II.
ESIGENZE E CONSEGUENZE FUNESTE DELLA GUERRA REGIA.
I REPUBBLICANI

Nella genesi dei fatti, la logica è inesorabile; nè possono falsarla utopie di moderati o calcoli di politici obliqui. Nella politica come in ogni altra cosa, un principio trascina seco inevitabile un metodo, una serie di conseguenze, una progressione d'applicazioni prevedibili da qualunque ha senno. Ad ogni teorica corrisponde una pratica. E reciprocamente, se il principio generatore d'un fatto è falsato, tradito nelle applicazioni, quel fatto è irrevocabilmente condannato a sparire, a perire senza sviluppo, programma inadempito, pagina isolata nella tradizione d'un popolo, profetica d'avvenire ma sterile di conseguenze immediate. Per aver posto in oblìo questo vero, il moto italiano del 1848 dovea perire e perì.

Il moto italiano era moto nazionale anzi tutto, moto di popolo che tende a definire, a rappresentare, a costituire la propria vita collettiva, dovea sostenersi e vincere con guerra di popolo, con guerra potente di tutte le forze nazionali da un punto all'altro d'Italia. Quanto tendeva a far convergere all'intento la più alta cifra possibile di quelle forze, favoriva il moto: quanto tendeva a scemarla, doveva riescirgli fatale.

Il gretto pensiero dinastico contraddiceva al pensiero generatore del moto. La guerra regia aveva diverso fine, quindi norme diverse non corrispondenti al fine, che l'insurrezione s'era proposto. Dovea spegnere la guerra nazionale, la guerra di popolo, e con essa il trionfo dell'insurrezione.

I poveri ingegni che, avversi alla parte nostra, pur sentendosi impotenti a confutarci sul nostro terreno, hanno sistematicamente adottato un travisamento perenne delle nostre idee e confondono repubblica ed anarchia, pensiero sociale e comunismo, bisogno d'una fede concorde attiva e negazione d'ogni credenza, hanno sovente mostrato di intendere la guerra di popolo come guerra disordinata, scomposta, d'elementi e di fazioni irregolari, senza concetto regolatore, senza uniformità d'ordini e di materiali, finchè son giunti ad affermare che noi vogliamo guerra senza cannoni e fucili: cose ridicole ma non nostre; e i pochi fatti esciti, a guisa di prologo del dramma futuro, dal principio repubblicano, l'hanno mostrato. I pochi uomini raccolti in due città d'Italia intorno alla bandiera repubblicana hanno fatto guerra più ostinata e più savia che non i molti legati a una bandiera di monarchia.

Per guerra di popolo noi intendiamo una guerra santificata da un intento nazionale, nella quale si ponga in moto la massima cifra possibile delle forze spettanti al paese, adoprandole a seconda della loro natura e delle loro attitudini—nella quale gli elementi regolari e gl'irregolari, distribuiti in terreno adatto alle fazioni degli uni e degli altri, avvicendino la loro azione—nella quale si dica al popolo: la causa che qui si combatte è la tua; tuo sarà il premio della vittoria: tuoi devono essere gli sforzi per ottenerla; e un principio, una grande idea altamente bandita, e lealmente applicata da uomini puri, potenti di genio ed amati, desti, solleciti, susciti a insolita vita, a furore, tutte le facoltà di lotta e di sagrificio che sì facilmente si rivelano e s'addormentano nel core delle moltitudini:—nella quale nè privilegio di nascita o di favore, nè anzianità senza merito presieda alla formazione dell'esercito, ma il diritto d'elezione possibilmente applicato, l'insegnamento morale alternato col militare o i premî proposti dai compagni, approvati dai capi e dati dalla nazione, facciano sentire al soldato ch'ei non è macchina, ma parte di popolo e apostolo armato d'una causa santa—nella quale non s'avvezzino gli animi a riporre esclusivamente salute in un esercito, in un uomo, in una capitale, ma s'educhino a creare centro di resistenza per ogni dove, a vedere tutta intera la causa della patria dovunque un nucleo di prodi inalza una bandiera di vittoria o di morte—nella quale, maturato e tenuto in serbo un prudente disegno pel caso di gravi rovesci, le fazioni procedono audaci, rapide, imprevedute, calcolate più che non s'usa sugli elementi e sugli effetti morali, non inceppate da riguardi a diplomazie o da vecchie tradizioni regolatrici di circostanze normali—nella quale si guardi più ai popoli che ai governi, più ad allargare il cerchio dell'insurrezione che a paventare i moti del nemico, e più a ferire il nemico nel core che non a risparmiare un sagrificio al paese.

E a questa guerra—sola capace di salvare l'indipendenza e fondar nazione—la guerra regia doveva, per necessità ineluttabile di tradizioni e d'intento, contrapporre le abitudini freddamente gerarchiche dei soldati del privilegio—il mero calcolo degli elementi materiali e la noncuranza d'ogni elemento morale, d'ogni entusiasmo, d'ogni fede che trasmuta il milite in eroe di vittoria e martirio—il disprezzo o il sospetto dei volontarî—l'importanza esclusiva data alla capitale—l'esercito quale era ordinato dal despotismo, co' suoi molti uffiziali tristissimi, co' suoi capi inetti pressochè tutti e taluni avversi alla guerra e peggio—la diffidenza d'ogni azione, d'ogni concitamento di popolo, che avrebbe sviluppato più sempre tendenze democratiche e coscienza di diritti fatali al regnante—l'avversione a ogni consigliere che potesse, per influenza popolare, impor patti o doveri—la riverenza alla diplomazia straniera, ai patti, ai trattati, alle pretese governative risalenti all'epoca infausta del 1815, e quando anche inceppassero operazioni che avrebbero potuto riescir decisive—la ripugnanza a soccorrere Venezia repubblicana—il rifiuto d'ogni sussidio dal di fuori che potesse accrescere simpatie alla parte avversa alla monarchia—la vecchia tattica e la paura d'ogni fazione insolita, ardita—l'idea insistente, dominatrice, di salvarsi, in caso di rovescio, il Piemonte ed il trono—e segnatamente un germe, mortale all'entusiasmo, di divisione tra i combattenti per la stessa causa, un meschino progetto d'egoismo politico sostituito alla grande idea nazionale[62]. Nè io parlo, come ognun vede, di tradimento; e s'anche io vi credessi, non consuonerebbe all'indole mia gittarne l'accusa sopra una tomba. Accenno cagioni più che sufficienti di rovina a una insurrezione di popolo; e ricordo agli Italiani che operarono due volte in brevissimo giro di tempo e oprerebbero fatalmente una terza e sempre ogni qual volta sorgesse una gente sì cieca e ostinata da volere ritentare la prova.

Operarono potenti fin dai primi giorni della guerra, sì che bisognava esser ciechi a non discoprirle e insensati a non piangerne. E ciechi e insensati eran fatti dall'egoismo, dallo spirito di parte, dalla servilità cortigianesca, dalle tradizioni aristocratiche e dalla paura della repubblica, gli uomini del governo provvisorio di Milano e i moderati di Piemonte e di Lombardia. Ben lo videro i repubblicani; e l'averlo detto, quantunque, come or ora vedremo, sommessamente, era colpa da non perdonarsi. Quindi le accuse villane e le stolte minaccie e le calunnie ch'essi allora sprezzarono e ch'oggi, compita la prova e giacente, mercè gli accusatori, l'Italia, corre debito di confutare.

Io scrivo cenni e non storia; però non m'assumo in queste pagine di seguire attraverso gli errori governativi e le fazioni della guerra regia l'influenza dissolvente, rovinosa di quelle cagioni. Ma il libro di Cattaneo; i documenti contenuti in un opuscolo pubblicato nel 1848 in Venezia da Mattia Montecchi, segretario del generale Ferrari, e in uno scritto recente del generale Allemandi; la relazione degli ultimi casi di Milano stesa da due membri del comitato di difesa; gli atti officiali contenuti nel giornale Il 22 marzo, e le relazioni stesse dettate a difesa dagli avversarî raffrontati colla ineluttabile ragione dei fatti; racchiudono tutta intera la dolorosissima storia—e a rischiararla più sempre gioverà il rapido esame della campagna, scritta da uno dei nostri uomini di guerra, Carlo Pisacane[63]. A me importava di chiarire le intenzioni e le necessità[64] che spinsero Carlo Alberto sulla terra lombarda; e importa or di chiarire qual via tenessero i repubblicani fra quelle vicende: punti finora non trattati o sfiorati appena.