Che cos'è l'indipendenza per Napoli, per la Sicilia, per la metà delle provincie Romane? Oltre a dodici milioni d'Italiani gemono sotto una tirannide domestica, eguale a quella esercitata sul Veneto dallo straniero. Il birro e il prete contendono ad essi ogni sviluppo di vita. Le galere, il bastone, il carnefice, sono sostegno ai Governi. Che importa ai miseri Perugini, che importa ai tormentati di Napoli e di Sicilia che la potenza dell'Austria non s'estenda oltre il Mincio? E Venezia? E Roma? Dov'è, senza Roma, l'Italia? Là stanno, come belva accasciata su cadavere di generoso, diecimila Francesi, stranieri anch'essi; e la tirannide papale non vive che di quell'ajuto. Voi v'alleaste con essi. La vostra Indipendenza non protegge il Santuario d'Italia. Ah, Sire! Non rimproverate l'Italia per non avervi dato di più: ammiratela per aver gettato a' vostri piedi, senz'ombra di patto, 50 000 vite di giovani, dietro un programma sì monco, sì meschino e ingannevole, come quello che Voi le affacciaste.

E badate. Malgrado le angustie e le contradizioni di quel programma, tanta era la fiducia in Voi, Sire, tanto l'impeto del lungo dolore e della lunga speranza, tanto il convincimento che il Piemonte non avrebbe voluto, una volta sguainata la spada, rimanersi a mezzo la via, che l'Italia era presta a ben altro. Se non che i vostri non vollero; tremavan del Popolo; paventavano in esso la coscienza, crescente coll'azione, de'suoi diritti; in voi temevano che imparaste a conoscerlo. Sapete Voi, Sire, con quanto artificio, con quanta insistenza di predicazione codarda, s'ammorzò, per cinque mesi, ogni passione generosa, ogni fiamma d'entusiasmo, ogni nobile impulso di sacrificio in questo Popolo che si volea chiamare a rivivere? Come s'insegnò, da quei che parlavano in nome vostro, unica virtù la disciplina, l'inerzia, quasi le Nazioni s'educhino a forti fatti cogl'instituti gesuitici? Come fummo sistematicamente calunniati presso le moltitudini, noi che insegnavamo ad esse—in nome dell'Unità (Unità inevitabilmente regia, se il re la facesse)—la virtù della lotta, del sacrificio e del saper morire, pegno certo di vita? Come si profanò di scherno, quando non di sospetti feroci, dalle gazzette patrocinanti la vostra causa, l'ardita impresa degli uomini del febbrajo 1853, la protesta di Bentivegna, la sepoltura deserta di Pisacane? Sapete come fu dai vostri ricusata l'iniziativa che il popolo di Milano offriva di assumersi poco prima della guerra, quando gli Austriaci erano tuttavia pochi e potevano cogliersi alla sprovveduta? Sapete come alla Sicilia, ordinata a insorgere e irrequieta per gl'indugî durante la guerra, fu detto: no; attendete il cenno; e il cenno, per arcane ragioni, non andò mai? L'insurrezione del Sud, fervente la battaglia al Nord, fondava d'un getto l'unità del moto; fondava, in vostro nome, l'Unità dell'Italia: e nessuno, tra i maneggiatori che vi s'agitavano intorno, voleva o s'attentava di voler l'Unità. Intanto questo povero Popolo s'addottrinava a non credere in sè, a perdere ogni virtù iniziatrice, ad aspettar salute, non dal proprio furore, ma solamente dai battaglioni ordinati, dalle artiglierie e dai Generali in capo. E ne vedemmo gli effetti. Ma se, dall'inerzia di molti e dalle titubanze di tutti, Voi desumeste, Sire, che questo Popolo non ha in serbo altra vita da quella infuori che rivelava negli ultimi mesi, mostrereste di non conoscerne la natura nè la storia, e d'aver dimenticato i fatti d'undici e di dieci anni addietro. Le manifestazioni della vita d'un popolo stanno in ragione dell'intento che gli si propone, e dell'audacia dei capi che lo dirigono.

Sire, non bisogna dimenticarlo: Voi non v'affratellaste col Popolo d'Italia, nè lo chiamaste ad affratellarsi con Voi. Sedotto dalla trista politica d'un ministro, che antepose l'arti di Lodovico il Moro alla parte di rigeneratore, Voi rifiutaste il braccio del nostro Popolo, e chiamaste, senza bisogno, in un'ora infausta, alleate ad una impresa liberatrice l'armi d'un tiranno straniero; senza bisogno, dico, perchè se voi dicevate ai Lombardo-Veneti d'insorgere subitamente, quando l'Austria era, in Italia, debole e improvvida, e vi tenevate apparecchiato a seguire, i Lombardo-Veneti riconquistavano senz'altro la terra loro fra l'Alpi e il mare, e a Voi non rimaneva, per vincer la guerra, che correre, sprezzando gli avanzi nemici appiattati nelle fortezze, sui gioghi del Tirolo e dell'Alto Veneto. In quell'ora, della quale Voi dovete ancora ammenda all'Italia, Voi perdeste i nove decimi delle forze che il Paese era presto a darvi: perdeste gli uomini—e son più molti che i faccendieri non curan di dirvi—i quali, come noi, non adorano ciecamente l'idolo della forza, e non sagrificano a una menzogna la loro coscienza; perdeste tutti coloro che, davanti all'immenso apparato di guerra regolare, dissero a sè stessi: non hanno bisogno di noi; perdeste il Popolo, che sentì la diffidenza e pensò: il re non ci vuole; perdeste la consacrazione del santo entusiasmo, dell'ire sante, delle sante audacie che creano la vittoria; perdeste l'ajuto onnipotente della Rivoluzione, senza la quale non si fonda, in Italia, Unità. Però che, Sire, stringendo la malaugurata alleanza, Voi rapivate alla Causa d'Italia, l'aureola di virtù che la faceva cara agli uomini e a Dio, per affratellarla col vizio e coll'egoismo; la facevate scendere dall'altezza di un principio al fango d'un interesse e delle oblique ambizioni altrui; mettevate un'opera di libertà sotto la tutela del dispotismo; toglievate ogni sanzione di moralità all'impresa; stendevate la mano liberatrice alla contaminazione del tocco d'un uomo la cui mano gronda del miglior sangue di Roma e Parigi; e quanto a Voi, Sire, invece d'un alleato, vi davate un padrone.

No, Sire; non rimproverate di freddezza l'Italia; non diffidate di questa terra che, schiava e smembrata, ha saputo, colla costanza dei tentativi e colla pertinacia de' suoi Martiri, farsi centro di tutte le questioni d'Europa—che, ridesta per brev'ora, fu capace di sperperare in Lombardia, in cinque giorni, un esercito di 75 000 uomini; capace di resistere per due mesi, in Roma, con 14 000 uomini raccolti sotto una bandiera di Popolo, a 30 000 e più Francesi; capace di resistere, con armi di militi improvvisati, per diciotto mesi in Venezia, ad Austriaci, fame e colèra; capace di combattere come combattè, colle braccia dei popolani, a Brescia, a Bologna, a Palermo, a Messina. Voi non l'avete voluta mai.

Sire, volete averla? Averla splendida davvero di entusiasmo, di fede e d'azione? Averla con forze tali da far sì che ogni Diplomazia s'arresti impaurita, ogni disegno d'avversi si sperda davanti a essa?

Osate.

La prudenza è la virtù dei tempi e delle condizioni normali. L'audacia è il Genio dei forti, in circostanze difficili. I popoli la seguono perchè vi scorgono indizio di chi non li tradirà nel pericolo. La fede genera la fede. Maturi i tempi per una impresa, nella potenza della iniziativa sta il segreto della vittoria. S'anche oggi seguiamo noi tutti, ammaliati o tementi, le fortune di Francia e le sue volontà, è perchè, mezzo secolo addietro, un potente—Danton—ne compendiò l'iniziativa nella parola audacia; e una Assemblea si fece, davanti all'Europa in armi, incarnazione di quella parola. Da quel giorno ha data l'inviolabile Unità della Francia.

Sire! L'Italia vi sa prode in campo, e presto, per l'onore, a far getto della vostra vita. Sire, il giorno in cui sarete presto, per l'Unità Nazionale, a far getto della vostra corona, Voi cingerete la Corona d'Italia.

L'Italia vi sa prode in campo. Ma, comunque virtù sì fatta sia rara in un re, l'ultimo tra i vostri volontarî può farne mostra; e la vita è per lui sacra d'affetti di madre, di sorella, d'amica, che son la corona dell'anima sua. L'Italia ha bisogno or di sapervi prode nel consiglio; potente di quella volontà che fa via di ogni ostacolo: forte di quel coraggio morale che, intraveduto un dovere, un'alta impresa da compiere, ne fa sua stella, e la segue intrepido, irremovibile sulla via, senza arretrarsi davanti a lusinga o minaccia. Voi potete, io lo credo, mostrarvi tale, e per questo vi scrivo: pur, finora, Sire, non vi siete mostrato tale.

Sire, Voi accettaste la pace di Villafranca e rifiutaste—però che l'accettazione sottomessa all'arbitrio di Governi stranieri è rifiuto—il voto d'alcuni milioni d'Italiani, che, credendo darsi all'Unità, si davano a Voi.