Comunque, la bandiera non era sorta: popolo e monarchia stavano uniti a fronte dello straniero sulle terre lombarde; il popolo avea accettato il programma di neutralità del governo provvisorio fra tutte parti politiche, e i repubblicani decisero di rinunciare ad ogni iniziativa politica, di aspettare pazienti che la volontà del popolo, vinta la guerra, si palesasse, e di consacrare ogni loro sforzo alla conquista dell'indipendenza.
Ed anche questo ci fu turpemente conteso dagli uomini del provvisorio e dai moderati, faccendieri del pensiero dinastico.
La vita errante, anzi che no tempestosa, che i credenti nella fede repubblicana durano da parecchî anni, ci contende di poter documentare con lettere, date, giornali, i fatti ai quali accenniamo. Ma io affermo la verità d'ogni sillaba mia sull'onore. Gli accusatori vivono: neghino se possono ed osano. Duolmi ch'io debba frammettere in questi cenni il mio nome; ma dacchè fui scelto—meritamente o no poco monta—da amici e nemici a rappresentare in parte il pensiero repubblicano, debbo all'onore della bandiera ciò che per me non farei. Trattai con silenzio sdegnoso, che volea dire disprezzo, le false accuse di aver nociuto per ostinazione di fini politici all'esito della guerra, che ci s'avventarono addosso da tutte parti, quand'io aveva stanza in Milano. Avrebbero detto allora ch'io scendeva a discolpe per paura o desiderio di rimovere il turbine che s'addensava. Ma importa oggi che gl'Italiani sappiano il vero intorno agli uomini che li chiamano all'opra.
I fatti son questi.
Noi non avevamo fiducia che il governo provvisorio, giudicato collettivamente, potesse mai riescire eguale all'impresa. Ma dacchè avevamo, per amor di concordia, accettato il programma di neutralità fra i due principî politici, non potevamo spingere uomini dichiaratamente repubblicani al potere e cacciare il guanto ai sospetti e alle irritazioni della parte avversa alla nostra. Però, gl'influenti fra noi si strinsero intorno ai membri di quel governo, sperando da un lato che i consigli giovassero, dall'altro che il paese vedendoci uniti non rimetterebbe del suo entusiasmo—e finalmente, che il nostro frequente contatto suggerirebbe, per pudore non foss'altro, a quegli uomini di mantenersi sulla via solennemente adottata. Le prime mie parole in Milano furono di conforto al governo; le seconde, chiestemi da persona fautrice di monarchia, furono una preghiera a Brescia perchè in certe sue vertenze con Milano sagrificasse ogni diritto locale all'unione e al concentramento fatto allora indispensabile dalla guerra.
Noi non avevamo fiducia in Carlo Alberto o nei suoi consiglieri. Ma Carlo Alberto era in Lombardia e capitanava l'impresa che più di tutte ci stava a core! Noi non potevamo fare che il fatto non fosse; bisognava dunque giovar quel fatto tanto che n'escisse l'intento. Dietro al re stava un esercito italiano e prode; e dietro all'esercito un popolo, il piemontese, di natura lenta forse ma virile e tenace, popolo cancellato nella capitale da una guasta aristocrazia, ma vivo e vergine nelle provincie e depositario di molta parte dei fati italiani. Esercito e popolo ci eran fratelli; e il vociferare, come molti fecero, di propaganda anti-piemontese da parte nostra era calunnia pazza e ridicola. Bensì, perchè le varie famiglie italiane imparassero a stimarsi, amarsi e confondersi fraternamente davvero sul campo—perchè al popolo rimanesse colla coscienza di sagrificî compiuti, coscienza de' proprî diritti—e da ultimo perchè diffidavamo dei capi e antivedevamo, quand'altri urlava vittoria prima della battaglia, possibile, probabile forse, una rotta—volevamo che il paese s'armasse per potersi in ogni caso difendere: volevamo che a fianco delle forze regolari alleate si mantenesse, si rinvigorisse, rappresentante armato di questo popolo, l'elemento dei volontarî: volevamo che l'esercito lombardo si formasse rapidamente, su buone norme e con buoni uffiziali.
Il governo provvisorio voleva appunto il contrario.
Ignari di guerra e d'altro; fermissimi in credere che l'esercito regio bastasse a ogni cosa; vincolati, i più almeno, al patto della fusione monarchica e pensando stoltamente ch'unica via per condurre il disegno a buon porto fosse, che il re vincesse solo e il popolo fosse ridotto a scegliere tra gli Austriaci e lui; poco leali e quindi poco credenti nell'altrui lealtà, proclivi al raggiro politico perchè poveri di concetto, d'amore e d'ingegno—gli influenti tra i membri posero ogni studio nel preparare l'opinione alla monarchia piemontese e nel suscitare nemici alla parte nostra: nessuno nelle cose della guerra, nessuno nell'armare, nell'ordinare, nel mantenere infiammato e militante il paese; i pochi buoni tra loro non partecipavano al disegno, partecipavano al fare e al non fare per debolezza di tempra o per vincoli d'amistà individuale.
La condotta dei repubblicani fu semplice e chiara.
Un'associazione democratica, pubblica e con basi di statuti comunicati al governo, fu impiantata dai giovani delle barricate nei giorni che seguirono la vittoria del popolo, e prima ch'io giungessi in Milano: avendo il governo annunziato[78] ch'ei convocherebbe nel più breve termine possibile una rappresentanza nazionale, affinchè un voto libero, che fosse la vera espressione del poter popolare, potesse decidere i futuri destini della patria, era naturale e giovevole che l'elemento repubblicano manifestasse con un atto legale la propria esistenza. Ma compito una volta questo dovere e adottata la linea di condotta accennata più sopra, l'associazione, messa da banda ogni questione politica, non s'occupò, nelle rare e pubbliche adunanze tenute, che di proposte di guerra. Io non v'intervenni, prima del 12 maggio, che una volta sola per atto d'adesione a' miei fratelli di fede e vi proposi che si spronasse e s'appoggiasse il governo.