Giugno, 1858.

Giuseppe Mazzini.


A VITTORIO EMANUELE

Sire,

Potete, di mezzo al frastuono di lodi codarde e di adulazioni servili, che i cupidi faccendieri, gli ambiziosi d'un giorno e i nati ad essere cortigiani d'ogni potere v'inalzano intorno, discernere e intendere la parola d'un uomo libero che nè teme nè spera da Voi, nè ambisce fuorchè di vivere e di morire in pace colla propria coscienza? Siete tale da porger l'orecchio, fra le premature adesioni d'intere provincie e le note insidiosamente carezzevoli di tutta una Diplomazia, alla voce solitaria d'un individuo, che non ha merito se non quello d'amare d'immenso e disinteressato amore l'Italia, e dirvi: —da quella voce può forse venirmi il Vero?—Allora, uditemi: però che io, parlandovi, non posso dirvi che il vero, o ciò che l'intelletto ed il core mi fanno credere vero. Repubblicano di fede, ogni errore di re dovrebbe, s'io non guardassi che al mio Partito, sorridermi, come elemento di condanna alla monarchia. Ma perchè io amo, più del Partito, la Patria, e Voi potreste, volendo, efficacemente ajutarla a sorgere e vincere, io vi scrivo. Vi scrivo da terra italiana, dove la persecuzione d'un Governuccio, che ciarla di libertà e manomette ducalmente gli esuli che gl'insegnarono quella parola, e il traviamento d'un Popolo illuso e il freddo abbandono d'uomini, or potenti e che mi furono amici, dovrebbero farmi credere morto ogni senso di libera coscienza e di libero avvenire in Italia. Ma per entro le viscere di questa terra popolata un tempo di Grandi d'anima, e dove il guardo erra dal Sasso di Dante ai ricordi delle patrie difese erette da Michelangiolo, scorre un fremito di vita potente, che tre secoli di tirannide sacerdotale e straniera non hanno potuto spegnere, e che aspetta l'ora di rivelarsi: vita concentrata, energica, collettiva di Popolo che fu libero e repubblicano quando l'Europa giaceva nelle tenebre del feudalismo; che irruppe tratto tratto in getti vulcanici da Procida a Masaniello, dal moto genovese del 1746 alle Cinque Giornate lombarde; e che sommergerà un giorno, nella pienezza della sua onda, le povere, intisichite vite pigmee ch'oggi s'attentano di scimmiarla. In nome di questa Vita—vita d'un Popolo che non è, ma sarà, vita, non d'una o d'altra zona italiana, ma d'Italia, che ha centro in Roma e informa tutte le membra del Paese, da Trento a Capo Passaro—io oggi vi parlo. Voi non la conoscete, Sire, questa vita: se la conosceste, non avreste mendicato all'impresa ajuti stranieri. I cortigiani, che vi ricingono il trono, ve la celano ad arte: sanno che non potrebbero governarla. Gli ingegni mediocri, che vi furono o sono ministri, e che studiano il segreto della terza Vita della Nazione nelle pagine scritte da Machiavelli sul cadavere di lei, non possono rivelarvela. La Diplomazia, che ha posto assedio intorno all'anima vostra, la nega, perchè ne trema. Io la conosco, perchè, nato di popolo, la esplorai nell'amore, nel dolore, nel sacrificio di ogni cosa più cara, e coll'anima pura d'ogni desiderio che riguardi me stesso.

Sire, Voi siete forte; forte, sol che Voi vogliate, di quella Vita; forte di tutta la potenza invincibile ch'è in un Popolo di ventisei milioni, concorde in un solo volere; forte più di qualunque altro principe che or vive in Europa, dacchè nessuno ha in oggi tanto affetto dalla propria Nazione, quanto Voi potreste suscitarne con una sola parola: Unità:—Voi non avete osato proferirla quella parola: però non sapete ciò che può essere, ciò che può darvi l'Italia. La forza latente che quella parola, risolutamente pronunziata, chiamerebbe in azione, v'è ignota.

L'Italia cerca Unità. Essa vuole costituirsi Nazione Una e Libera. Dio decretava questa Unità quando ci chiudeva tra l'Alpi eterne e l'eterno Mare. La storia scriveva Unità sulle mura di Roma; e il concetto unitario ne usciva così potente, che, varcando i limiti della Patria, unificava due volte l'Europa. Il lento lavoro dei secoli ha logorato di tanto le differenze che invasioni, colonie e conquiste aveano posto tra le famiglie seminate sulla nostra terra, che più d'ogni altro forse il nostro Popolo rappresenta quasi universalmente, comechè servo e smembrato, nelle usanze e nella convivenza sociale, il sentimento della eguaglianza. L'Unità d'Italia fu l'ideale dei nostri Grandi, da Dante a Machiavelli, da Machiavelli ad Alfieri. Nel nome della Unità muoiono da mezzo secolo, col sorriso sul volto, sui patiboli o coll'armi in pugno, da Messina a Venezia, da Mantova a Sapri, i nostri migliori. Nel nome dell'Unità noi iniziammo e mantenemmo, privi di mezzi e influenza, e perseguitati, e cento volte sconfitti, tale una crescente agitazione in Italia, da far della Questione Italiana una Questione Europea, e somministrare a Voi, Sire, ed ai vostri il terreno ch'oggi vi frutta lodi e potenza. L'Unità è voto e palpito di tutta Italia. Una Patria, una Bandiera Nazionale, un solo Patto, un Seggio fra le Nazioni d'Europa, Roma a Metropoli: è questo il simbolo d'ogni Italiano.

Voi parlaste d'Indipendenza. L'Italia si scosse e vi diede 50 000 volontarî. Ma era la metà del problema. Parlatele di Libertà e di Unità: essa ve ne darà 500 000.