D'esempî siffatti, io potrei citarne, se lo spazio concedesse, parecchî.

Così si consumò il primo periodo della guerra. Nel secondo, il governo mutò di tattica. I moderati cominciavano, credo, ad antiveder la rovina; e a stabilire non foss'altro pel futuro incertissimo un precedente, diventavano frenetici di fusione monarchica. Farneticavano per le piazze promettendo a Milano che sarebbe capitale del nuovo regno; infanatichivano, con ogni sorta di menzogne, le moltitudini ignare contro ai repubblicani collegati coll'Austria e provocatori di leve[84]: tormentavano il governo provvisorio, perchè non s'affrettava abbastanza. E i membri del governo, creduli o increduli alle stolte loro promesse, ridicevano, per mezzo dei loro agenti, al popolo—a quel popolo ch'essi avevano fino a quel giorno intorpidito, addormentato nella fiducia—che i pericoli diventavano gravi, che a difendere il paese mancavano gli uomini, mancava il danaro, mancava ogni cosa; ma che, al solo patto d'una prova di fiducia nel re, al solo patto della fusione, verrebbero milioni da Genova, migliaja d'armati dal Piemonte, benedizioni dal cielo, e senza leve, senza gravi sagrifici, la Lombardia vedrebbe compiuta l'impresa: coi repubblicani ch'essi avevan fermo in animo di tradire mutavano l'amicizia menzognera in freddezza, e affettavano sospetti di congiure che non avevano. Congiure a che? Se rovesciando quel meschino fantasma che s'intitolava governo, le sorti della guerra avessero potuto mutarsi, i repubblicani l'avrebbero rovesciato in due ore.

Sul cominciare di quel secondo periodo, quando la violazione del programma governativo era già decisa, e mentre io era già assalito, pel mio tacermi, di calunnie e minaccie da tutte parti, mi giunse inviato dal campo, e messaggiero di strane proposte, un antico amico, patriota caldo e leale. Parlava a nome del Castagneto già nominato, segretario del re, e proponeva: Ch'io mi facessi patrocinatore della fusione monarchica, m'adoprassi a trarre alla parte regia i republicani, e m'avessi in ricambio influenza democratica quanta più volessi negli articoli della costituzione che si darebbe; colloquio col re e non so che altro.

Primo nostro intento e sospiro antico dell'anime nostre era—ed è—l'indipendenza dallo straniero: secondo, l'unità della patria, senza la quale l'indipendenza è menzogna: terzo, la repubblica—e intorno a questa, indifferenti a ciò che riguarda noi individui, e certi, quanto al paese, dell'avvenire, noi non avevamo bisogno d'essere intolleranti. A chi dunque m'avesse assicurato l'indipendenza, e agevolato l'unità dell'Italia, io avrei sagrificato, non la fede, ch'era impossibile, ma il lavoro attivo pel trionfo rapido della fede: a me la solitudine e la facoltà, che nessuno avrebbe potuto mai tormi, di versare in un libro, da stamparsi quando che fosse, quel tanto d'idee ch'io credessi utili al mio paese, bastava, e per amor dell'indipendenza, i repubblicani non avevano aspettato, a tacer di repubblica, gli inviti d'un re. Ma la questione era allora tutta di guerra. E fatale all'esito della guerra noi ritenevamo il concetto federalistico, troppo ambizioso pei nostri principi e per la diplomazia, troppo poco per le popolazioni d'Italia, dell'Italia del nord. L'entusiasmo popolare era, mercè quel concetto, già spento; e i governi erano ostili e i mezzi che il paese somministrava condannati all'inerzia e le probabilità della guerra cresciute pur troppo a' danni nostri. A volgerlo in favor nostro, a ricreare lo spirito che vince ogni ostacolo, era solo una via: far guerra, non di principi, ma di nazione. E per questo, bisognava un uomo che osasse e si vincolasse a non retrocedere per egoismo e codardia nell'impresa. Voleva Carlo Alberto esser l'uomo? Ei doveva dimenticare la povera sua corona sabauda e farsi davvero spada d'Italia: doveva, poichè i governi tutti gli eran nemici, rompere dichiaratamente, irrevocabilmente, con essi e raccogliersi intorno, congiunti, ravvivati in un grande pensiero, i buoni, quanti erano tra l'Alpi e gli estremi confini della Sicilia, in Italia. Così avremmo saputo ch'ei parlava o voleva operare da senno, e noi avremmo potuto tentare ogni nostro modo per sommovere a pro del suo intento tutti gli elementi rivoluzionarî italiani. Dove no, meglio era lasciarci in pace. Noi potevamo e dovevamo sagrificare per un tempo alla salute d'Italia anche la nostra bandiera; ma nè potevamo nè dovevamo sagrificarla—e con essa quel tanto d'influenza sulle sorti del paese che la nostra costanza in una fede ci dava—ad un re che non volendo avventurar cosa alcuna del suo, nè affratellarsi col pensiero italiano, nè cangiare in meglio le condizioni della guerra, avrebbe potuto ritrarsi dall'arena a suo piacimento e dirci: Voi, credenti, accettavate transigere.

Queste cose a un dipresso io risposi a quell'inviato. Richiesto del come il re potesse farsi mallevadore delle sue intenzioni a pro della unità del paese, risposi: Firmando alcune linee, che le rivelino; e richiesto s'io scriverei quelle linee, presi la penna e le scrissi. Erano, con mutazioni di forma ch'or non ricordo, le stesse ch'io, con intento, inserii più dopo nel programma dell'Italia del Popolo pubblicato in Milano; e le trascrivo:

Io sento maturi i tempi per l'unità della patria: intendo, o italiani il fremito che affatica l'anime vostre. Su, sorgete! io precedo. Ecco: io vi do, pegno della mia fede, spettacolo ignoto al mondo d'un re sacerdote dell'epoca nuova, apostolo armato dell'idea-popolo, edificatore del tempio della nazione. Io lacero nel nome di Dio e dell'Italia i vecchi patti che vi tengono smembrati e grondano del vostro sangue: io vi chiamo a rovesciare le barriere che anch'oggi vi tengon divisi e ad accentrarvi in legione di fratelli liberi emancipati intorno a me, vostro duce, pronto a cadere o vincer con voi.

L'amico partì. Pochi dì dopo mi fu fatto leggere un biglietto del Castagneto, che diceva: Vedo pur troppo che da questo lato non v'è da far nulla. Quando mai può un'idea generosa, potente d'amore e d'avvenire per una nazione, allignare nel cuore d'un re?

Noi seguimmo a tacer di politica[85] e a giovare come meglio potevamo, d'opera e di consiglio, la guerra. Ma la guerra non era più italiana, non era lombarda; era piemontese e d'una fazione. Ministero, organizzazione, amministrazione, tutto era in mano d'uomini devoti ad essa. Il governo non aveva missione da quella infuori di ricevere i bollettini dal campo e magnificarli e preparare il funesto decreto del 12 maggio.

Ed escì. Il programma di neutralità fu violato, quando pei sinistri eventi, che facevano presagire la catastrofe non lontana, importava più che mai attenervisi, per non gittar nuovi semi di discordia nel campo, per non togliere apertamente il suo carattere nazionale alla guerra, e per lasciar non foss'altro eredità d'un principio alla insurrezione futura. Noi perorammo, scongiurammo il governo, ma inutilmente. Volevan servire.

E allora—allora soltanto—noi sentimmo necessità di protestare in faccia all'Italia. Quei che erano a quei giorni in Milano sanno che il farlo non era senza pericolo. E dovrebb'essere nuovo indizio a tutti, avversi o propizî, che noi non avevamo lungamente taciuto se non per amor di patria e per non rompere quella concordia, che, anche apparente, poteva giovare alla guerra.