Pur nondimeno, era tanta la sete di guerra all'Austria, che il malaugurato programma, predicato in tutte guise lecito e illecite, fu accolto senza esame dai più. Tutti speravano nella iniziativa regia. Tutti spronavano Carlo Alberto e gli gridavano: fate a ogni patto.

Carlo Alberto non avrebbe mai fatto, se l'insurrezione del popolo milanese non veniva a porlo nel bivio di perdere la corona, di vedersi una repubblica allato, o combattere.

Il libro di Carlo Cattaneo[50], uomo che onora la parte nostra, mi libera dall'obbligo d'additare le immediate ragioni della gloriosissima insurrezione lombarda, estranea in tutto alle mene e alle fallite promesse dei moderati che s'agitavano fra Torino e Milano. È libro che per estrema importanza di fatti e considerazioni vuole esser letto da tutti, che nessuno ha confutato e che nessuno confuterà. Ma in quel libro, l'opinione or ora espressa è accennata, per mancanza di documenti, soltanto di volo. «Pare certo che in un manifesto a tutte le corti d'Europa il re attestasse che, invadendo il Lombardo-Veneto, egli intendeva solo d'impedire che vi sorgesse una repubblica» (p. 96). Ed ora i documenti governativi[51] esibiti dal ministero al parlamento inglese intorno agli affari d'Italia pongono il fatto oltre ogni dubbio e rivelano come, ad onta di tutta la garrulità moderata, il governo piemontese mirasse, prima dell'impresa e poi, alla questione politica ben più che alla italiana. La guerra contro l'Austria era in sostanza e sempre sarà, se diretta da capi monarchici, guerra contro l'italiana democrazia.

L'insurrezione di Milano e Venezia sorse, invocata da tutti i buoni d'Italia, dal fremito d'un popolo irritato d'una servitù imposta per trentaquattro anni al Lombardo-Veneto da un governo straniero aborrito e sprezzato. Fu, quanto al tempo, determinata dalle provocazioni feroci degli Austriaci che desideravano spegnere una sommossa nel sangue e non credevano in una rivoluzione. Fu agevolata dall'apostolato e dall'influenza, meritamente conquistata fra il popolo, d'un nucleo di giovani appartenenti quasi tutti alla classe media e tutti repubblicani, da uno infuori, che allora nondimeno si dicea tale. Fu decisa—e questo è vanto solenne, non abbastanza avvertito, della gioventù lombarda—quando era già pubblicata in Milano la abolizione della censura con altre concessioni: il Lombardo-Veneto voleva, non miglioramenti, ma indipendenza. Cominciò non preveduta, non voluta dagli uomini del municipio o altri che maneggiavano con Carlo Alberto: la gioventù si battea da tre giorni; quando essi disperavano della vittoria, deploravano si fossero abbandonate le vie legali, parlavano a stampa dell'improvvisa assenza dell'autorità politica, proponevano armistizî di quindici giorni. Seguì, sostenuta dal valore d'uomini, popolani i più, che combattevano al grido di Viva la repubblica![52] e diretta da quattro uomini raccolti a consiglio di guerra e di parte repubblicana. Trionfò sola, costando al nemico quattro mila morti fra i quali 395 cannonieri. Son fatti questi incontrovertibili e conquistati oggimai alla storia.

La battaglia del popolo cominciò il 18 marzo.

Il governo piemontese era inquietissimo per le nuove venute di Francia e per l'inusitato fermento che si manifestava crescente ogni giorno nel popolo dello Stato. Del terrore nato per le cose francesi parlano due dispacci, il primo spedito il 2 marzo a lord Palmerston da Abercromby in Torino (p. 122), il secondo firmato de Saint-Marsan, parimenti il 2 marzo, e comunicato a lord Palmerston dal conte Revel l'11 (p. 142). Il fermento interno imponeva al re, il 4 marzo, la pubblicazione delle basi dello Statuto e si sfogava in Genova, il 7, con una sommossa, nella quale il popolo minacciava voler seguire l'esempio di Francia.

La nuova dell'insurrezione lombarda si diffuse il 19 in Torino. L'entusiasmo fu indescrivibile. Il consiglio dei ministri raccolto ordinò si formasse un corpo d'osservazione sulla frontiera, centri Novara, Mortara, Voghera. Le voci corse erano di moto apertamente repubblicano, e un dispaccio del 20 spedito da Abercromby a lord Palmerston da Torino (p. 174-75), accenna a siffatte voci siccome ad una delle cagioni che determinavano le decisioni ministeriali. Intanto, si spediva ordine che si vietasse il passo ai volontarî che da Genova e dal Piemonte s'affrettavano a Milano; e fu vietato. Ottanta armati lombardi furono disarmati sul lago Maggiore[53].

Il 20, le nuove in Torino correvano incerte e lievemente sfavorevoli all'insurrezione. Le porte, dicevasi, erano tenute tuttavia dagli Austriaci, e il popolo andava perdendo terreno per difetto d'armi e di munizioni. Durava il fermento in Torino. Un assembramento di popolo chiedeva armi al ministero dell'interno ed era respinto. Il conte Arese, giunto da Milano a chieder soccorsi all'insurrezione, non riesciva a vedere il re; era freddamente accolto dai ministri, e ripartiva lo stesso giorno, scorato, deluso. Vedi un dispaccio di Torino spedito il 21 dall'Abercromby a Palmerston (p. 182-83).

Il 21, le nuove correvano migliori. E dal conte Enrico Martini, viaggiator faccendiere dei moderati, fu affacciata agli uomini del municipio milanese e del consiglio di guerra la prima proposta d'ajuto regio a patti di dedizione assoluta e della formazione d'un governo provvisorio che ne stendesse profferta: vergogna eterna di cortigiani che nati d'Italia trafficavano per una corona sul sangue dei generosi ai quali era bello il morir per la patria, mentre il Martini diceva al Cattaneo: Sa ella che non accade tutti i giorni di poter prestare servigi di questa fatta ad un re?[54] Ad un re? L'ultimo degli operaî, che lietamente combattevano tra le barricate per la bandiera d'Italia e senza chiedersi a quali uomini gioverebbe poi la vittoria, valea più assai innanzi a Dio e varrà innanzi all'Italia avvenire che non dieci re.

Il 22, la vittoria coronava l'eroica lotta. Espugnata porta Tosa da Luciano Manara, caduto più tardi martire della causa repubblicana in Roma, occupata dagli insorti porta Ticinese, liberata dagli accorrenti della campagna porta Comasina, separate e minacciate di distruzione immediata le soldatesche nemiche, Radetzky, la sera, non si ritraeva, fuggiva.