L'Italia avrà Venezia quando l'Austria, persuasa non da noi—noi non siamo—ma dall'autore dei patti di Villafranca, ritirerà volontariamente i soldati ch'oggi v'accampano:

L'Italia avrà Roma quando il Papa, convinto ch'ei regna tiranno, e fatto amico della libertà, inviterà egli stesso i nostri ad entrarvi:

Così unifica la Monarchia.

Di fronte a queste codarde e assurde dichiarazioni, proferite da chi s'appoggia su 380 000 soldati, può averne in breve ora mezzo milione, e rappresenta legalmente 22 milioni d'uomini che anelano farsi Nazione, Voi avete evocato un momento dell'antico entusiasmo, per gridare con volto agitato, con accento commosso, un saluto di gladiatore morente alla Monarchia, e un anatema a quei tra i vostri fratelli che hanno serbata intatta quella che fu vostra fede. Io non meraviglio della vostra potenza di volontà; bensì vi compiango perchè abbiate creduto doverla spiegare per una causa nella quale, se interrogate l'intimo core, voi non credete.

Conosco troppo il vostro passato e vi so d'ingegno troppo arguto, per ammettere un solo istante che voi siate oggi monarchico di fede, monarchico teoricamente, monarchico come lo erano settant'anni addietro gli uomini della Vandea: s'io vi sapessi tale, pur combattendovi per dovere, mi dorrei d'esservi costretto. Ogni fede suscita in me, in questi tempi d'immorale e stolido scetticismo, rispetto. Ma gli uomini della Vandea credevano nel diritto divino: Voi no:—giuravano sui loro preti e ponevano la croce protettrice nella regia bandiera: Voi fate guerra ai preti e vorreste vedere in due campi separati, indipendenti l'uno dall'altro, la croce e la monarchia;—sorgevano a combattere e morire pei discendenti di san Luigi, senza badare a probabilità di successo, senza calcolo delle forze nemiche, come si muore per una idea: Voi non morreste, nè altri in Italia, per la sola Casa di Savoja, per la mistica trinità dell'elemento aristocratico, del democratico e del monarchico. Voi siete, come oggi barbaramente dicono, opportunista. Voi vedete oggi la monarchia forte, noi deboli: un esercito, che Voi credete monarchico, e ch'io credo, come tutti gli eserciti, semplicemente governativo; e un'Italia officiale, forte d'una vasta rete d'impiegati, devoti per amore di lucro, ed una moltitudine di seguaci ciechi, muti, servili, tra per abitudine d'obbedienza passiva, tra per paura, se mai dicessero di non credere che altri farà, d'essere chiamati a fare. Unitario sincero, ma educato a tendenze politiche ch'io potrei chiamare guicciardinesche, Voi porgete omaggio alla Forza o ad un sembiante di Forza. Voi trovate che la Monarchia potrebbe agevolmente, volendo, fare l'Italia; e l'accettate, siccome mezzo all'intento. Se domani ci vedeste forti, sareste nuovamente con noi.

Pur tuttavia l'opportunismo accenna inevitabilmente a limiti di tempo e di condizioni transitorie, che un principio non cura. L'opportunismo genera un metodo proprio, diverso da quello che guida chi ha una fede. E questo metodo logico dovrebbe insegnarvi linguaggio più temperato e meno assoluto. La Monarchia potrebbe, non v'ha dubbio, volendo, fare l'Italia. Ma se la Monarchia non volesse? Se, antivedendo nella guerra all'Austria una serie di insurrezioni nazionali, come quelle del 1848, e conseguenze probabilmente fatali all'interesse dinastico, s'arretrasse deliberatamente dall'impresa Veneta? Se, impaurita di quel potente nome di Roma, e presentendo a ogni modo che, sciolta la questione Nazionale, gli Italiani verserebbero tutta la piena della giovine vita sulla questione di Libertà, scegliesse di tenersi lontana dal Campidoglio repubblicano e dalle mura segnate dai ricordi del 1849? Se, intendendo che non possono tentarsi le due imprese, senza suscitare l'entusiasmo e gli ajuti del Popolo a guerra che gli darebbe coscienza di sè e delle proprie forze, paventasse le esigenze inevitabili dell'avvenire e non vedesse rimedio al pericolo, fuorchè nell'afforzarsi unicamente dell'alleanza col dispotismo straniero? E se Luigi Napoleone, cupido di predominio sul Mediterraneo e su noi, e aborrente quindi dalla nostra Unità, preparasse, di concerto colla Monarchia—prezzo della protezione invocata—la triplice divisione d'Italia, architettata da lui già prima del 1859? Io non intendo di discutere con Voi la verità di queste ipotesi; dico che nessun italiano ha, dopo i fatti degli ultimi tre anni, diritto di affermarle impossibili e trascurarle: Voi, repubblicano un tempo, men ch'altri. E dico che la loro possibilità avrebbe dovuto bastarvi per adottare, anche non disertando il nuovo campo opportunista accettato, altra tattica che non la seguita, per non gittare anatemi al rimedio che potrebbe diventare necessario, e per non cacciare a' piedi del trono l'assurda immorale promessa di rimanergli fedele quand'anche. Ed è per dolore d'antico affetto, memore di ciò che faceste pel Paese, ch'io parlo. S'io non guardassi che al trionfo della mia fede, m'appagherei nel ricordar sorridendo, che i Monarchici del quand'anche furono in tutti i tempi artefici di rovina alla monarchia.

Parte vostra—e, parlando a Voi, parlo ai miei amici ed ex amici della Sinistra—era quella di piantarvi, poichè così volevate, nella Camera a guisa di scolte vigili e diffidenti; di piegare, poi che lo credevate opportuno, la bandiera ch'ebbe i vostri giuramenti, ma tenendovi su la mano, in atto di chi è deliberato a nuovamente spiegarla s'altri non attiene le sue promesse; di giovarvi delle leggi esistenti a sviluppo progressivo di quel tanto di diritto ch'esse affermano e che i governanti tradiscono, ma senza teorizzare sovr'esse, accettandole come modelli di perfezione; di buttare in viso ai ministri diversi ogni violazione del loro Statuto, ma senza mai venerarlo Arca di Libertà e affermare racchiuso in esso il germe di ogni progresso futuro, quando il suo primo articolo inaugura, religione dei sudditi, l'infallibile autorità di chi maledice al Progresso; di sollevare di tempo in tempo, sugli occhî dei gaudenti del Governo e della sua maggioranza, la santa bandiera che porta scritti con sangue di martiri i nomi di Venezia e di Roma; di guardare più al Paese bisognoso e capace di educazione, che non al recinto d'una Camera, dove l'educazione è impossibile; di protestare colla parola e minacciar col silenzio; di serbarvi compatti come un sol uomo; di parlar pochi, rare volte e solenni: poi d'afferrare uniti una delle molte opportunità offertevi dall'aperta violazione della legge fondamentale e dell'onore della Nazione, per dire ai vostri concittadini: Esaurimmo, e senza riescire, ogni tentativo per giovarvi coll'armi legali: e ritrarvi, come Trasea, da un Senato irreparabilmente servile e corrotto. Così governandovi, voi non vi facevate di certo possibili a chi oggi governa, ma educavate il Paese, gli additavate dove cercare un giorno gli uomini suoi e salvavate la dignità dell'anima vostra.

Seguiste altra via. Vi atteggiaste a convertiti adoratori della Monarchia, prima che la Monarchia avesse compito il debito suo, e come se alla Monarchia importassero alcuni adoratori di più. Miraste con frequenti dichiarazioni a rassicurarla sul conto vostro, quando unica via, se pur una n'esiste, di trascinarla a bene è il mostrarle pendente la spada di Damocle. Non pagaste il debito vostro a Roma con una solenne rimostranza collettiva, ch'io vi proponeva, che prometteste, poi non osaste: non il debito vostro a Venezia quando, raggiunta la cifra di 380 000 soldati, viva tuttavia l'insurrezione polacca, vivo il conflitto Dano-Germanico, bisognava proporre apertamente al Gabinetto e al Paese la guerra. Non escì da voi collettivamente un solo atto d'energia nazionale. Ma sprecaste, smembraste la vostra forza e la vostra importanza, cinguettando individui e inutilmente su tutte minuzie, movendo interpellanze e dichiarandovi soddisfatti di spiegazioni che nulla spiegavano, o di promesse che sapevate non doversi attenere. Taluni fra voi cercarono, rosi da vanità di pigmei, di isolarsi da tutti, ciarlando sofismi balzani, cozzanti, francesi. Taluni si ritrassero con piglio nobilmente sdegnoso da un recinto che dissero prostituito, poi vi rientrarono senza che cosa alcuna vi fosse mutata. Erraste quasi tentone fra gli equivoci e il Vero, tra le formole artificiali d'un costituzionalismo bastardo e gli eterni principî d'una Rivoluzione Nazionale fermata a mezzo e che vuol compimento; finchè, dopo leggi eccezionali, stati d'assedio, imprigionamenti di deputati, scioglimenti arbitrarî d'associazioni, divieti frequenti d'adunanze pubbliche, persecuzioni sistematiche e preventive della stampa, violazioni giornaliere della libertà individuale—dopo un rifiuto di leggi comuni ai Veneti e ai Romani—dopo Aspromonte—caldo ancora il sangue dei cittadini trucidati in Torino—trovaste core, voi, Mordini, di votare l'abbandono di Roma; il conte Ricciardi d'esclamare comicamente: Io sono repubblicano, ma amo la monarchia: Voi di provare che la Convenzione rompe il Plebiscito e condanna l'Italia a rimanersi smembrata e acefala, e nondimeno conchiudere: La Monarchia ci unisce, la Repubblica ci divide. Così passano le glorie della Sinistra: i pochissimi che seppero rimanersi puri, mutano seggio o si allontanano dal cadavere.

Se non che l'origine prima dei traviamenti risale più in su, e doveva generare fatalmente le conseguenze che vennero dopo.

Il vizio della situazione dell'oggi ha origine—e l'Italia dovrebbe ora avvedersene—dall'annessione, dal cieco entusiasmo degli uni e dalla funesta debolezza degli altri, che falsarono, fin dal cominciamento del nostro moto, la posizione del problema italiano. E voi tutti, Dio vi perdoni, v'aveste parte.