Sorgete, sorgete! Non corre sangue d'Italia nelle vostre vene? Fra la minaccia del nemico e i cenni del Brenno alleato, non sentite ribollirvi nel core vita e orgoglio di liberi? È terra nostra questa o d'altrui? Feudo o proprietà di cittadini padroni di sè? A che l'armi, su non le adoperate? A che il grido fremente di Viva l'Italia? Su per Perugia! I protocolli non vi pagheranno il sangue che vi fu versato. Su per Venezia! Dai conciliaboli regî non avrete che paci di Campoformio o di Villafranca. Su per quanti gemono dall'Alpi al Mare! Sorgete, come le tempeste dei vostri cieli, tremendi e rapidi! Sorgete, come le fiamme dei vostri vulcani, irresistibili, ardenti! Fate armi delle vostre ronche, delle vostre croci, d'ogni cosa che ha ferro! Sfidate la morte, e la morte vi sfuggirà. Abbiate un momento di vita volente, potente, Italiana davvero, come Iddio la creò; e la Patria è vostra.
E Dio benedica voi, le vostre spade, i vostri affetti e la vostra vita terrena, e l'anime vostre e le maledizioni stesse escite talora dal vostro labbro su me che scrivo col vivo sangue del core, e la cui voce, tremante per febbre d'amore e di desiderio, voi spesso scambiaste in voce d'agitatore volgare, irrequieto e importuno. Sperda l'oblio ogni ricordo di me, purchè sventoli, fra un Popolo di liberi, pura d'innesti, la bella, la santa, la cara Bandiera dai tre colori di Italia, sulla terra ove dorme mia Madre.
14 novembre 1859.
NÈ APOSTATI NÈ RIBELLI [144]
La diffidenza cieca, come la cieca fiducia, è morte alle grandi imprese. I maneggiatori politici del moto Italiano peccano in oggi della prima, e vi aggiungono l'ingratitudine; il Popolo d'Italia pecca della seconda.
Della necessità che il Popolo d'Italia non segua passivamente servile l'inspirazione che scende dalle sfere governative, ma senta la vita iniziatrice che ha in sè, e la svegli e provveda, più che non fa, con le opere proprie alle proprie sorti, ho parlato sovente e riparlerò. Parlo oggi per conto mio e de' miei amici repubblicani, della diffidenza sistematica che perseguita di calunnie e di stolti sospetti essi e me. Ne parlo, non perch'io creda debito nostro giustificarci o difenderci con gli uomini che diffondono quelle calunnie o affettano di nudrire quei sospetti: nei più tra essi calunnie e diffidenze non sono sincere, ma solamente basso calcolo politico e codarda guerra d'uomini meschini contro uomini che paventano, a torto, rivali possibili sul campo dov'essi mietono; però non li stimo. Ne parlo pei molti che credono senza appurare, o perdono così la speranza d'una concordia che nell'intimo core desiderano; pei molti che, ineducati a scegliere tra le cose messe loro innanzi, travedono pericoli ove non sono, e credono, ingannati non colpevoli, salvare il Paese vigilando sospettosi su noi ed allontanandoci da un campo che aprimmo noi primi in Italia. Davanti al Popolo non v'è dignità offesa che comandi il silenzio. Giovammo—e questo lo confessano gli stessi avversi—alla Causa del suo avvenire. Vogliamo giovarle ancora, tentarlo almeno, e per questo bisogna intenderci. Agli accusatori sistematici vorrei ricordare soltanto che le ingiuste diffidenze generano ingiuste ire, traviano l'opinione Europea su le cose nostre, scemano le forze della Nazione, e cacciano i germi di quel sistema che contaminò, sessantasette anni addietro, la Rivoluzione francese, e finì per affocarla nel sangue.
Da quali fatti movono i sospetti che oggi ancora si accumulano contro i repubblicani? Per quanto io cerchi, non ne trovo uno solo che non sia un'assurda calunnia smentita dieci volte da prove documentate.
Ebbe luogo, in un sol punto d'Italia, un solo tentativo di sommossa repubblicana? Fu trovata, fu letta, negli ultimi due anni, una sola linea scritta pubblicamente o privatamente, dagli uomini che più o meno rappresentano il principio del Partito, che accenni a Repubblica? Fu mai promossa da noi, dal primo svolgersi del moto d'Italia, la questione di forma d'instituzioni politiche?