Il dì seguente al decreto, pubblicammo il documento seguente:
AL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE
DELLA LOMBARDIA.
«Signori,
«Quando, compiti i prodigi delle cinque giornate, sublimi di vittoria e di fiducia nei risultati della vittoria, il popolo, solo sovrano su questa terra redenta col suo sangue, v'accettò capi, esso vi commetteva un doppio mandato: provvedere all'intera emancipazione del paese; e preparargli un terreno libero sul quale l'espressione del suo voto intorno ai futuri destini potesse sorgere spontanea, illuminata dalla discussione fraterna, accettata da tutti i partiti, solennemente legale, in faccia all'Europa, pura di basse speranze e di bassi timori, degna dell'Italia e di noi.
«E i popoli d'Italia, che tutti si sapevano fratelli a noi, tutti mandavano, come concedevano le distanze e le circostanze particolari, uomini loro a combattere la santa guerra, vi confermavano tacitamente lo stesso mandato. Sentivano che qui, su questa terra lombarda dove moto e trionfo erano cose di popolo, si agitavano le sorti di tutta Italia: che qui in una importantissima parte d'Italia, da parecchî milioni d'uomini generosi, doveva compiersi, con voto libero e meditato, un esperimento forse decisivo sulle vere tendenze, sugli istinti, sui desiderî che fermentano in core alle moltitudini, e ne decideranno la nuova vita.
«Voi intendeste allora, signori, quel mandato, o mostraste d'intenderlo. E poichè non trovavate in voi potenza o diritto d'iniziativa, dichiaraste solennemente più volte che l'iniziativa spettava tutta intera al popolo, e che il popolo solo, emancipato il territorio e finita la guerra, avrebbe discusso e deciso, raccolto in assemblea costituente, intorno alle forme che dovrebbero reggerne la vita politica.
«E dichiarandolo, voi di certo non intendevate, cosa impossibile, ingiusta, che un popolo intero si rimanesse muto, per un tempo indefinito, sulle questioni più gravi e più vitali per lui: voi non potevate ragionevolmente pretendere ch'ei combattesse senza sapere il perchè; ch'ei conquistasse vittoria senza interrogarsi quali sarebbero i frutti della vittoria, ch'ei si facesse soldato della libertà cominciando dal rinnegarla e dal contendersi ogni diritto di pacifica e fraterna parola.
«Le opinioni a poco a poco si rivelarono. Era cosa buona, era la educazione preparatoria, che voi non davate al popolo, offertagli dai migliori fra' suoi fratelli perchè il giorno dell'assemblea avesse il suo voto illuminato e pensato; era prova data all'attenta Europa che le popolazioni lombarde non s'erano mosse per solo e cieco spirito di riazione, ma perchè sentono i tempi maturi per entrare con coscienza di diritti e doveri nel grande consorzio delle nazioni. Voi non dovevate atterrirvi, ma rallegrarvene; e solamente avevate debito di usare di tutta la vostra influenza perchè il campo fosse aperto a tutti egualmente, perchè la discussione si mantenesse scevra di raggiri e d'intolleranze, nei termini d'una pacifica e fraterna polemica.
«Voi sapete, o signori, quale fra le diverse opinioni fosse prima ad uscire da quei limiti consentiti di discussione. Voi sapete che mentre la opinione alla quale si onorano di appartenere i segnati qui sotto si manteneva tranquilla e pacata sull'arena della persuasione—mentre insisteva essa sola sul terreno legale assicurato da voi e v'appoggiava in ogni occasione e con ogni sforzo—mentre esagerava, a proprio danno, la virtù di moderazione, altri più impaziente, perchè men sicuro di giusti argomenti, infervorava nella questione tanto da mutare quasi in lotta la discussione, in minaccia la parola amica. A voi toccava, amati siccome eravate, inframmettere una parola conciliatrice; e non lo faceste. Più dopo, uomini d'alcune provincie, traviati a partiti illegali, pericolosi, tentarono apertamente lo smembramento dell'unità collettiva dello Stato, parlarono di dedizioni immediate senza il consenso dei loro fratelli, aprirono il varco, violando la debita soggezione al vostro governo centrale, all'anarchia del paese; iniziarono liste, le presentarono rivestite del prestigio d'autorità secondarie a popolani illusi, agli ignari abitatori delle campagne; raccolsero in un subito firme, le raccolsero in più luoghi con arti subdole, con abuso di nomi. Questi abusi, questi artificî vi furono noti, o signori! voi riceveste lagnanze e prove; alcuni tra noi ricordano parole vostre in proposito, e le ridiranno, s'altro non giova, alla storia. Era obbligo vostro santissimo punire quei tentativi, illuminare colla vostra parola pubblica le illuse popolazioni; ridire ad esse, ridire a tutti il vostro programma e le ragioni che militavano a mantenerlo, diffonderlo con tutti i mezzi che stavano in mano vostra per ogni dove; invocare l'amore al paese e il senso diritto de' vostri concittadini. Voi nol faceste, e mentre l'agitazione prodotta da mene siffatte nel popolo inconscio domandava a sedarsi una vostra parola, e molti fra gli onesti d'ogni partito vi traducevano questa dimanda, voi ricusaste; voi vi ravvolgeste in un silenzio funestissimo, inesplicabile; voi lasciaste procedere, immobili, quella condizione di cose; ed oggi voi l'invocate, esagerandola, a scolparvi della violazione al programma accettato dalla nazione; oggi, mentre l'amore al paese e il senso diritto de' Lombardi cominciano a diminuire, per opera propria, i pericoli—oggi che da talune delle città traviate cominciano a giungervi, non provocate da voi, prove di ritorno a più giusto sentire e proteste di adesione all'antico programma—il vostro decreto del 12 lo sacrifica, sanziona quei procedimenti funesti e chiama i cittadini non preparati a decidere in un subito le sorti del paese con un metodo illegale, illiberale, indecoroso, architettato al trionfo esclusivo d'un'opinione sull'altra.
«Il metodo dei registri è illegale, perchè viola per autorità vostra il programma ch'era condizione della vostra esistenza politica in faccia al paese; perchè invola la più vitale, la più decisiva fra le questioni all'Assemblea costituente.