E allora—la sera del 23—certa la vittoria e quando l'isolamento avrebbe inevitabilmente rapito Milano alla monarchia sarda per darla all'Italia—mentre i volontarî di Genova o di Piemonte irrompevano sulle terre lombarde e le popolazioni sdegnate dell'inerzia regia minacciavano peggio all'interno—il re, che aveva, il 22, accertato, per mezzo del suo ministro, il conte di Buol, ambasciatore d'Austria in Torino, ch'ei desiderava secondarlo in tutto ciò che potesse confermare le relazioni di amicizia e di buon vicinato esistenti fra i due Stati[55], firmò il manifesto di guerra.
Le prime truppe piemontesi entrarono in Milano il 26 marzo.
Il 23 marzo, alle undici della sera, il signor Abercromby in Torino riceveva un dispaccio segnato L. N. Pareto; e vi si leggeva: «........ Il signor Abercromby è informato come il sottosegnato dei gravi eventi or ora occorsi in Lombardia: Milano in piena rivoluzione e bentosto in potere degli abitanti che, col loro coraggio e la loro fermezza, hanno saputo resistere alle truppe disciplinate di S. M. Imperiale, l'insurrezione nelle campagne e città vicine, finalmente tutto il paese che costeggia le frontiere di S. M. Sarda in incendio.—Questa situazione, come il signor Abercromby può bene intendere, riagisce sulla condizione degli spiriti nelle provincie appartenenti a S. M. il re di Sardegna. La simpatia eccitata dalla difesa di Milano, lo spirito di nazionalità, che, malgrado le artificiali limitazioni di diversi Stati, si manifesta potentissima, ogni cosa concorre a mantenere nelle provincie e nella capitale una tale agitazione da far temere che da un istante all'altro possa escirne una rivoluzione che porrebbe il trono in grave pericolo, però che non può dissimularsi che dopo gli eventi di Francia, il pericolo della proclamazione d'una repubblica in Lombardia non possa essere vicino: diffatti, sembra da ragguagli positivi, che un certo numero di Svizzeri ha molto contribuito col suo intervento alla riescita del sollevamento di Milano.—Se s'aggiungano a questo i moti di Parma e di Modena, come pure quei del ducato di Piacenza sul quale non può ricusarsi a S. M. il re di Sardegna il diritto di vegliare come sopra un territorio che deve un giorno, per diritto di reversibilità, spettargli; se s'aggiunga una grave e seria irritazione eccitata in Piemonte e nella Liguria dalla conclusione d'un trattato fra S. M. Imperiale ed i duchi di Parma e Piacenza, e di Modena, trattato che sotto apparenza d'ajuti da prestarsi a quei piccoli Stati li ha veramente assorbiti nella monarchia austriaca spingendo le sue frontiere militari dal Po, dove dovrebbero finire, sino al Mediterraneo e rompendo così l'equilibrio che esisteva tra le diverse potenze d'Italia, è naturale il pensare che la situazione del Piemonte è tale che da un momento all'altro, all'annunzio che la repubblica è stata proclamata in Lombardia, un simile moto scoppierebbe pure negli Stati di S. M. Sarda o che almeno un qualche grave commovimento porrebbe a pericolo il trono di S. M.—In questo stato di cose, il re... si crede costretto a prendere misure che impediscano al moto attuale di Lombardia di diventare moto repubblicano, ed evitino al Piemonte e al rimanente d'Italia le catastrofi che potrebbero aver luogo se una tale forma di governo venisse ad essere proclamata[56]».
L'Abercromby si recava, a mezzanotte, a visitare il conte Balbo e ne otteneva più minuti particolari: «Egli ed i suoi colleghi, giudicando dalle varie relazioni officiali ad essi trasmesse dal direttore di polizia sul pericolo imminente d'una rivoluzione repubblicana in paese, dove il governo differisse ancora di porgere ajuto ai Lombardi, e vedendo l'impossibilità di raffrenare più oltre il grande e generale concitamento esistente negli Stati di S. M. Sarda, avevano deciso ecc.[57]».
Il marchese di Normanby scriveva, il 28, da Parigi a lord Palmerston ragguaglio d'un colloquio da lui tenuto col marchese di Brignole ambasciatore sardo in Francia. Il Brignole gli ripeteva, fondandosi sopra un dispaccio di Torino, le ragioni pur ora esposte; e insisteva sul fatto «che Carlo Alberto aveva respinto con un rifiuto la prima deputazione venutagli da Milano, quando la città era tuttavia in mano agli Austriaci; aggiungendo che la seconda deputazione aveva dichiarato al re che s'ei non s'affrettava a porgere ajuto, il grido Repubblica sarebbe sorto» e che il re non aveva incominciato le ostilità se non per mantenere l'ordine in un territorio lasciato per forza d'eventi senza padrone[58].
In altro dispaccio del 25 marzo l'Abercromby esponeva più diffusamente a lord Palmerston la condizione delle cose in Piemonte al tempo della decisione—le intenzioni pacifiche del gabinetto Balbo-Pareto—l'insurrezione lombarda—l'immensa azione esercitata dal popolo che minacciava rivolta in Piemonte e assalto agli Austriaci a dispetto dell'autorità governativa—e l'imminente pericolo alla monarchia di Savoja che avea forzato i ministri alle ostilità[59].
E non basta. Nelle istruzioni che il ministro degli esteri mandava da Torino al marchese Ricci, inviato sardo in Vienna, era detto: «.... Era da temersi che le numerose associazioni politiche esistenti in Lombardia e la prossimità della Svizzera facessero proclamare un governo repubblicano. Questa forma sarebbe stata fatale alla nazione italiana, al nostro governo, all'augusta dinastia di Savoja; era d'uopo adottare un pronto a decisivo partito: il governo e il re non hanno esitato, e sono profondamente convinti d'avere operato a prezzo dei pericoli ai quali s'espongono, per la salvezza degli altri Stati monarchici[60]».
E l'idea era così radicata in quegli animi, che il 30 aprile, quando la guerra era inoltrata, nè v'era più bisogno di dissimulare, ma solamente di vincere, il Pareto tornava a dichiarare all'Abercromby che se l'esercito piemontese avesse indugiato a valicare il Ticino, sarebbe stato impossibile d'impedire che Genova si ribellasse e si separasse dai dominî di S. M. Sarda[61].
Con siffatti auspicî, con intenzioni siffatte, la monarchia di Piemonte e i moderati movevano alla conquista dell'indipendenza. La nazione ingannata plaudiva ad essi, a Carlo Alberto, al duca di Toscana, al re di Napoli, al papa. Tanta piena d'amore inondava in que' rapidi beati momenti l'anime degli Italiani, che avrebbero abbracciato, purchè avessero una coccarda tricolore sul petto, i pessimi tra i loro nemici.