Piegate il capo davanti «all'invisibile daga» della pubblica opinione, colla quale la Francia ridesta e l'Europa condannano a rovina il vostro usurpato potere, e morite, come Orsini moriva, con calma e rassegnazione.

Londra, aprile 1858.

Giuseppe Mazzini.


AL CONTE DI CAVOUR

I.

Signore,

Io vi sapeva, da lungo, tenero della monarchia piemontese, più assai che della Patria comune; adoratore materialista del fatto, più assai che d'ogni santo eterno principio; uomo d'ingegno astuto più che potente, fautore di partiti obliqui, e avverso, per indole di patriziato e tendenze ingenite, alla libertà; non vi credeva calunniatore. Or voi vi siete chiarito tale. Avete, nel vostro discorso del 16 aprile, calunniato deliberatamente e per tristo fine, un intero Partito, devoto, per confessione vostra, all'indipendenza e all'unità nazionale. A questo partito, che conta fra' suoi da Jacopo Ruffini a Carlo Pisacane, centinaja di martiri, davanti alla memoria dei quali voi dovreste prostrarvi:—a questo Partito che salvò, senza un solo atto d'oppressione o terrore, l'onore d'Italia in Roma e Venezia, quando la vostra monarchia sotterrava nel fango in Novara la bandiera tradita poco prima a Milano; a questo Partito—alla cui straordinaria vitalità, confessata oggi da voi in onta ai vostri che lo dichiarano ad ogni ora morto e sepolto, il Piemonte deve le libertà di che gode, e voi dovete le occasioni di farvi patrocinatore ozioso, ingannevole d'Italia nelle conferenze governative—voi avete avventato, in occasione solenne, e da luogo ove ogni sillaba di ministro rivendica pubblicità europea, una di quelle accuse che la credulità umana raccoglie e magnifica, ad argomento di sospetto perenne e di persecuzione. Avete, su gente contro la quale vi fanno potente prigioni, proscrizioni, birri, e soldati, e alla quale i sequestri dei vostri agenti rapiscono ogni libertà di difesa, cercato di stampare un marchio d'infamia. Avete, da osceni libelli di poliziotti stranieri, dissotterrata a nostro danno l'accusa della teoria del pugnale, ignota all'Italia. Avete, sapendo che la menzogna poteva fruttarvi un aumento di voti, dichiarato alla Camera che la legge liberticida proposta aveva per intento di proteggere i giorni di Vittorio Emanuele, minacciati da noi. E questa accusa voi, due volte mentendo, l'avete gittata contro noi per mero artificio politico, ad allontanare possibilmente da voi la taccia di sommesso conceditore all'impero di Francia. Perciò, s'io prima non vi amava, ora vi sprezzo. Eravate fin ora solamente nemico: or siete bassamente, indecorosamente nemico.

Non per voi dunque, che accusate per tattica, ma pei molti creduli che raccolgono senza esame le accuse, io mi giovo del vostro nome per indirizzare ed altri, e sarà l'ultima volta, una franca dichiarazione che ponga fine fra gli onesti—i tristi che vi fanno coda calunnieranno per sempre—ai sospetti oltraggiosi e agli stolti terrori. Se a voi, nemico accusatore, fosse sembrato, come a me sembra, obbligo elementare di moralità e parte d'avversario generoso appurare, attraverso i miei scritti e le azioni mie, la mia fede l'avreste prima d'ora raccolta dalla mia condotta in Roma e dalle lettere ch'io indirizzai due anni addietro a Manin[138]. Ma quanti serbano, avversi o no, desiderio o pudore d'imparzialità a mio riguardo, devono, non foss'altro, essersi a quest'ora avveduti che nè la natura, nè la fede, nè l'alterezza dell'animo mi consentono di mascherar le opinioni. Ho taciuto talora: non mai mentito: perchè mentirei e per chi? Per quel tanto di vita individuale che m'avanza dalle sciagure e dagli anni, non temo nè spero, se non da chi mi ama. E il trionfo della bandiera che io seguo m'appare, in un tempo incerto, non lungo, infallibile; nè sento quindi la tentazione d'agevolarlo coll'arti gesuitiche della menzogna.