La Voce del Popolo, giornale diretto dai più influenti tra i repubblicani, s'uniformava. Scriveva consigli eccellenti di guerra e finanze. Cercava infonder vita di popolo nel governo. La questione politica v'era toccata rare volte e di volo: la parola repubblica studiosamente evitata[79].
Se non che il governo era pur troppo, nato appena, incadaverito; nè galvanismo di consigli repubblicani poteva infondergli vita.
Il governo, stretto fin prima del nascere ad un patto di servitù, diffidava di noi, diffidava del popolo, dei volontarî, di sè stesso e d'ogni cosa, fuorchè del magnanimo principe. E il magnanimo principe campeggiava nei proclami, nei discorsi, nei bollettini grandiloqui, sì che ogni uomo s'avvezzasse a non vedere che in lui e nell'esercito che lo seguiva l'àncora di salute. Magnificava, in quel primo periodo, ogni scaramuccia che si combattesse intorno al Mincio fatale in battaglia quasi napoleonica; e stando a' suoi computi, gli Austriaci avrebbero dovuto essere, sul mezzo della campagna e quando appunto cominciavano a farsi minacciosi davvero, spenti pressochè tutti.
Il moto di tutta Italia verso i piani lombardi e le lagune della Venezia riusciva pei politici della fusione tardo ed inutile. La vittoria era certa, infallibile. I nostri consigli s'ascoltavano cortesemente, si provocavan talora: non s'eseguivano mai. Il popolo s'addormentava nella fiducia.
E v'era peggio. Mentre da noi si diceva: soccorrete ai volontarî; animateli: cacciateli all'Alpi, la perdita dei volontarî, repubblicani i più, era giurata: giurata fin dagli ultimi giorni di marzo quando Teodoro Lecchi fu assunto al comando del futuro esercito. Erano lasciati senz'armi, senza vestiario, senza danaro; fortemente accusati ogni qual volta la necessità li traeva a provvedersi da sè; sospinti al Tirolo, ai passi dell'Alpi, poi impediti dal combattere, forzati ad abbandonare quei luoghi e le insurrezioni nascenti: finalmente richiamati, feriti, essi i vincitori delle cinque giornate, nel più vivo del core, e disciolti[80]. Mentre da noi s'insisteva sulla rapida formazione d'un esercito lombardo e s'indicavan le norme; s'indugiava, s'inceppava l'armamento, si sbandavano le migliaja di soldati italiani che abbandonavano il vessillo d'Austria, si commetteva l'istruzione degli accorrenti a ufficiali piemontesi fuor di servigio, taluni cacciati per colpe dai ranghi. Ricordo che alle mie richieste insistenti perchè a render più sempre nazionale la guerra e a prefiggere al giovane esercito uomini già esperti delle guerre d'insurrezione, si chiamassero i nostri esuli ufficiali in Grecia, in Ispagna, ed altrove, m'ebbi risposta che non si sapeva ove fossero. Non mi stancai, e ottenni, dacch'io lo sapeva, facoltà di chiamarli e firma, a convalidare il mio invito, del segretario Correnti. Ma quando giunsero, il ministro Collegno, allegando mutate le circostanze, da pochi in fuori, li ricusò[81]. E mentre da noi s'offrivano, ad affratellare colla nostra guerra il libero pensiero europeo e creare un senso d'emulazione nei nostri giovani, legioni di volontarî francesi e svizzeri, giungevano divieti dal campo, e il governo, obbedendo, rompeva le pratiche imprese in Berna e nel cantone di Vaud. Ma—e non era Garibaldi, reduce da Montevideo, accolto freddamente e con piglio quasi di scherno al campo monarchico, e rimandato a Torino a vedere se e come il ministero di guerra potesse giovarsi dell'opera sua?
Intanto, mentre queste cose accadevano in Milano, la guerra regia, rifiutate l'Alpi, si confinava oziosamente tra le fortezze. Intanto l'esercito austriaco, raggranellato, riconfortato, vettovagliato, aspettava, riceveva rinforzi. Il Tirolo era vietato a Carlo Alberto dalla diplomazia del 1815: la difesa del Veneto vietata in parte da segrete mene di governi stranieri e da speranze di lontani accordi coll'Austria, in parte e più assai dall'aborrimento, rivelato senza pudore, al vessillo repubblicano[82]. I principi italiani coglievano, a ritrarsi o raffreddare gli spiriti, pretesto dalle mire ambiziose che i fautori dell'Italia del nord manifestavano imprudentemente, sconciamente, per ogni dove. Pio IX vietava ai Romani passassero il Po. Il Cardinal Soglia corrispondeva in cifra con Innspruck. Corboli-Bussi si recava al campo del re esortatore di defezione[83] e cospiratore. I fati d'Italia erano segnati.
Sorgevano momenti ne' quali sembrava che il governo si destasse al senso della condizione delle cose de' proprî doveri, e allora—come chi per istinto sente dov'è l'energia—ricorreva ai repubblicani; ma tradiva le sue promesse e ricadeva nel sonno il dì dopo. Un messo segreto dal campo, una parola di faccendiere cortigiano, bastavano a mutare le intenzioni. Il povero popolo, già avviluppato in mille modi dai raggiratori, traeva forse da quel contatto inefficace tra noi e il governo nuova illusione di securità. E citerò un solo esempio.
La nuova della caduta d'Udine avea colpito gli animi di terrore. Fui chiamato a mezzanotte al governo, e trovai convocati parecchî altri influenti repubblicani. Bisognava, dicevano i governanti, suscitare il paese, avviarlo a sforzi tremendi, chiamarlo a salvarsi con forze proprie—e chiedevano additassimo il come. Scrissi sopra un brano di carta parecchie tra le cose ch'io credeva opportune a raggiunger l'intento, ma dichiarando che riescirebbero inefficaci tutte se il governo ne assumesse l'esecuzione. «Dio solo, dissi, può spegnere e risuscitare. Il vostro governo è screditato, e meritatamente. Il vostro governo ha oprato sinora a sopir l'entusiasmo, a creare colla menzogna una fiducia fatale. E voi non potete sorgere a un tratto predicatori di crociata e guerra di popolo senza diffondere nelle moltitudini il grido funesto di tradimento. A cose nuove uomini nuovi. Io non vi chiedo dimissioni che oggi parrebbero fuga. Scegliete tre uomini, monarchici o repubblicani non monta, che sappiano e vogliano e siano, se non amati, non disprezzati dal popolo. Commettete ad essi, sotto pretesto delle soverchie vostre faccende o d'altro, ogni cura, ogni autorità per le cose di guerra. Da essi emanino domani gli atti ch'io vi propongo. Intorno ad essi noi tutti ci stringeremo e staremo mallevadori del popolo». Tra le cose che si proponevano era la leva della totalità delle cinque classi quando al governo pareva soverchia la leva delle prime tre, e ne indugiava la convocazione al finire d'agosto, perchè i contadini potessero attendere pacificamente al ricolto. E rispondevano la bestemmia che i contadini erano austriaci d'animo e di tendenze: i poveri contadini delle prime due classi tumultuavano intanto contro i chirurghi che ne respingevano alcuni siccome inetti al servizio. Io insisteva perchè almeno si rifacesse una chiamata ai volontarî e mi poneva mallevadore, certo che l'esempio sarebbe seguito in ogni città per la formazione d'una legione di mille volontarî in Milano, purchè mi fosse concesso d'affiggere un invito e sottoscrivere prima il mio nome. E partiva applaudito e con promessa d'assenso.
Due giorni dopo, l'assenso all'arruolamento dei volontarî era rivocato. E quanto al comitato di guerra, fu trasformato in comitato di difesa pel Veneto e subito dopo in commissione di soccorsi al Veneto composta di membri del governo, e finalmente in nulla. Il segretario faccendiere di Carlo Alberto, Castagneto, aveva detto: «Che al re non piaceva di trovarsi un esercito di nemici alle spalle».