiarazioni solenni che non cospiravano, coll'invasore straniero, ed oggi siedono nella vostra Camera;—queste credenze che movono in me da una fede religiosa ignota a voi ed ai vostri, sono non solamente mie, ma di quei che promossero con me la diffusione della Giovine Italia, e promovono oggi il Partito d'Azione. Veggo tra i vostri sostenitori e tra quei ch'or gridano, commossi in visita, contro l'inventata teoria del pugnale, uomini che s'avvolgevano faccendieri, prima del 1848, fra le mene della Carboneria. E l'uso del pugnale vendicatore era sancito dai giuramenti e da giudizî solenni nella Carboneria. Ma la Giovine Italia, che voi tentate infamare col nome di setta, e che prima osò piantare apertamente, con libri e giornali, la bandiera dell'unità repubblicana d'Italia in faccia a' suoi oppressori, bandiva il pugnale, e non condannava lo spergiuro fuorchè all'abominio dei suoi fratelli. L'Associazione non ebbe condanne mai, se non d'esclusione. Mutammo nome, non instituti nè fede. A voi non riuscirebbe trovare una sola delle nostre pubblicazioni, dal 1831 sino al mese in cui scrivo, contenenti dottrine dissimili da questa mia. Ond'è che, quando non vi giovi, con credulità d'idiota, accogliere siccome storia accuse come quella di Rodez[139] smentite da' tribunali, e le novelle delle quali s'ingemmano tratto tratto le gazzette cattoliche, voi, deplorando che per noi si torcesse nel 1849 la nostra dottrina alla santificazione del pugnale, avete detto, sciente, il falso: siete peggio che stolido, o calunniatore.
Stolto e calunniatore foste di certo ad un tempo, quando, a carpire un voto di concessione obbrobriosa, dichiaraste alla facile Camera che si minacciava per noi la vita di Vittorio Emanuele. Se la vita di Vittorio Emanuele fosse minacciata davvero, non la proteggerebbero le vostre leggi. Ad uomini della tempra di Pianori, di Milano, di Orsini, poco importa di giudizî o giudici: uccidono, o muojono. Ma la vita di Vittorio Emanuele è protetta, prima dallo Statuto, poi dalla nessuna utilità del reato. Anche mutilata e spesso tradita da voi, la libertà del Piemonte è tutela che basta ai giorni del re. Dove la verità può farsi via nella parola; dove, anche a patto di sacrificî, l'esercizio de' proprî doveri è possibile, il regicidio è delitto ed insania. Ci credete scellerati ed insani? A che mai gioverebbe, ed a chi, la morte di Vittorio Emanuele? Egli regna, ma non governa. L'indole indifferente, non tirannica, può procacciargli biasimo forse da chi ricorda quali solenni doveri ei potrebbe e non cura compiere; non odio mai. Io lo credo—malgrado i difetti della sua natura—migliore dei suoi Ministri. Per chi lo uccidesse, avremmo noi tutti il ribrezzo che s'ha per l'assassino.
Le nostre teoriche, bensì, le credenze che propugniamo, mal s'adattano alle condizioni anormali nelle quali si producono fatti simili a quei di Bruto, di Tell, di Pianori e d'Orsini. A che parlar di doveri, quando la Libertà, senza la quale l'idea del Dovere non ha più base, è cancellata dalla violenza, e tutte le vie a compierli sono chiuse? A che ripetere oziosamente: la vita è sacra, dove la definizione della Vita, ch'è moto, sviluppo, progresso, è falsata, soppressa? A che contendere all'individuo il diritto di rivendicare le condizioni prime di ogni vita, per sè e pe' suoi fratelli, quando tribunali non sono: quando ogni potenza collettiva è negata; quando è vietata ogni interpretazione sociale della legge? Ciò che rende illegale, immorale, colpevole nell'individuo il richiamarsi alle forze proprie per combattere ciò ch'ei crede ingiustizia, è l'esistenza d'un terzo elemento, d'un terzo potere, d'un arbitro tra l'ingiusto e lui: dove questo elemento intermedio non esiste; dove la coscienza di tutti non ha più voce, direte all'oppresso: dacchè non esiste tribunale a cui tu possa richiamarti, soggiaci; l'ingiusto ha vinto?—La coscienza dell'individuo che sente il proprio diritto, e trova in sè il coraggio per tentare di riconquistarlo ad ogni patto, vi risponderà sempre, d'epoca in epoca: dacchè la società è impotente a tutelarsi e tutelarmi contro l'oppressore, i suoi diritti, i diritti dell'umanità conculcata, vivono in me, e me li assumo.—O legge, o guerra; e vinca chi può. Dove ogni vincolo è spezzato tra la legge e gli uomini d'uno Stato, ogni forza è santa che s'adopera, per qualunque via, a riconnettere gli uni coll'altra. Dove è rotto l'equilibrio fra la potenza d'un solo e la potenza di tutti, ogni individuo ha diritto e missione di cancellare, potendo, la cagione del vizio mortale, e ristabilir l'equilibrio. Davanti alla sovranità collettiva il cittadino tratta riverente la propria causa; davanti al tiranno sorge il tirannicida.
È fatto, non teoria: legge di logica inesorabile, non sistema d'ingegni irrequieti e sovvertitori. E se questa logica delle cose non balenasse tratto tratto subita, onnipotente attraverso la tenebra che la tirannide stende fra l'uomo e Dio, la tirannide, come gli ultimi imperatori di Roma, farebbe sè stessa Dio. Il lampo del ferro tirannicida rompe quella tenebra e rivela alle attonite, incodardite migliaja, che il tiranno davanti a cui piegano non è Dio, ma un idolo di delitto e menzogna. L'uomo che vibra quel ferro è una incarnata, tremenda negazione della tirannide; ei dice, spegnendo e morendo all'umanità: «Quel violatore della vita universale pensava d'essere superiore alla legge; ei non era che fuor della legge. Ei s'illudeva a credere d'aver sotterrato giustizia e coscienza, perchè alcune migliaja di pretoriani e molte di vili gli si assiepavano intorno, difensori e schiavi: egli stimavasi forte perchè s'era ricinto di patiboli e spie; io ho provato a lui e all'umanità che la punta di un ferro di libero vale tutto quel corredo di forza, e basta a sperdere i satelliti e ridestare a vita gli schiavi».
E perchè questo è il senso segreto del tirannicidio, gli uomini, come salutano il nembo purificatore d'un'atmosfera corrotta, salutano e saluteranno il tirannicida—comunque accumuliate, voi, signore, ed i vostri, sofismi a infamarlo e leggi a punirlo—siccome il rivendicatore dell'eterno diritto; e ripeteranno pur sempre commossi la vecchia canzone d'Armodio; e cercheranno tra gli antichi marmi, a spiarle riverenti, le sembianze di Bruto; e scriveranno, quasi mallevadori della giustizia del fatto, i loro nomi sui muri della cappella di Guglielmo Tell; e tramanderanno, rispettando, ai posteri i nomi di Milano e d'Orsini: tra le lettere che formano quei nomi s'affaccia per essi la tentata vendetta di Napoli e Roma.