Ho detto forte e avrei potuto dire onnipotente di mezzi. Ricordi tu Roma? Ricordi quella pagina storica del 1849, che tanti fra i nostri, tanti fra i nati in Roma oggi dimenticano, ma che nessuno potrà cancellare? Là—coll'Italia incodardita dalla catastrofe di Milano e dalla rotta di Novara, con quattro Governi avversi, colla congiura pretesca a fronte, abbandonati da tutti e ridotti alle forze d'una sola città, con un erario vuotato dal Papa fuggiasco, con armi scarse e mediocri—noi semplici cittadini, senza prestigio di passato, senza credito fuorchè quello che la nostra condotta ci dava, governammo amati, impedimmo senza terrore ogni tentativo avverso, trovammo danaro bastante alla guerra e a nudrire i nostri quattordici mila militi, volgemmo in fuga l'esercito del re di Napoli, combattemmo lungamente l'Austriaco in Ancona, tenemmo fronte per due mesi ai soldati francesi che sommarono, prima del finir dell'assedio, a trentamila e più. Fu l'amore e la fiducia che ponemmo nel Popolo che ci fruttarono amore e fiducia da esso? Fu il nostro non ispendere un obolo solo che non fosse direttamente utile alla difesa? Fu il sistema di Governo fondato, non sul reprimere, ma sul dirigere? Fu il fascino esercitato dalla bandiera? Lo diranno gl'Italiani della generazione che sorge. Io so che se, invece d'una città, l'Italia d'oggi, l'Italia dei ventidue milioni, avesse le sue forze concentrate in mano d'uomini che avessero quella fede nel Popolo, quel sistema economico, quel metodo di Governo, quella ferma, irrevocabile volontà di seguire quel programma, avvenga che può, e quella bandiera, le forze, nonchè dell'Austria, di tutta Europa non basterebbero a vietarle Venezia e Roma. Il contrasto fra quei giorni e le vergognose condizioni presenti m'addolora l'anima, m'avvelena i giorni cadenti e spiega a te, amico, il silenzio per lungo tempo serbato.
Ama il tuo
Giuseppe Mazzini.
A FRANCESCO CRISPI [ [148]
Il 17 novembre, Voi, parlando alla Camera sulla Convenzione tra Luigi Bonaparte e il Governo d'Italia, dichiaravate che Vittorio Emanuele non può rovesciare il trono del Papa—che la Convenzione monarchica rinunzia a Roma—ch'essa è quindi violazione aperta dei Plebisciti, dai quali si poneva, condizione dell'annettersi alla Monarchia di Savoja, l'Unità della Patria. Voi compivate in quel giorno un dovere di cittadino.
Ma il 18, irritato dall'accusa d'illogico—scagliatavi machiavellicamente contro da chi violava, votando per la clausola ch'è suggello alla Convenzione, ben altro che logica—Voi dichiaraste che la vostra bandiera era: Italia Una e Vittorio Emanuele; e v'aggiungeste che chi solleva un'altra bandiera non vuole l'Unità dell'Italia.
Se a Voi giova, sul cader della vita, rinunziare a una bandiera per acclamare ad un'altra, io non mi assumerò, per molte ragioni, di riconvertirvi. Ma proferendo la seconda affermazione, Voi non solamente contradicevate, cosa in oggi frequente, al vostro passato—non solamente offendevate la maestà della vostra sorgente Nazione—ma dimenticavate, ingiusto e ingrato ad un tempo, che tra gli uomini morti e viventi, ai quali un giorno foste amico e collega di cospirazione, i migliori furono e sono unitarî e repubblicani. Bastino, tra gli estinti, Carlo Pisacane e Rosalino Pilo. Ma, tra i vivi, io la sollevo questa bandiera diversa. E tra voi, quanti siete novellamente convertiti e diplomatizzanti fra la coscienza e il linguaggio, chi osi scrivere che io non adoro l'Unità della Patria, e non l'ho predicata altamente fin da trentadue anni addietro, quando stranieri e italiani la deridevano siccome utopia, e voi tutti balbettavate di costituzioni regie e federazioni?
Io la sollevo; e mi giovo della dolorosa opportunità che m'offriste per ridirlo a tutti; non solamente perchè i principî l'additano unica malleveria di vero e libero progresso—perchè intorno ad essa si avvolgono i più splendidi ricordi del nostro passato, quando la vostra non ha tradizioni di gloria in Italia, nè origine indipendente, nè coscienza di moralità educatrice, nè intelletto della missione italiana—perchè è sola logica deduzione delle credenze e delle negazioni dei tempi, mentre la vostra vive d'una transazione artificiale tra elementi inconciliabili, sempre provata menzognera in Europa, fuorchè nel paese singolare ov'io scrivo, dagli ultimi sessant'anni—ma perchè cerco, proscritto tuttavia e dannato nel capo dalla monarchia vostra, l'Unità della Patria; perchè, mercè l'ingenito antagonismo dei vostri padroni ad ogni sviluppo di vita popolare, e le vostre tattiche secondatrici, vedo rapidamente disfarsi quella unità di propositi e di speranze che spinse per ogni dove, fuorchè in Lombardia, ventidue milioni d'Italiani a congiungersi in uno; perchè, esaurita ogni via, tentata ogni concessione possibile, soffocata lungamente nel silenzio la fede dell'anima mia—tanto che nessuno potesse rimproverarmi di sostituire l'arbitrio d'una ragione individuale fallibile all'opinione dei più—ho raggiunto, costretto dai fatti, l'intimo convincimento che noi non avremo mai, dall'azione spontanea della Monarchia, Venezia, Roma e Unità. E mi stanno davanti, mentre io scrivo, i patti della Convenzione che segna l'abbandono di Roma, e le parole del vostro ministro che abbandonano Venezia: