Oh! qual criterio morale, qual senso di verità, quale idea di dovere può formarsi, con siffatti esempî sugli occhî, questo Popolo infante? Chi potrà impedire ch'esso non cada nell'indifferenza, nella pratica dello scetticismo, in uno sconforto supremo d'uomini e cose? Chi salverà l'anima dell'Italia nascente dai vizî di diffidenza, d'egoismo e di ipocrisia che disonorano le Nazioni morenti?
Ingannammo noi tutti questo Popolo d'Italia, che avevamo giurato di redimere e far libero e grande: io, promettendo con voi, voi acquetandovi a veder violate le promesse. Ma io prometteva, illuso sulla generazione d'uomini cresciuta meco nel lavoro concorde delle sante congiure; e quando mi vidi illuso, lo dissi: piegai la fronte non potendo altro, davanti all'onda irruente, ma dichiarando ch'io m'inchinava afflitto al voto dei più, non a Governo o a monarca veruno: tentai giovare al Paese, senza riguardo a bandiera, ma sempre tenendo aperta la via per la nostra: non acclamai, non giurai ad altra: non proferii altro evviva, fuorchè quello dell'Italia Una, con, senza o contro; ed oggi, esauriti visibilmente i due primi stadî, posso senza contradizione risollevare l'antica bandiera e chiamare i giovani al terzo. Voi, ex amici miei, persistete, strozzati dalle conseguenze di una diserzione e contro l'evidenza, nel far durare, parlando o tacendo, l'inganno.
Questa religione dell'anima dell'Italia, questo problema morale, che è supremo per me, questo vincolo di Dovere, che ci chiama tutti ad essere Educatori dei primi passi della Nazione e sacerdoti dell'Avvenire, furono e sono, pur troppo, dimenticati da voi. Davanti a una santa missione, santa per la Patria nostra, santa per l'Europa che, diseredata oggimai d'ogni fede pur non potendo vivere senza, ha diritto d'aspettarla da un Popolo dal quale ebbe due volte un vincolo d'Unità; io vi vedo, attonito, circondarvi di formole artificiali, scimiottare il vuoto frasario parlamentare d'uomini che hanno, da lungo, patria, unità, potenza non minacciate; spendere, inascoltati e inesauditi sempre, l'energia e l'ingegno in particolari, in minuzie, giovevoli soltanto dove le basi d'ogni vivere sociale, Indipendenza e Libertà, sono conquistate da secoli; armeggiare di tattiche intorno a fini secondarî, come se non aveste lo straniero in casa, un padrone in Parigi, la Menzogna incarnata nella nostra Metropoli. Lo sdegno e la vergogna, che dovrebbero far correre il vostro sangue a concitamento di febbre, non v'hanno fatto dimenticare una volta sola nei vostri discorsi il titolo d'onorevoli, dato periodicamente ai colleghi quand'anche non li crediate tali: non v'hanno strappato mai uno di quei gridi d'angoscia e di minaccia, che violano il cerimoniale parlamentario, ma sommovono e talora salvano una Nazione. Vergniaud, Isnard e Danton sarebbero per voi violatori del Regolamento. L'anima vostra, raffreddata subitamente dal contatto colla Monarchia, ha smesso i bollori plebei d'anni sono, ha chiuso con sette chiavi le sacre audacie delle antiche congiure, per assumere il gelato contegno dei parlamentari inglesi. Ma i parlamentari inglesi non sono oggi chiamati che a desumere lentamente, pacatamente, le conseguenze e le applicazioni pratiche di principî radicati da molte generazioni nel paese; e apparirebbero, credo, assai diversi, se avessero gli Austriaci in Edimburgo, i Francesi in Liverpool, il Papa in Dublino. La questione che v'è posta innanzi, è questione di vita o morte: è l'enigma della Sfinge: bisogna trovarne la soluzione o perire; perire, non voi, badate, chè non sarebbe gran fatto, ma l'Italia. Se voi l'amaste davvero, non recitereste, siccome fate, copisti inopportuni, la commedia dei quindici anni. Ricordereste che quella commedia, recitata allora da liberali tattici che, credenti in ben altro, conchiudevano i loro discorsi, come voi i vostri, col grido di viva la Carta, inoculò nell'anima della Francia quel gesuitismo politico, quella ipocrisia negatrice dei principî e del Vero che ha messo in trono la tirannide del Bonaparte.
Il Vero! L'Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L'Italia nascente cerca in oggi il proprio fine, la norma della propria vita nell'avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l'errore, senza il quale non può esistere per essa responsabilità, quindi non Libertà. Secoli di schiavitù, secoli di egoismo, unica base all'esistenza dello schiavo, secoli di corruzione, lentamente e dottamente instillata da un cattolicismo senza coscienza di missione, hanno guasto, pervertito, cancellato quasi l'istinto delle grandi e sante cose, che Dio pose in essa. E voi intendete a educarla, insegnandole che un principio, il principio della sua vita, dipende da un interesse, l'interesse dinastico. L'Italia nascente ha bisogno di fortificarsi acquistando conoscenza dei proprî doveri, della propria forza, della virtù del sacrificio, della certezza di trionfo che è nella logica: e voi le date una teorica d'interessi, d'opportunità, di finzioni; un machiavellismo male inteso e rifatto da allievi ai quali Machiavelli, redivivo, direbbe: io aveva dinanzi la sepoltura, voi, stolti, la culla d'un Popolo. L'Italia nascente ha bisogno d'uomini che incarnino in sè quel Vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce, lo rappresentino negli atti, lo confessino, checchè avvenga, fino alla tomba: e voi le date l'esempio d'uomini che dicono e disdicono, giurano e sgiurano, troncano a spicchî la verità, protestano contro i suoi violatori, e transigono a un'ora con essi. Così preparate al giogo del primo padrone straniero o domestico, che vorrà inforcarla di tirannide una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di sè stessa e d'altrui, senza stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio di tradurla in opera.
Io non so se la Repubblica ci unirebbe—e dipenderebbe in parte dai primi uomini chiamati a dirigerla—so che la monarchia, tale quale oggi l'abbiamo, ci corrompe; e so che la corruzione è principio di dissolvimento supremo.—So—e Voi che viaggiaste recentemente nel Mezzogiorno lo sapete—che da tre anni al giorno in cui scrivo, pel mal governo sociale, politico, economico, amministrativo, la causa dell'Unità è andata perdendo terreno, e che le popolazioni minacciano d'attribuirle i danni che derivano da chi non ne cura e v'antepone l'interesse dinastico. E so che solo mezzo a salvarne l'idea e a compirla praticamente, è separarla da chi, non intendendola o non volendola, ne usurpa il nome;—additare, a raggiungerla, una nuova via—insegnare al Paese che unico mezzo è oggimai la rivoluzione, continuata dal Popolo—e gridare ai giovani, com'io grido: conquistate all'Italia Venezia affratellandovi ai Popoli che devono essi pure farsi Nazioni, sorgendo per essi e per voi, assalendo l'Austria nell'interno del Veneto e da ogni terra italiana; preparatevi a conquistare all'Italia Roma; ma in nome del Diritto Nazionale, colla fronte levata, per decretarvi, a beneficio di tutti i Popoli, la libertà di coscienza; conquistate a voi tutti col voto e per vantaggio di quanti son nati fra le Alpi e il Mare, il Patto Italiano, formola detta vita collettiva presente, e sorgente della vita collettiva dell'avvenire. Fatelo a ogni patto, con ogni mezzo, e rovesciando ogni ostacolo che s'attraversi. E se tra gli ostacoli incontrate la Monarchia, in nome di Dio e dell'Italia, non v'arretrate davanti al fantasma, e sorgete a Repubblica.
A Voi tocca di rivelarci, e senza indugio soverchio, una Monarchia che faccia suoi i voti, i bisogni, l'onore del Paese—che invece di rimandare a casa i soldati, li cacci sul Veneto—che non aspetti la conversione del Papa per darci Roma—che fidi nel Popolo, e lo chiami a parlare e ad agire—che non desuma le sue inspirazioni da Parigi—che rispetti la libertà delle Associazioni, delle adunanze, della Stampa, degli individui—che scelga i suoi ministri fra i migliori della parte più progressiva—che chiami i delegati di tutto il Paese a promulgare un Patto Nazionale. E la seguiremo noi tutti, lasciando al tempo di maturare all'Italia ordini egualmente buoni e più filosofici. Ma se nol potete, parlate più prudente o tacete. Altri potrà ammirare sublime la vostra costanza intorno a una illusione fondata sopra un equivoco. Io richiamerò alla vostra mente la vecchia sentenza, che dal sublime al ridicolo non corre se non un passo.
E parmi che Voi e i miei ex amici v'affrettiate a varcarlo.
Dicembre 1864.
Giuseppe Mazzini.